lunedì 10 luglio 2017

Il Sole 24 Ore
(Nunzio Galantino) La Costituzione della Repubblica Italiana (Art. 3), in maniera ferma e inequivocabile riconosce  «pari dignità sociale» a tutti i cittadini. Alla fermezza e all’inequivocabile riconoscimento che  caratterizzano la Carta costituzionale fa però da insopportabile contrappeso la realtà di una dignità  personale platealmente calpestata, spesso proprio da persone e istituzioni che dovrebbero assicurare  la «pari dignità sociale».  La dignità” (lat.  dignitas ), deriva da  dignus  (“meritevole”). Il corrispondente greco  axios (“assioma”) permette di cogliere aspetti altrimenti poco evidenti se ci si ferma all’etimo latino. In  matematica e, in generale, nelle scienze esatte, “assioma” è un’asserzione, una verità evidente che  non necessita di dimostrazione. Senza forzature, si può dire che la dignità si offre come assioma.  Essa non ha bisogno di essere dimostrata, è uno  status  riconosciuto e da riconoscere. Sulla dignità  riconosciuta si fonda l’intera costruzione delle regole che governano la convivenza. Storicamente,  ogni uomo, ogni popolo e ogni epoca hanno mostrato e mostrano di avere un proprio parametro di  dignità che consente di stabilire regole e priorità. Tutto ciò è tanto rispettabile quanto esposto a  pericolosi fraintendimenti. È sotto gli occhi di tutti infatti come «Tutte le società rendano visibili  certe persone e ne facciano scomparire altre. Nella nostra società sono ben visibili i politici e le star  del cinema, i cantanti e i calciatori, che si presentano continuamente in pubblico, sui cartelli  pubblicitari e sugli schermi televisivi. Ma rendiamo invisibili i poveri. Essi non compaiono nelle  liste elettorali. Non hanno volto né voce» (T. Radcliffe). Il mondo contemporaneo tende a  riconoscere dignità a ciò che appare e a dare eccessivo, se non esclusivo peso al ruolo e alle  funzioni che si ricoprono. Siamo, per questo, sommersi da dinamiche fin troppo prevedibili.  Accanto a persone “dignitose”, cioè per sé nobili e “meritevoli” di rispetto, si fa sempre più largo la  pretesa dignità che poggia sulla spettacolarità, su furbizie e rapine del bene comune più o meno  esibite per strappare benefici e opportunità per sé e per il proprio gruppo sociale. Dimenticando che  «La dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli» (Aristotele). La  dignità quindi è di chi agisce e si spende per “meritare” onori e credibilità. Percorrendo una strada  diversa «diventiamo inutili nel mondo, sale insipido, che gli altri giustamente si sentono autorizzati  a calpestare, a scartare [...]. La dignità riposa nel cuore» (A. Casati). Quel cuore che troppo spesso  custodisce attese, paure, malattie e speranze senza esibirle e dinanzi al quale vale un solo monito:  «Non lasciare che un uomo difenda la sua dignità, ma fai che la sua dignità difenda lui» (R. W.  Emerson).