giovedì 6 luglio 2017

L'Osservatore Romano
(Da Mosul Francesca Mannocchi) Anjia ha quindici anni, gli occhi scuri e lo sguardo adulto di chi ha sopportato con dolore tre anni di occupazione del cosiddetto stato islamico (Is). Suo padre Ibrahim lavorava a Mosul come magistrato, finché un giorno i miliziani di Al Baghdadi gli hanno imposto di lasciare il suo lavoro e hanno sostituito il tribunale con la corte islamica. Al posto del padre di Anjia hanno messo un miliziano, un giovane arrivato dalla Nigeria per combattere nelle file dell’Is.Suo padre, un colto magistrato, diventato carpentiere per necessità, le ha ripetuto per due anni e mezzo di non perdere il sorriso. Diceva ad Anjia e a sua sorella che avrebbero dovuto tenere in allenamento la memoria perché un giorno quelle ingiustizie sarebbero finite e la loro vita sarebbe tornata normale. Una vita fatta di scuola, insegnamenti e speranze. «Ogni giorno leggevamo per mezz’ora, mio padre aveva nascosto i libri in un buco nel pavimento insieme al suo telefono cellulare — dice Anjia camminando nelle torride vie di Al Jazair, il quartiere di Mosul est dove è tornata a vivere dopo la liberazione — tirava fuori quei libri come se fossero un amuleto, il segreto per non essere corrotti dagli insegnamenti dell’Is. Diceva che noi bambini siamo il futuro dell’Iraq. Diceva che avremmo dovuto perdonare, andare avanti e ricostruire il paese».
Dopo l’arrivo dei miliziani di Al Baghdadi, Anjia ha smesso di andare a scuola, l’unico insegnamento della sua vita di bambina erano i racconti dei suoi genitori, gli esercizi clandestini che ogni giorno faceva insieme a suo padre e sua madre. «Una sera, intorno alle sette di sera, camminavo con mia sorella, dovevamo comprare della farina in una bottega vicino casa. Quando siamo tornate a casa le donne della brigata Khansa, la polizia islamica femminile, hanno bussato alla nostra porta, urlando che eravamo peccatrici, che non avremmo dovuto camminare sole, che il vestito di mia sorella era “haram”, vietato. Mia sorella ha cominciato a piangere mentre loro urlavano contro mio padre che eravamo peccatrici e che avrebbero frustato mia sorella».
Il giorno dopo due membri della polizia islamica femminile sono arrivate a casa di Anjia e hanno trascinato sua sorella in strada, imponendo a tutti i vicini di casa di assistere alla punizione. L’hanno costretta ad accucciarsi in terra e l’hanno frustata trenta volte, di fronte alla sua famiglia e a tutti i vicini. «Quando si è alzata da terra le hanno detto che la volta successiva l’avrebbero uccisa. Eravamo circondate dal buio, nulla di fronte a noi aveva le sembianze della luce. Non potevamo camminare sole, non potevamo indossare nessun colore. Un buio infinito, dentro e fuori».
Anjia è una delle centinaia di migliaia di bambini e ragazzi fuggiti da Mosul. Secondo gli ultimi dati del governo iracheno sarebbero quasi 900 mila i cittadini sfollati dalla città. Molti sono stati usati dall’Is come scudi umani per evitare i bombardamenti della coalizione. Secondo l’Unicef, dal 2014 in Iraq sarebbero stati uccisi dall’Is più di mille bambini e solo negli ultimi sei mesi, durante il conflitto, ne sarebbero morti 152 e feriti 255.
Bambini educati al martirio, bambini reclutati per combattere, usati come attentatori suicidi, testimoni di esecuzioni e violenze inimmaginabili. Anche un amico di Anjia è stato reclutato dai terroristi. «Era un bambino come me, si chiamava Adnan e ci conoscevamo da quando avevamo otto anni. Pochi mesi dopo l’arrivo dei miliziani Adnan ha provato a smettere di frequentare le loro lezioni, sua madre piangeva nelle braccia della mia ogni giorno, le confessava che Adnan tornava a casa chiedendo se fosse vero che per far felice il profeta avrebbe dovuto uccidere gli infedeli con le sue mani» afferma Anjia. «Una mattina sono arrivati a prenderlo, lo hanno portato nella moschea Al Nouri e gli hanno imposto di giurare fedeltà e cambiare il proprio nome. L’hanno portato in un campo di addestramento ad Hamam Al Alil e non abbiamo saputo più niente di lui finché un giorno altri miliziani hanno bussato alla porta di casa sua dicendo che Adnan era morto in battaglia, che Adnan era ormai un martire. Che era morto in nome di Allah».
Quando parla di Adnan, Anjia ha il volto rigato dalle lacrime, ripete «Era solo un bambino», cercando di trovare una spiegazione a ciò che ha visto e subito.
La completa liberazione di Mosul, ormai prossima, priverà l’Is della sua capitale irachena ma non cancellerà le premesse della sua espansione, gli scontri settari e le rivalità interne. Le atrocità compiute durante la battaglia sono i semi di una nuova polarizzazione che rischia di creare un altro ciclo di violenze e ritorsioni tra la maggioranza sciita e la comunità sunnita. Per questo motivo, tutte le ong presenti in Iraq e nei campi profughi in Kurdistan auspicano un massivo supporto psicologico e un solido processo di deradicalizzazione per le centinaia di migliaia di bambini indottrinati dall’Is.
Mustafa ha dieci anni, non si è mai spostato dal suo quartiere Wadi Ajar, a ovest di Mosul, non ha lasciato casa sua neppure durante i giorni più aspri della guerra. Racconta: «Mio padre dice che è meglio morire di fame in casa nostra che elemosinare il cibo in un campo profughi». Mustafa cammina tra le macerie del suo quartiere guardandosi intorno intimorito, sembra un riflesso della sua vita sotto l’Is, come se avesse paura di essere controllato, osservato, come se accanto a lui camminasse la paura di essere punito. «Ci hanno costretto a frequentare le scuole islamiche, hanno distrutto i nostri libri e li hanno sostituiti con i loro programmi. Insegnavano la matematica sommando le pallottole, una pallottola più una pallottola. Quando qualcuno di noi mostrava resistenza mandavano i loro figli a convincerci. Sembravano già adulti, erano armati, violenti, minacciosi» dice Mustafa. «Un giorno in classe un maestro mi ha detto che ero pronto per essere trasferito al campo di addestramento. Ho detto che non volevo, lui ha riso forte e ha risposto: “Non vuoi imparare a sparare come mio figlio? Lui ha undici anni e già usa il kalashnikov”. Ho scosso la testa. Dal giorno dopo mio padre mi ha tenuto nascosto in casa e non mi ha più mandato a scuola».
Mustafa racconta che i miliziani e i loro figli chiamavano a raccolta i ragazzi in strada, promettendo loro soldi, automobili e qualsiasi cosa desiderassero, donavano giochi e cibo ai più piccoli e soldi ai più grandi. «Poi sono cominciate le esecuzioni. Riunivano le persone intorno all’Università e impiccavano la gente, trascinavano tutti noi fuori di casa, costringendoci ad assistere perché ognuna delle persone impiccate potevamo essere noi, se non fossimo stati fedeli ai precetti del califfo. Anche un nostro vicino è stato ucciso, aveva trent’anni. L’hanno portato fuori di casa gridando che era una spia dell’esercito iracheno e l’hanno impiccato. A volte mi sveglio di notte pensandoci, non credo che riuscirò mai a dimenticare quella scena».
Anche Fatma, 14 anni, ha dovuto assistere a violenze inaudite. «Prima che ci invadessero avevamo grandi sogni. L’Is ha distrutto le nostre vite, ha distrutto ogni cosa, trasformando la nostra vita in miseria» dice la ragazza. Quando è iniziata l’offensiva Fatma e la sua famiglia sono rimasti intrappolati nella loro abitazione di New Mosul.
L’Is ha costretto loro e un’altra decina di famiglie a non uscire dagli edifici, per evitare di essere colpiti dai bombardamenti. «Le donne più anziane gridavano, i bambini non sapevano cosa fare, chiedevano cibo e il cibo non c’era. E più i bambini chiedevano cibo, più le madri piangevano. E nessuno osava chiedere niente ai miliziani. Tenevano il poco cibo per loro».
Fatma ricorda il rumore costante degli spari dei cecchini che ha accompagnato i giorni della battaglia, ricorda l’angolo della stanza dove ha trascorso giornate intere, senza potersi muovere, per paura di essere colpita. «Il giorno in cui siamo fuggiti è stato il giorno della mia libertà e del mio dolore più grande. Avevamo capito che l’esercito stava entrando. Gli uomini dell’Is ci avevano costretto a fare dei buchi sulle pareti per scappare senza essere visti. Improvvisamente un colpo. Ho scoperto solo dopo che si trattava di un colpo di mortaio. Siamo scappate velocemente ma mio padre è stato colpito da una scheggia, che l’ha ucciso. Quando penso a quel giorno penso che l’Is non ha solo distrutto la mia vita, l’Is ha distrutto il futuro di una intera generazione».
L'Osservatore Romano, 6-7 luglio 2017.