sabato 22 luglio 2017

Il Sole 24 Ore
(Nunzio Galantino) Arte condivisa e memoria purificata mostrano sempre di più lo straordinario potere che hanno di  trasformarsi in ponti capaci di far transitare atteggiamenti inediti e positivi, indispensabili per  avviare il superamento di sedimentate riserve e di pregiudizi inveterati. Con tutto il rispetto dovuto  alla storia e ai suoi tornanti. Soprattutto a quelli più dolorosi. È uno dei tratti dell’esperienza fatta  incontrando membri della Comunità ebraica di Roma e visitando, con loro e con amici cattolici, la  mostra su “La Menorà. Culto, storia e mito”.I luoghi di allestimento, i soggetti proponenti – Museo Ebraico di Roma e Musei Vaticani – e gli  stessi lunghi tempi vissuti insieme per preparare l’evento hanno contribuito a ribadire, non solo la  possibilità, ma anche la fecondità dell’incontro tra realtà/comunità religiose e culturali per troppo  tempo, a dir poco, lontane tra loro. Non è questo il luogo per disanime teologiche e/o storico- culturali non sempre e non del tutto ancora chiarite, ma certamente positivamente avviate. È proprio vero quello che va dicendo papa Francesco – accolto per altro in maniera fraterna e calorosa dalla  Comunità ebraica – circa la necessità del dialogo e dell’incontro. Perché diventino faticosa realtà è  sempre più necessario percorrere strade nuove. Con coraggio e senza farsi intimorire da nostalgie  divisioniste e da sospetti ingiustificati, sempre pronti a disseminare di trappole la difficile strada,  appunto, dell’incontro e del dialogo. Alcuni passaggi di alto pregio artistico e di intensa partecipazione documentati nelle varie sezioni  della mostra hanno confermato, attraverso manufatti di grande valore evocativo, la fallace  convinzione, perpetratasi per secoli, che la comunità ebraica e quella cattolica potessero vivere  separate. Anzi alimentando progetti di reciproca diffidenza e negazione. La teologia, o meglio  alcune parti di essa hanno preferito alimentare la contrapposizione e la delegittimazione reciproche  piuttosto che favorire la continuità e comunque il riconoscimento della comune radice tra  l’esperienza di Israele e quella cui ha dato inizio e senso Gesù di Nazaret. Quanto drammatiche  siano state e, per certi versi, continuino a essere le conseguenze di questo atteggiamento è sotto gli  occhi di chiunque sia disposto a guardare la storia con occhi e cuore liberi. Non voglio ripetere qui i passi fatti nel secolo scorso in questo senso. Spesso, è vero, si è trattato di passi contraddittori: non  sempre e non tutti orientati nella direzione di un reciproco e rispettoso riconoscimento. Tutti però  hanno provvidenzialmente preparato quanto affermato in maniera inequivocabile e convinta durante la solenne assise del Concilio Ecumenico Vaticano II. Il rapporto della Chiesa cattolica con  l’Ebraismo, afferma il Concilio, non solo è qualitativamente unico e irrinunciabile, ma costituisce  elemento portante per la vita e la teologia stesse della Chiesa. Come a dire che la Chiesa non può  pensarsi al di fuori delle radici ebraiche. Non può pensarsi senza la fede, la cultura e le tradizioni  dell’Ebraismo. L’importante documento conciliare  Nostra Aetate , a proposito del rapporto con  l’Ebraismo e con le altre religioni, ricorre a un’espressione che – lo riconosco – non fa parte del  linguaggio ordinario. Parla di «mistero divino della salvezza», con la chiara volontà di ricordarci  che il disegno del Signore sull’umanità e sui rapporti degli uomini tra loro, passa attraverso la  storia, i rapporti e le relazioni di amicizia, di collaborazione e di fraternità. Certo, nessuno si illude  che tutto ciò assomigli a un soave duetto o sia stato vissuto sempre così. La realizzazione del  «mistero della salvezza», che è la storia nella quale tutti siamo inseriti, ha conosciuto (mi limito a  ricordare la Shoa) e continua a conoscere (ricordo le persecuzioni tutt’ora in atto nei confronti dei  Cristiani, e non solo) sofferenze, contraddizioni e controtestimonianze insopportabili e  ingiustificabili. Peggio quando sono state e vengono ancora perpetrate in nome di Dio.  Le tante testimonianze raccolte ed esposte nella mostra istallata tra le sale del Museo ebraico e il  “Braccio di Carlo Magno” in Vaticano permettono l’incontro con testi sacri, espressioni e arredi  liturgici, testimonianze oranti, elementi dell’arte figurativa, della letteratura e della musica che  confermano intreccio di storie e incontro di aspirazioni. Esse confermano la natura  dell’irrinunciabile rapporto della Chiesa con la vita e la storia del popolo dell’Alleanza.  Un’Alleanza offerta agli uomini di tutti tempi. Se solo – nel travaglio che sta vivendo questo  tornante della storia – potesse trovare ancora spazio la visione di Isaia e l’invito a spendersi per la  sua realizzazione! «Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei  monti, e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti» (Isaia 2,2-5). Tutte le genti!  L’Alleanza promessa cioè non ha destinatari esclusivi. Sapersi incamminati, insieme e da parte di  tutti, verso la realizzazione del «mistero divino della salvezza» penso possa far bene in un momento in cui facciamo tutti fatica a riconoscerci in un progetto comune. Col rischio di favorire, come sta  avvenendo, il proliferare di leader e leaderini, di guru e visionari senza scrupoli.