sabato 15 luglio 2017

Il Sole 24 Ore
(Nunzio Galantino) Liberi di partire, liberi di restare Le buone intenzioni e i numerosi tentativi di affrontare l’ “ingombrante” tema/problema della  mobilità umana continuano a cozzare contro l’oggettiva difficoltà di farvi fronte con i mezzi  disponibili messi lodevolmente in campo ora dagli uni ora dagli altri. Quando un tema che vede  coinvolti storie e volti concreti viene affrontato in maniera interessata, è difficile aspettarsi soluzioni praticabili. Soprattutto se si prende atto che i flussi migratori nel mondo sono in costante aumento:  oltre 250 milioni di persone ogni anno si mettono “in cammino”, anche in condizioni tali da mettere a rischio la propria vita. Le ragioni sono note: alla mancanza di cibo, di acqua, di lavoro, di  condizioni di vita minimamente dignitose, si sono aggiunte le guerre, i disastri, il degrado  ambientale ecc.  Il dato più preoccupante riguarda la continua e rapida crescita del numero dei rifugiati, sfollati e  richiedenti asilo. Oltre 65 milioni all’anno. Persone costrette a lasciare le proprie case e comunità di origine, spesso senza alcun progetto migratorio, con il solo obiettivo di fuggire da conflitti armati,  gravi lesioni dei diritti umani fondamentali, regimi oppressivi, persecuzioni politiche e religiose,  calamità naturali, tratta di esseri umani e molte altre cause specifiche dei territori e delle singole  località di origine. La maggior parte di loro resta o all’interno dei propri Paesi (la situazione più  rilevante resta la Siria) o nelle Nazioni confinanti, soprattutto nel Medio Oriente, in Africa e in Asia. Nei volti di chi riesce a raggiungere le nostre coste leggiamo sofferenza e morte, umiliazioni, ma  anche sogni, desiderio di costruirsi un futuro. Al tempo stesso, la loro storia ci ricorda come sia loro negato il diritto di rimanere nella loro terra, violata in diversi modi.  A fronte di tutto ciò si impongono delle domande, soprattutto a chi non ama le semplificazioni e non ha da difendere interessi se non quelli legati alla vita e alla dignità delle persone. Come  accompagnare queste persone “in cammino”? Come tutelare la loro libertà di partire e di restare?  Giorno per giorno le cronache rendono conto di incontri, proclami, volontà decise a non girarsi  dall’altra parte, ma anche di “giravolte” interessate e dettate dalla paura di perdere consensi. Papa Francesco, da parte sua, in quattro verbi ha indicato alcuni percorsi possibili per affrontare il  tema della mobilità: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.  Sulla base di questo invito e condividendo la convinzione che tutti hanno diritto alla libertà di  partire, ma anche alla libertà di restare o di ritornare nella propria patria, la Chiesta cattolica italiana - senza approcci buonisti e nel pieno rispetto della legalità - ha lanciato e sta realizzando la  campagna “Liberi di partire, liberi di restare”. Un percorso di accoglienza, di tutela, di promozione  e di integrazione che non di rado è all’inizio di un cammino di ritorno nel Paese di origine per  contribuire a costruire una storia di libertà e favorire sviluppo. Sullo sfondo della campagna vi è una “pretesa”: indicare ulteriori vie che, unite alle tante già in atto, contribuiscano a uscire dall’ impasse e a depotenziare insopportabili cori da stadio, incapaci di proposte costruttive.  Grazie ai fondi (30 milioni di euro) dell’8xmille, la campagna “Liberi di partire, liberi di restare” si  rivolge soprattutto ai minori, per i quali papa Francesco ha rivolto le riflessioni centrali del  messaggio di quest’anno in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Nella  fase di attuazione della campagna sono coinvolti soggetti già operativi nel settore: l’Ufficio  interventi caritativi a favore del terzo mondo, Caritas Italiana, Migrantes, Missio e Apostolato del  mare. Con loro, operanti sui luoghi di provenienza dei migranti, sono impegnate realtà ecclesiali  attive sul tema della mobilità umana: Istituti missionari, Congregazioni, Associazioni e Movimenti.  Si tratta di persone e di istituzioni che conoscono bene ed accompagnano da sempre quelle storie. Il progetto da centralità alle realtà locali, sia nei Paesi in via di sviluppo dove verranno indirizzati  gli interventi più significativi, sia nei Paesi di transito, sia in Italia. Gli interventi si stanno già  realizzando su tre livelli. In primo luogo nei 10 Paesi di maggior provenienza dei minori, con  un’attenzione prioritaria all’Africa, secondo criteri di efficienza ed efficacia, impatto sociale degli  stessi, praticabilità concreta, capacità operative dei soggetti attuatori e loro capillarità sul territorio.  Vengono, poi, prese in considerazione le rotte migratorie, in particolare i Paesi del Nord Africa,  luoghi di transito e di continue sofferenze dei migranti in generale e dei minori in particolare. Un  terzo livello progettuale sta vedendo coinvolte le realtà ecclesiali attive nell’accoglienza e nella cura dei minori migranti in Italia, a partire da quelle più vicine ai porti di sbarco degli stessi. Tra gli ambiti prioritari di intervento si privilegiano l’educazione e la formazione (anche  professionale); l’informazione in loco (su ciò che comporta il migrare); progetti mirati di carattere  sociale e sanitario a favore delle fasce più deboli della popolazione migrante: i minori e le vittime di tratta in particolare; progetti in ambito socio-economico per la promozione di opportunità  lavorative, accompagnamento ai rientri di coloro che intendono volontariamente procedere in tal  senso. Un’attenzione particolare e trasversale la si sta riservando a processi e percorsi di  riconciliazione, curati da realtà già attive in questo ambito come l’Associazione Rondine Cittadella  della pace.  C’è chi prova a non lasciarsi mettere all’angolo o ridurre al silenzio facendo proposte che vadano  oltre i dissensi gridati e l’indifferenza praticata.