sabato 15 luglio 2017

Italia
Dalle classificazioni del Settecento ai totalitarismi del ventesimo secolo. I tanti volti del razzismo
L'Osservatore Romano
(Giovanni Cerro) Com’è possibile che la stessa persona sia considerata nera negli Stati Uniti d’America, mulatta ai Caraibi o in Sud Africa e bianca in Brasile? Questo interrogativo, che mostra quanto possano essere arbitrari e scarsamente uniformi i modi di classificazione razziale adottati alle più diverse latitudini, ispira l’ultimo lavoro di Francisco Bethencourt, docente di Storia al King’s College di Londra (Razzismi. Dalle crociate al XX secolo, Bologna, il Mulino, 2017, pagine 667, euro 49). Arbitrario non significa, tuttavia, immotivato, almeno nell’ottica di chi produce e diffonde queste classificazioni. La tesi di Bethencourt è infatti che il razzismo sia sempre sostenuto da precisi interessi politici, che vanno dal controllo delle risorse di un territorio alla volontà di mantenere alcuni gruppi in una condizione di subordinazione, dal contenimento della mobilità sociale alla decisione di eliminare dei concorrenti avvertiti come potenzialmente pericolosi.
Il volume propone perciò una lettura “relazionale” del concetto di razzismo, riconducendo ogni caso al particolare contesto storico-sociale in cui ha avuto origine e agli obiettivi più o meno espliciti perseguiti dagli attori implicati. Date le origini dell’autore, numerosi sono i riferimenti ai territori legati al vasto impero coloniale portoghese, uno dei primi e più longevi della storia, che tra possedimenti e basi commerciali si estendeva su tre continenti, toccando le coste e l’entroterra dell’Africa, il Brasile e l’India. L’approccio di Bethencourt, che risente dell’impostazione della world history e che è attento all’analisi di una molteplicità di fonti diverse (letterarie e iconografiche al tempo stesso), intende confutare alcune interpretazioni tuttora molto influenti sul tema.

Da un lato, la tesi “biologista”, che mira a interpretare il razzismo come una tendenza innata dell’essere umano, il quale in nome di un’orgogliosa appartenenza a un gruppo e di un “naturale” senso di protezione giustifica la chiusura nei confronti di coloro che sono percepiti come estranei. Dall’altro, la tesi di ispirazione marxista, che legge le pratiche di discriminazione alla luce dei rapporti di produzione, sottovalutando l’importanza di altri criteri di analisi oltre a quello strettamente economico.
Il razzismo legato alle mire espansionistiche del continente europeo, che vive due momenti cruciali con le scoperte di fine Quattrocento e con gli insediamenti coloniali dal XVI fino al XIX secolo, non è certo l’unica declinazione possibile del fenomeno.
Anche Giappone, Cina e India, infatti, hanno conosciuto conflitti che possono essere interpretati alla luce di divisioni gerarchiche della popolazione, in cui ciascun gruppo era tenuto a rispettare usanze specifiche, interdizioni e regole di segregazione. Ad esempio, la prima descrizione del sistema indiano delle caste visto con gli occhi di un europeo risale all’inizio del Cinquecento. Ne è autore il mercante Odoardo Barbosa che ricorre al termine portoghese “casta”, fino ad allora utilizzato come sinonimo di specie animale o vegetale, per indicare la trasmissione della professione e del corrispondente status sociale di padre in figlio. Si tratta di un curioso ma tutt’altro che infrequente slittamento linguistico dal campo biologico a quello antropologico.
Ripresa nel corso del XVII e XVIII secolo da autori francesi, olandesi e inglesi, l’idea di casta verrà sempre più legata alle categorie di purezza e contaminazione, delineando un complesso ordinamento in cui la più piccola infrazione poteva essere punita con la marginalizzazione dalla comunità o addirittura la condanna a morte. Lo sguardo europeo e i suoi pregiudizi sul mondo indiano sono efficacemente testimoniati da alcune illustrazioni presenti nei resoconti di viaggio dell’esploratore olandese di fine Cinquecento Jan Huygen van Linschoten. Tanto l’abbigliamento quanto l’atteggiamento dei soggetti ritratti nelle incisioni insistono sulla tendenza all’idolatria e alla superstizione degli indiani, accusati di adorare statue terrificanti e officiare riti insensati, come quello del sati, che prescriveva alla vedova di rango elevato di immolarsi sulla pira funebre del marito.
Bethencourt riserva poi un’attenzione particolare agli sviluppi settecenteschi della teoria delle razze e ai primi tentativi di classificazione etnica su presunte basi scientifiche, in cui vecchi pregiudizi si mescolano a nuove osservazioni.
Oltre agli scritti classici di Linneo e Buffon, si sofferma su quello che è tradizionalmente considerato il fondatore dell’antropologia fisica, il fisiologo tedesco Johann Friedrich Blumenbach, il quale nel suo trattato De generis humani varietate nativa (la cui prima edizione risale al 1775) introduce come criterio fondamentale per l’individuazione dei gruppi umani l’analisi della forma della testa. Blumenbach riconosce, sì, nella razza caucasica o bianca il tipo originario dell’umanità, da cui tutte le altre discendono per un processo di “degenerazione” dovuto a fattori ambientali e allo stile di vita, ma al tempo stesso si batte per l’abolizione dello schiavismo e contesta l’idea dell’infertilità degli ibridi.
Il suo metodo morfologico, tuttavia, viene progressivamente marginalizzato a favore delle misurazioni craniche, che, a partire dall’angolo facciale dell’anatomista e pittore olandese Petrus Camper e dall’indice cefalico dello svedese Anders Adolf Retzius, conquistano un ruolo egemonico negli studi antropologici. Qualsiasi classificazione, ormai, non può fare a meno di collocarsi all’interno di una più vasta filosofia della storia.
Nel corso del XIX secolo si inizierà così a parlare di una lotta per l’esistenza che si sarebbe conclusa con l’ascesa delle razze superiori e a costruire gerarchie fondate non tanto su condizioni ambientali o sociali, come si era fatto in passato, quanto su motivazioni “biologiche”.
Culmine di questo processo sarà la diffusione in Europa di quello che lo storico Léon Poliakov ha definito il “mito ariano”: unita a un esasperato nazionalismo, tale ideologia alimenterà la credenza nel primato delle razze pure, con tutte le conseguenze del caso. Il resto è la tragica storia del Novecento, fin troppo nota, ma con cui ancora oggi stiamo facendo i conti.
L'Osservatore Romano, 14-15 luglio 2017