sabato 1 luglio 2017

Germania
Intervento di padre Czerny al forum di Berlino su migrazione e sviluppo. Politiche globali oltre l’emergenza
L'Osservatore Romano
Lo sviluppo di politiche globali che rafforzino i legami di solidarietà tra i migranti e i Paesi di origine e destinazione è stato auspicato dalla Santa Sede al decimo forum mondiale su migrazione e sviluppo (Global forum on migration and development, Gfmd).
Svoltosi a Berlino, dal 28 al 30 giugno, sul tema «Verso un contratto sociale globale su migrazione e sviluppo», il Gfmd è un processo volontario di consultazione nel quale gli Stati scambiano buone pratiche nell’ambito delle questioni tra loro correlate delle migrazioni e dello sviluppo, con l’obiettivo di rafforzare il dialogo e la cooperazione internazionale, al fine di raggiungere risultati concreti attraverso strategie di azione tangibili.
Il forum 2017-2018 è co-presieduto da Germania e Marocco, e l’incontro di quest’anno è stato articolato in tre sottotemi collegati con quello principale: strategie nazionali per rafforzare l’efficacia delle politiche interne; partnership multilaterali e bilaterali per creare prospettive per uno sviluppo inclusivo; trovare strategie alternative a quelle statali.
La Santa Sede è stata rappresentata ai lavori nella capitale tedesca dal sottosegretario della sezione migranti e rifugiati all’interno del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, Michael Czerny. Il gesuita ha preso parte alle due tavole rotonde dedicate al secondo sottotema, con altrettante relazioni, rispettivamente su: «Oltre le emergenze, creare soluzioni di sviluppo per il mutuo beneficio degli sfollati e delle comunità di destinazione e di origine» e «Promuovere l’impatto di sviluppo dei migranti che fanno ritorno».
In particolare, nella prima, padre Czerny ha portato una toccante testimonianza personale. «A metà aprile di quest’anno — ha detto — ho avuto il privilegio di trascorrere parte della Settimana santa e della Pasqua sull’isola di Lampedusa», uno dei principali approdi sulle rotte mediterranee dei trafficanti di uomini. Un luogo così altamente evocativo e simbolico che è stato scelto dallo stesso Papa Francesco l’8 luglio 2013 come meta per il primo viaggio del suo pontificato. Proprio «al mattino di Pasqua, alle 3 — ha proseguito il religioso nel suo racconto — con il parroco sono andato al porto, incontro a un’imbarcazione carica di migranti. Il drammatico e profondamente umano momento dell’arrivo non sembrava promettere un reciproco beneficio per gli ospiti e per la comunità locale. Eppure non potevo fare a meno di pensare: “Ecco l’arrivo del meglio dell’Africa: la gioventù, il talento, il coraggio, la speranza”». In pratica, «sembrava essere un momento di perdita netta per l’Africa, senza necessariamente promettere vantaggi a quanti erano sopravvissuti al pericoloso viaggio e finalmente erano giunti sulla riva». In proposito il sottosegretario ha lodato il “metodo” attuato dalla parrocchia cattolica di San Gerlando a Lampedusa, che «ha scoperto una chiave importante per andare oltre l’emergenza: ogni donazione finanziaria viene equamente suddivisa, metà e metà, “50-50”, per soddisfare da un lato le esigenze dei migranti in arrivo e dall’altro quelle degli abitanti locali che hanno bisogno. Ciò realizza un principio molto semplice, concreto e sano per creare soluzioni di sviluppo durevoli» ha commentato.
Infatti, ha chiarito padre Czerny, «il principio “50-50”, relativamente facile da applicare, ci riporta a una delle basi fondamentali degli Obiettivi di sviluppo sostenibile: affrontare i bisogni delle persone sia nei paesi sviluppati, sia in quelli in via di sviluppo, in modo tale che “nessuno venga lasciato indietro”».
Dunque quello sperimentato a Lampedusa può essere considerato un metodo valido non solo per i migranti, ma anche per le masse di sfollati che tendono a rimanere “nei” o vicino ai paesi di origine. Basti pensare alle zone di frontiera di Paesi vittime di guerre, di violenze interne o di catastrofi naturali in Africa e in Asia. Portando il massimo peso dell’accoglienza e dell’integrazione di molti nuovi arrivati, tali aree possono essere esposte a conflitti tra questi ultimi e le popolazioni locali che sono anche molto bisognose. «I poveri che arrivano e i poveri locali — ha spiegato il relatore — avrebbero lo stesso diritto di aiuto in termini di cibo, acqua, abbigliamento, rifugio, assistenza sanitaria, istruzione, comunicazione, sicurezza e sviluppo». E la soluzione “metà-metà”, se ispirata a principi di giustizia, trasparenza e buon senso, appare valida per far muovere i cosiddetti “fondi di emergenza” ben “oltre le emergenze”.
Nella successiva tavola rotonda, dedicata al complesso fenomeno dei migranti di ritorno, padre Czerny è tornato di nuovo sulle «tensioni» che possono crearsi tra le popolazioni locali in condizioni di povertà e il migrante di ritorno. Il quale, «partito alla ricerca di condizioni di vita e condizioni economiche migliori, qualunque sia la sua condizione e qualunque sia il motivo del rientro, potrebbe essere considerato da chi è rimasto come “altro” e persino “invadente”». In tale contesto, poi va considerato che gli stessi migranti di ritorno potrebbero coltivare «sentimenti di sconfitta, di fallimento». E — ha spiegato il gesuita — lo stress o, al contrario, il senso di superiorità in chi torna “avendocela fatta” rappresentano un ostacolo al loro reintegro nella società. Ulteriori elementi di destabilizzazione rimarcati dal relatore sono le scarse prospettive economiche e le preoccupazioni in materia di sicurezza. Per questo, ha avvertito, «quando la migrazione di ritorno non è ben gestita e dove le risorse per l’integrazione sono insufficienti, i migranti che ritornano possono essere percepiti come un onere o una minaccia per la coesione sociale delle comunità riceventi».
Da qui l’invito a favorire il riconoscimento della formazione professionale e dell’esperienza maturata all’estero. «In tal modo — ha concluso — le comunità a cui i migranti ritornano potranno beneficiare, per esempio, di operatori sanitari qualificati, insegnanti, artigiani, commercianti».

L'Osservatore Romano, 1° - 2 luglio 2017