lunedì 24 luglio 2017

Italia
la Repubblica
(Paolo Rodari) «Don Dossetti mi ha fatto molto impressione per la lucidità delle sue visioni e per l’assoluta purezza del suo impegno. È un profeta ed è un dono incontrarlo». Non sono parole di Giacomo Lercaro,  l’arcivescovo di Bologna della cui “ Chiesa povera” elaborata durante il Concilio Giuseppe Dossetti fu uno dei massimi interpreti. Bensì, sorprendentemente, di un suo successore, ovvero Giacomo  Biffi. E anche se sono state scritte da quest’ultimo nel lontano 1974, quando era ancora sacerdote  nella diocesi di Milano, restano un segno indelebile della stima che sul piano personale il futuro  cardinale aveva per il monaco reggiano.
Poi molto cambiò: Biffi (morto nel 2015) nel 1984 venne  mandato da Giovanni Paolo II nella diocesi felsinea anche col sotteso ma chiaro intento di fare da  contraltare, ideologico e teologico, proprio a quella “scuola di Bologna” fondata da Dossetti e da  Giuseppe Alberigo che fino a Benedetto XVI compreso venne guardata con occhio critico  dall’establishment vaticano: «C’era questa idea di mandare dei “Don Camillo” per mettere il morso  a Peppone», racconta il docente di storia del cristianesimo Enrico Galavotti. Tanto che le parole di  Biffi, d’un tratto, da dolci divennero aspre. Il rapporto prima amichevole, poi contrastato e non facile fra Dossetti e Biffi è confermato da un  libro decisivo se si vuole comprendere cosa hanno significato per la Chiesa italiana i pontificati di  Wojtyla e Ratzinger. Lettere a una carmelitana scalza (Itaca), infatti, rivela il carteggio inedito che  per anni Biffi, il teologo che non dialogava con l’Islam e che battezzo l’Emilia Romagna «sazia e  disperata » per i «suicidi» e gli «aborti, sintomo — così svela il libro — di un saldo demografico  altamente negativo», ebbe con la monaca di clausura Emanuela Ghini. Quest’ultima provò a far cambiare il giudizio negativo maturato da Biffi su Dossetti, reagendo a  quella che, scrive la religiosa, «ho sempre ritenuto un’assoluta non comprensione dell’autentica  santità di Dossetti ». Ma il tentativo, forse anche a motivo delle forti pressioni del Vaticano sul  pastore bolognese, fallisce miseramente. Biffi, da sacerdote ambrosiano ammiratore di Dossetti ne  diviene critico una volta prese in mano le redini della diocesi. Il cardinale fu inamovibile. Sul suo giudizio, sostiene Ghini, pesa il parere di un altro sacerdote in  quegli anni molto in auge: Divo Barsotti. Quest’ultimo, scrive Ghini, «temeva il diffondersi del  dossettismo in Italia». Anche Biffi ne era spaventato. Scrive nel 2008: «È stato angosciante  l’avvedermi che la sua visione teologica (e particolarmente la sua ecclesiologia) non mi pareva  conforme alla Rivelazione ed era ideologicamente condizionata. E mi sono reso conto che toccava a me, prima del mio rendiconto davanti al Signore l’ingrato compito di un chiarimento che potesse  almeno per il futuro limitare i gravi inconvenienti di una prospettiva non oggettivamente illuminata, anche se soggettivamente generosa». La monaca tentò di obiettare «che spesso don Barsotti, nel suo grande ardore spirituale, era un po’ intemperante nei giudizi». Ma l’arcivescovo di Bologna rimase  sulle sue idee. E quando nel 2009 decise di rieditare il suo Memorie e digressioni di un italiano  cardinale «col fine preciso di esprimersi anche più severamente sull’ecclesiologia di Dossetti», suor  Ghini gli disse che la cosa «l’avrebbe fatta piangere». La suora lo pregò «di non farlo», ma Biffi  «rimase inamovibile ». Pubblicò ancora una volta la sua critica, senza pentirsene.
* IL LIBRO Lettere a una carmelitana scalza ( Itaca, pagg. 304, euro 24) di Giacomo Biffi ( 1928-  2015)