venerdì 21 luglio 2017

Gerusalemme
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) In questi giorni si respira un’aria molto pesante dentro le mura della Gerusalemme Vecchia. Gli anziani, quelli che ne hanno visto tante all’interno di quella terra contesa da tutti, parlano a mezza voce tra i negozi del suk o seduti sulle stradine lastricate di pietra dove i pellegrini scattano foto ad ogni angolo che ricorda la storia raccontata nella Bibbia e nei Vangeli. Succederà ancora qualcosa, purtroppo sarà così e bisognerà contare altre vittime. La violenza, l’odio sono tornati e questa volta hanno costretto gli uomini a scegliere come teatro uno dei luoghi più santi della città, la Spianata delle Moschee.
Sono davvero serviti a poco i proclami pomposi di tanti leader politici mondiali e le proposte di ulteriori conferenze di pace per risolvere definitivamente il conflitto tra i palestinesi e gli israeliani. Tutto questo continua a scorrere come acqua piovana sul terreno di una città, Gerusalemme appunto, che convive con la paura e l’odio da ormai troppo tempo. I potenti possono riunirsi quanto vogliono e possono prospettare tutti i piani di pace, le così dette road maps, inviando nuovi emissari, magari scelti tra parenti e amici stretti. Tuttavia chi vive la vita di ogni giorno in quei territori sa che dietro l’angolo c’è ancora troppa violenza e troppa diffidenza reciproca. Basta un nonnulla per far riscoppiare il caos e per riportare la paura tra le strette viuzze di una Gerusalemme vecchia da troppo insanguinata e violentata.
Ora si sta tentando nuovamente di usare la fede e l’importanza simbolica dei luoghi di preghiera per entrambi le religioni dei contendenti come grimaldello per dare il via libera a violenze e scontri. Non ci vuole tanto per riattizzare il fuoco ancora vivo sotto le ceneri di un conflitto che nessuno è riuscito a disinnescare, ma che ognuno cerca di tenere vivo magari proclamando il contrario nelle sessioni internazionali ufficiali perché nonostante tutto il conflitto fa comodo a molti. Il cliché usato anche questa volta è sempre lo stesso. Alcuni arabi palestinesi cercano di assalire i poliziotti israeliani di guardia alla Spianata delle Moschee e subito dopo, per ragioni di sicurezza, il governo israeliano interviene con misure che cercano, in qualche modo, di introdurre elementi nuovi in quello stato quo che regola la gestione di quel luogo così conteso dal 1967, ossia dall’occupazione israeliana di Gerusalemme Est e dell’intera Cisgiordania. Poi, sospinti da una sete di rivalsa mai sopita, si va oltre e allora, mentre si impedisce per ragioni di sicurezza ai palestinesi di poter entrare nella spianata per pregare, si concede ai fondamentalisti ebrei la possibilità di entrare nel luogo che fu sede del Tempio per pregare.
Così si rinvigorisce un vortice vecchio di decenni dove ogni elemento, compresa la fede, viene usato per una lotta politica di predominio territoriale che ha le sue origini nella nascita stessa dello Stato di Israele nel 1948, ossia quasi 70 anni fa. Come voler dare prova concreta a un principio della fisica che ci insegna che ad ogni azione corrisponde una uguale e opposta reazione, così in Terra Santa e, in particolar modo a Gerusalemme, ogni atto ostile di una parte innesca una serie di azioni e controreazioni che hanno solo un effetto concreto, allontanare la pace e generare solo odio tra i popoli che invece i politici e le cancellerie internazionali vorrebbero vedere vivere in pace in due distinti stati. La pace tra israeliani e palestinesi non è una utopia, ma va conquistata, costruita, voluta e coltivata da entrambi le parti in causa e non solo da chi comanda o ha ruoli di responsabilità.
Ancora una volta ciò che siamo chiamati a vedere non è altro che il risultato di una politica che, a tutti i livelli, parla di pace possibile ma non semina il germoglio del rispetto, della convivenza pacifica e della coabitazione sociale all’interno delle proprie comunità costrette a vivere gomito a gomito nella realtà quotidiana. Più passa il tempo e più il futuro di quelle terre, ossia i giovani che oggi portano avanti azioni sanguinarie e terroristiche, si convince sempre più che la pace per la propria parte non possa arrivare che lottando violentemente contro chi rappresenta un ostacolo, ossia contro l’altro che veste diversamente da me, vive diversamente da me e, soprattutto, prega diversamente da me pur credendo nello stesso Dio. Invece che lavorare ogni giorno con la società civile affinché si ribadisca la cultura del rispetto della fede di ognuno in modo che la religione di ciascuno non sia più usata come bandiera o come spada da brandire ingiustamente e impropriamente nella lotta violenta senza quartiere, chi ha responsabilità da entrambi le parti continua a fomentare le divisioni cercando di esasperare le differenze religiose e cercando di approfittare di ogni nuovo elemento per portare lo scontro su un terreno più fertile e più coinvolgente, quello religioso.
Ecco che così anche l’installazione di un metal detector a fini di sicurezza diventa elemento di lotta, di discriminazione, di conflitto religioso che sfocia in scontri e violenze. La realtà delle cose non è però quella legata alla volontà di voler usare nuovi sistemi di sicurezza in uno dei luoghi più sacri al mondo come, tra l’altro, accade ogni giorno in tante altre parti del mondo in prossimità di luoghi sacri e santi. La verità è che l’occupazione di Gerusalemme Est è ancora una ferita aperta, un fatto non digerito, un macigno che ha minato e minerà per sempre ogni tentativo internazionale di portare alla firma le parti in causa su un definitivo trattato di pace. Ecco perché l’uso di un metal detector in Piazza San Pietro a Roma non viene visto da nessuno come un affronto alla libertà di religione di qualcuno, mentre la sola idea di installarne uno in un ingresso laterale della Spianate delle Moschee di Gerusalemme Est provoca scontri fisici violenti per giorni interi con feriti e contusi da entrambi le parti.
I fondamentalismi, da ambedue le parti, hanno vita facile ad usare questi episodi come strumenti di lotta ideologica che fornisca loro legittimazione nell’uso della forza e della violenza. È un disco rotto che suona la stessa musica e rinizia sempre la stessa melodia da dove il disco si inceppa. La pace in Terra Santa e a Gerusalemme Est non arriverà mai se non si avrà il coraggio di affermare due semplici cose. La prima è che la religione non è un ostacolo o causa del conflitto ma, al contrario, una risorsa che può agevolare il rispetto reciproco partendo dalle esigenze comuni delle persone che subiscono ogni giorno il disagio, la paura e l’orrore della violenza. La seconda è che la pace non arriverà sul terreno come semplice decisione dei capi di stato di firmare un qualsivoglia documento o trattato mediato da altri leader mondiali, ma come esigenza e bisogno di entrambi i popoli che sentono di doversi integrare e vivere assieme senza più imputarsi reciprocamente fatti e misfatti.
La pace in Terra Santa e a Gerusalemme Est arriverà solo se si riuscirà a convincere chi vive in quell’angolo del mondo che nessuno dei propri vicini di casa è il nemico da annientare, l’ostacolo da superare, l’elemento da eliminare persino fisicamente, ma una risorsa con cui poter costruire il proprio futuro. L’odio va disinnescato sul campo a partire dalle diseguaglianze sociali, dalle discriminazioni civili, dalle imposizioni o divieti legato esclusivamente all’appartenenza sociale. La sete di pace va alimentata dall’interno e non imposta dall’esterno magari mettendo sul piatto delle trattative accordi economici, ruoli di egemonia geopolitica, strategie militari e di supremazia tra nazioni. Gerusalemme Est non deve essere usata né dimenticata, Gerusalemme Est deve essere aiutata ad essere un grande laboratorio da dove poter convincere il mondo che le diverse fedi sono una risorsa per il mondo e non l’alibi per chi vuole solo usare la violenza per sopraffare l’altro. Potrebbe sembrare un paradosso affermare questo proprio ora che la violenza scorre nuovamente nella città più santa al mondo, tuttavia se ci riflettiamo sopra con ponderazione forse potremmo accorgerci che non è affatto così.