venerdì 28 luglio 2017

Italia
Concluse dal cardinale Amato le celebrazioni per il centenario dell’arrivo di padre Pio a San Giovanni Rotondo. La legge nuova della carità
L'Osservatore Romano
Il Buon pastore, che cerca e salva la pecora perduta; il Buon samaritano, che medica le ferite degli afflitti; il Padre misericordioso, che attende il figlio prodigo e lo abbraccia al suo ritorno; il Giudice buono, che non fa distinzione di persone e il cui giudizio è giusto: sono ben quattro le figure evangeliche riconducibili a san Pio da Pietrelcina soprattutto nell’esercizio del ministero del confessionale. Le ha individuate il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, presiedendo a San Giovanni Rotondo, venerdì mattina 28 luglio, la messa conclusiva delle celebrazioni giubilari per il primo centenario dell’arrivo del frate nel convento sul Gargano.
Insieme con il porporato hanno concelebrato nella chiesa inferiore, alla presenza dell’urna con le spoglie del santo, l’arcivescovo Michele Castoro, ordinario della Chiesa locale, e il provinciale dei cappuccini Maurizio Placentino. All’omelia il cardinale Amato ha esordito sottolineando che «la santità consiste nella pratica delle beatitudini evangeliche», nel «vivere la legge nuova della carità data da Gesù». Quella stessa carità, ha spiegato, che guidò padre Pio sui sentieri della santità. Anzitutto la carità verso Dio, che «fu la bussola della sua vita. Egli — ha ricordato il celebrante — era completamente concentrato in Dio, amandolo, pregandolo, vivendo la sua presenza nella quotidianità della sua offerta. Preghiera, celebrazione e adorazione eucaristica, sacrificio erano le coordinate della sua giornata». Tutto ciò «si concretizzava con l’obbedienza al Vangelo e alla regola del suo ordine, con la corrispondenza alla vocazione religiosa cappuccina, con la fedeltà ai doveri del proprio stato di sacerdote, con l’accettazione serena e perfino gioiosa delle sofferenze fisiche e morali, con la docilità al magistero della Chiesa e ai superiori».
Di conseguenza, è stata la successiva riflessione del cardinale Amato, l’ardente carità verso Dio rendeva padre Pio «accogliente e generoso verso il prossimo, bisognoso di perdono, di illuminazione, di guida, di incoraggiamento». E «il suo fare, che a volte appariva scontroso, era solo un modo per difendersi dall’aggressività e dal fanatismo». Perché, ha commentato, «in realtà, padre Pio era un frate sensibile, mite e premuroso», al punto che a chi gli faceva notare che la Casa Sollievo della sofferenza era lussuosa rispondeva deciso: «Gli ammalati rappresentano Cristo, devono stare comodi e quindi bisogna fare tutto bello per loro». Non solo: questa sensibilità lo portava a commuoversi «fino alle lacrime incontrando i peccatori e i sofferenti» e a perdonare «con generosità coloro dai quali aveva ricevuto offese gravi e calunnie». Allo stesso modo, ha detto il prefetto della Congregazione delle cause dei santi, con i confratelli «aveva sempre manifestazioni di affetto e di gentilezza, rallegrandoli talvolta con battute spiritose, piene di sapienza evangelica». Inoltre «per lui anche il Papa era una persona di famiglia e chiedeva sempre sue notizie. Aveva un amore tenero» per il vescovo di Roma e «per questa sua devozione ordinò che la luce notturna fosse messa in modo tale da proiettare un piccolo raggio verso la foto del Pontefice».
Commentando poi le letture liturgiche, il porporato si è soffermato sulla pagina evangelica di Gesù buon pastore (Giovanni 10, 11-16), associandovi la figura di san Pio. A quest’ultimo, infatti, «accorrevano persone di ogni ceto e condizione. Giungevano dalle terre più lontane per contemplare l’uomo il cui volto era più somigliante a Cristo Crocifisso e il cui cuore aveva l’ardore del cuore stesso di Dio». Inoltre la sua predilezione «si estendeva anche a quelle anime che cercavano luce e incoraggiamento per obbedire alla chiamata del Signore nella vita sacerdotale o religiosa».
Ma al di sopra di tutto, ha fatto notare il cardinale Amato, era «la confessione sacramentale il mezzo soprannaturale da lui utilizzato per sanare le ferite del peccato e per ridare nuovo vigore ed entusiasmo alle anime». Infatti «come le parole della consacrazione rendono presente il corpo e il sangue di Cristo sotto le specie del pane e del vino, così l’assoluzione rimette i peccati restituendo al penitente la gioia della grazia».
E così, «mediante il sacramento della confessione padre Pio educava e formava i fedeli alla vita buona del Vangelo». Proprio come «Gesù buon pastore, riconduceva all’ovile le pecore smarrite, inducendole alla conversione e alla riconciliazione. E il suo apostolato di perdono e pacificazione — ha concluso — era tanto più convincente quanto più la sua persona si presentava come modello di vita santa».
In serata l’epilogo delle celebrazioni giubilari con la benedizione, impartita dal cardinale Amato, del «luogo della memoria»: una piazzetta con al centro un grande albero sotto i cui rami sono stati allestiti dei sedili in pietra, per favorire la sosta e la meditazione.

L'Osservatore Romano, 28-29 giugno 2017