mercoledì 19 luglio 2017

La Stampa
(Walter Raube e Salvatore Cernuzio) La verità prima o poi viene sempre a galla. Quella sulle indicibili violenze e sevizie perpetuate per decenni ai danni dei giovanissimi membri del coro di voci bianche dei «Passeri del Duomo di Ratisbona» riempie 400 pagine ed è contenuta nel rapporto finale presentato ieri dall’avvocato Ulrich Weber, incaricato nel 2015 dalla diocesi tedesca di far luce su questa terribile vicenda. Il risultato della sua inchiesta è sconcertante e porta alla luce il clima infernale che dal 1953 al 1992 vigeva all’interno del coro e della sua scuola.
Le percosse, le durissime punizioni fisiche, i maltrattamenti, le privazioni del cibo, le prigionie in cantina, fino alle sevizie sessuali e agli stupri erano all’ordine del giorno per almeno un terzo degli alunni e componenti del coro. In tutto 547 vittime, tutti bambini fra i sei e i dieci anni, affidati dai loro genitori alla Chiesa per far parte di uno dei più prestigiosi e millenari ensemble di voci bianche del mondo.
Quello dei «Regensburger Domspatzen», fondato nel lontano anno 975 ed esibitosi persino per la Regina Elisabetta e per Giovanni Paolo II. Un grande privilegio e una distinzione sociale che per i fanciulli del coro però si è trasformata spesso in un incubo e in un abisso di torture e violenze. Come quelle subite da
Alexander J. Probst, entrato nel 1968 a far parte del famoso ensemble. «Un insegnante costringeva me e gli altri bambini a partecipare ad un gruppo segreto; durante gli incontri, che avvenivano nella sua stanza, l’uomo beveva birra e alcol, fumava e guardava pornografia. Piano piano iniziò ad entrare nei dormitori dei ragazzi durante la notte e ad infilarsi nei loro letti. Prima erano carezze, palpate, abbracci, poi violenze e abusi». È solo una delle tante testimonianze contenute nel rapporto di Ulrich Weber che, accanto alle drammatiche esperienze personali delle vittime, punta anche il dito contro i responsabili e tutti coloro che pur sapendo hanno taciuto e si sono fatti così complici del terrore. Primo fra tutti l’allora vescovo di Ratisbona, il cardinale Gerhard Ludwig Müller e fino al primo luglio scorso prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e accusato nel rapporto di aver prima negato l’accaduto e poi di avere intralciato le indagini e il lavoro dello stesso team istituito da papa Francesco per lottare contro la pedofilia in Vaticano.
Ma una terribile ombra cala anche attorno alla figura di Georg Ratzinger, il fratello di papa Benedetto XVI e dal 1964 al 1993 direttore del Coro di Ratisbona. «Monsignor Ratzinger avrebbe saputo degli abusi e delle violenze, ma ha taciuto», si legge nel rapporto. «In particolare, ha distolto lo sguardo, o comunque ha mancato di intervenire». Nel 2010, dopo che lo scandalo era venuto alla luce per la prima volta, Georg Ratzinger aveva negato ogni responsabilità limitandosi ad ammettere l’uso sporadico di piccole punizioni fisiche (tirate d’orecchi e sberle) contro gli alunni e giustificandole come indispensabili per l’educazione dei giovani alla «disciplina e al rigore».