domenica 9 luglio 2017

Italia
A cinquecento anni dall’avvio della Riforma torna d’attualità la “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” del 1999. Il dialogo con i Protestanti per superare i pregiudizi
Il Sole 24 Ore
(Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto) Ricorrono quest’anno i cinquecento anni dall’inizio della Riforma protestante. Può risultare perciò interessante per tutti andare alle origini di quegli eventi che segnarono così profondamente il destino della cristianità, dell’Europa e del mondo. È quanto fa il libro di Bruno Forte, "Il giovane Lutero e la grazia della giustificazione" (Morcelliana, Brescia 2017, 128 pagine, € 13,00), in uscita in questi giorni, di cui l’Autore anticipa l’Introduzione per i nostri lettori.
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Per la prima volta dai tempi della Riforma, che aveva drammaticamente diviso la cristianità occidentale, cattolici e luterani professavano insieme un consenso sul tema che dai grandi Riformatori era considerato il vero “articulus stantis aut cadentis fidei christianae”, il fondamento della fede cristiana, e cioè la confessione dell’azione salvifica di Dio che rende l’uomo “giusto” ai Suoi occhi: era il 31 Ottobre 1999 e ad Augsburg in Germania, a 469 anni dalla pubblicazione della Confessione di fede luterana che da quella città prese il nome, i rappresentanti ufficiali della Chiesa cattolica e della Federazione Luterana Mondiale sottoscrivevano una Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione (in: L’Osservatore Romano Documenti, 12 Novembre 1999, I-VII), in cui si affermava solennemente che «le precedenti e reciproche condanne dottrinali non si applicano all’insegnamento delle due parti in dialogo, così come esso è presentato nella Dichiarazione congiunta» (n. 2). Se non tutte le differenze fra le due confessioni di fede potevano ritenersi cadute, l’apporto dato al cammino verso l’unità dei cristiani risultava decisivo e del tutto inedito negli effetti possibili. Che cosa dunque era accaduto? E perché tanto tempo - e tanta passione! - per giungere a quel solenne atto comune? Che cosa esso poteva far sperare? Sono le domande che tornano con forza in quest’anno, cinquecentesimo dall’inizio della Riforma, fissato al 31 ottobre 1517 quando il giovane “Doctor in Biblia” Martin Lutero inviò il testo di 95 tesi sulla dottrina della giustificazione all’Arcivescovo Alberto di Brandeburgo per averne il sostegno contro la predicazione e la vendita delle indulgenze da parte del domenicano Johannes Tetzel, vice com­missario nella provincia ecclesiastica di Magdeburgo per l’indulgenza, al servizio in realtà dello stesso vescovo Alberto.
La sostanza del consenso raggiunto ad Augsburg si riassume in due negazioni, pronunciate in risposta ad altrettante domande: può l’uomo giungere alla salvezza eterna senza la Grazia di Dio che venga in suo aiuto? No! E può questa stessa Grazia operare efficacemente nel cuore umano senza il libero consenso della creatura? No! I due “no” convergono in un unico “sì”: l’evento della giustificazione e il processo che esso implica - prima e dopo il dono di Dio - si pongono nell’orizzonte dell’alleanza, che gratuitamente l’Eterno offre alla Sua creatura. Nessun merito di questa avrebbe potuto ottenere un simile effetto, che scavalca l’abisso e congiunge l’infinitamente grande all’infinitamente piccolo. Non di meno, però, come Agostino afferma, «Colui che ci ha creato senza di noi, non ci salverà senza di noi» (Discorso 169, 11, 13). Con terminologia teologica e facendo memoria delle contrapposizioni drammatiche che portarono alla Riforma e alle decisioni del Concilio di Trento, non può sostenersi né il “pelagianesimo” o “semipelagianesimo”, di cui i Riformatori avrebbero accusato i Cattolici, e cioè la presunzione dell’uomo di salvarsi da solo, né il “predestinazionismo”, che i Cattolici avrebbero attribuito ai Protestanti, l’assoluto arbitrio divino cioè riguardo alla salvezza del singolo a prescindere da ogni sua libera risposta e partecipazione. Con la Dichiarazione congiunta i cristiani confessavano insieme non solo una stessa teologia - quella del Dio misericordioso che non risparmia Suo Figlio per noi, ma lo consegna alla morte per la nostra salvezza (cf. Rom 8,32) -, ma anche una stessa antropologia, quella che considera “gloria di Dio” l’uomo “vivente”, come diceva Ireneo di Lione (Adversus haereses, IV, 20,7), e celebra perciò la dignità immensa della creatura libera, che incede a testa alta fra il vento e il sole.
Già nel 1956 un allora giovanissimo teologo cattolico, Hans Küng, aveva pubblicato la sua tesi di dottorato, intitolata La giustificazione, in cui - esponendo la dottrina del Concilio di Trento e quella del teologo evangelico Karl Barth - era giunto alla conclusione, a prima vista paradossale, che esse dicevano la medesima cosa. Non senza umorismo, nella Prefazione al volume di Küng, lo stesso Barth scriveva di riconoscersi in quanto detto dal giovane Autore intorno al suo pensiero, e di guardare perfino con un certo timore alla possibilità che fosse esatto anche quanto egli affermava riguardo alla dottrina del Concilio di Trento, perché in quel caso avrebbe dovuto gridare a gran voce ai Padri di quell’Assise: “Patres peccavi!”, “Padri, ho peccato!”, pensando male di Voi!. Ciò che però è nuovo e di enorme rilevanza nella Dichiarazione congiunta sta nel fatto che essa non è l’opera di un singolo pensatore, ma viene avallata - dopo un debito processo di esame e di recezione - dalle autorità cattoliche e luterane: segno che la separazione non potrà più giustificarsi sulla base di questo punto, decisivo per comune ammissione. Alle luce di tutto questo, il sogno di un’unità dei cristiani che sia lievito e profezia dell’unità del genere umano sembra meno lontano: con parole del giovane Barth si potrebbe dire che va facendosi strada - oltre ogni calcolo e possibilità umana, anzi più fortemente di ogni resistenza mondana - qualcosa di quell’“impossibile possibilità” di Dio, su cui ogni credente che sia tale scommette e gioca la propria vita. Il “nuovo” germoglia dal cuore della fede e della storia cristiana ed interessa tutti, credenti e non credenti, perché la via dell’unità - cercata non a buon mercato, ma al prezzo alto della verità - è semplicemente la via della pace al servizio di tutti. Risulta, perciò, di non poco interesse verificare come quella concezione della giustificazione, su cui oggi cattolici e luterani affermano di convenire, era in realtà quella professata ed esposta con ricchezza di fondamento biblico dal giovane Martin Lutero: è quanto mi sembra poter concludere da un esame attento degli scritti giovanili del Riformatore, riscoperti nel secolo della rinascita ecumenica, a riprova che una migliore reciproca conoscenza è la via regale per superare pregiudizi e incomprensioni e giungere alla comune confessione della fede in Cristo alle donne e agli uomini del nostro tempo, più che mai bisognosi della luce che viene dalla comune confessione del Suo Vangelo.
Il Sole 24 Ore, 9 Luglio 2017