lunedì 24 luglio 2017

Francia
Intervista all’arcivescovo Dominique Lebrun nel primo anniversario dell’uccisione di padre Jacques Hamel. Esemplare perché semplice
L'Osservatore Romano
(Charles de Pechpeyrou) Dominique Lebrun era arcivescovo di Rouen da nemmeno un anno quando padre Jacques Hamel fu assassinato alla fine della messa che stava celebrando la mattina del 26 luglio 2016, nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray. Oggi, all’avvicinarsi del primo anniversario di questo drammatico evento, il presule si confida all’Osservatore Romano ricordando quanto sia rimasto in lui impresso il segno della morte "straordinaria" di questo "prete esemplare", la cui semplicità parla a tutti e fa di lui un prete universale. Inoltre, mentre la causa di beatificazione è stata avviata da tre mesi, Lebrun si rallegra della pace che regna intorno al ricordo dell’anziano sacerdote, “seminatore di pace”.
Come ha vissuto quest’anno trascorso dopo l’assassinio di padre Jacques Hamel? Come un anno di lutto, con le sue tappe: il funerale, l’incontro con il Papa e la riapertura della chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray il 2 ottobre scorso. Ci sono stati poi numerosi incontri, con la famiglia, la comunità musulmana, la parrocchia e le altre vittime. Andando avanti nell’anno liturgico, mi chiedevo: cosa succede nella parrocchia di Saint-Étienne-du-Rouvray a Natale, il venerdì santo, a Pasqua, nel giorno in cui ordino diacono in vista del sacerdozio un giovane che si chiama Julien Hamel, cosa succede oggi nel primo anniversario del suo assassinio?
Padre Hamel è entrato a far parte della sua vita quotidiana?
Padre Hamel — e la sua morte — sono entrati a far parte del mio quotidiano. Come potete intuire, adesso che è morto, padre Hamel è ancora più vivo. La sua figura di sacerdote, semplice ed esemplare, mi interroga come pastore e vescovo sul modo di considerare la vita dei preti, su quello che mi aspetto da parte loro in termini di “efficienza”. Devo senza sosta convertirmi, passare da questa richiesta di efficienza all’ammirazione per la loro fecondità, il che è un po’ diverso: l’efficienza consiste nel voler ottenere qualcosa con i propri mezzi, la fecondità invece deriva dal fatto che siamo in due, che è la grazia del Signore che agisce, proporzionalmente alla nostra santità e non alla nostra ingegnosità e alle nostre capacità riconosciute da una comunità o dalla società. Sì, posso dire che quello che è avvenuto mi ha trasformato come vescovo. L’evento drammatico condiviso da altri mi ha anche avvicinato alla società locale nelle sue diverse componenti: naturalmente al comune di Saint-Étienne-du-Rouvray, e quindi agli altri comuni del territorio. E d’ora in poi sono legato alla comunità musulmana e a tutte le altre comunità di credenti sul territorio della mia diocesi. Sono legato in un modo nuovo a questa parrocchia, al suo gruppo pastorale, al suo parroco che proviene dalla Repubblica Democratica del Congo. Attraverso loro, sono maggiormente vicino alle parrocchie della mia diocesi e al presbiterio nella sua diversità.
Oggi, un anno dopo l’assassinio, come definirebbe padre Hamel?
Un sacerdote semplice ed esemplare. Forse esemplare perché semplice. Il secondo aspetto è la sua morte, straordinaria, che somiglia alla morte di un martire, alla morte di Gesù, cioè a un innocente che ha dato la sua vita per Dio e che è stato ucciso consacrandosi a Dio. Questo resta per me qualcosa di ancora nuovo, allo stato embrionale, che non ha ancora prodotto il suo frutto, che mi sorprende ancora, e che in un certo modo non mi appartiene più. Ci vorrà del tempo, questo dipenderà da quello che vive il popolo di Dio ma anche dall’opinione pubblica in senso più largo. E dipenderà anche da quello che la Chiesa deciderà per la sua beatificazione o meno, perché non è la stessa cosa se padre Hamel entra nel culto pubblico o se rimane nella preghiera ordinaria e privata del cristiano.
A questo proposito, può ricordarci come è iniziato il suo processo di beatificazione?
La storia del processo di beatificazione di padre Hamel comincia all’indomani della sua morte: la parola martire è pronunciata da numerose persone e si ritrova nelle varie lettere che ho ricevuto. Questo è il fondamento stesso della dichiarazione di un santo o martire, quello che noi chiamiamo la fama di santità o di martirio. Poi, ero naturalmente al corrente che il processo poteva aprirsi solo dopo un periodo di cinque anni dalla morte del sacerdote. Ma le cose sono cambiate durante il pellegrinaggio diocesano compiuto a Roma a settembre 2016: con le sorelle di padre Hamel, eravamo stati invitati a partecipare alla messa di Papa Francesco a Santa Marta, il 14, festa dell’esaltazione della Santa Croce. Come si sa, il Papa ha personalmente pronunciato queste parole forti: «È un martire! E i martiri sono beati, dobbiamo pregarlo». Da quel momento, ho avuto il bisogno di sapere cosa questo volesse dire. Con il prefetto della Congregazione delle cause dei santi, il cardinale Angelo Amato, abbiamo pensato di chiedere al Papa se fosse suo desiderio abbreviare i tempi. È quello che ha fatto, indicando che bisognava forse accelerare i tempi per beneficiare degli elementi di prova che sono le testimonianze delle altre vittime dell’attentato, prevalentemente molto anziane. Perciò il processo si è accelerato, ma so anche che, come dice un adagio, una giustizia serena è anche una giustizia lenta. Per questo motivo, prendiamo il tempo necessario affinché le cose si facciano non solo secondo le norme canoniche ma anche con molta serietà.
A che punto stiamo?
La prima sessione del processo si è svolta il 20 maggio scorso, e il tribunale ha ascoltato, alla data di oggi, una decina di testimoni sui sessantanove che sono stati presentati all’udienza di apertura, pur restando la possibilità per il tribunale di convocare altri testimoni per un supplemento di inchiesta. Sono in contatto con padre Paul VIgouroux, il postulatore, ma non assisto alle udienze, e rimango a distanza affinché la giustizia si svolga senza alcuna pressione. Probabilmente, il risultato dell’inchiesta sarà inviato in Vaticano nell’arco di uno o tre anni.
Nel caso in cui il Pontefice dichiarasse padre Hamel beato, il culto pubblico della Chiesa cattolica sarebbe autorizzato. Ma non ci troviamo già di fronte a una risonanza che oltrepassa le frontiere, alimentata proprio dal fatto che padre Hamel è stato un prete semplice, la cui figura parla a ognuno di noi?
È quella che viene chiamata fama di santità o di martirio. Questa è la prima condizione: la Chiesa non dichiarerà beato qualcuno che non abbia questa fama. E quello che è chiamato sensus fidei, quello che il popolo di Dio, e più largamente oggi l’umanità, può percepire di questa eco autentica di santità di Dio. Lo vedo attraverso i turisti che visitano la cattedrale di Rouen, le persone che si recano alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray o presso la sua tomba. Lo vedo anche nelle lettere che ricevo o negli incontri con persone esterne. Effettivamente, la sua semplicità parla a tutti: è stato un prete cattolico, un prete universale. Cosa ricordano le persone? Che ha battezzato, ha celebrato i matrimoni, ha predicato, ha celebrato la messa con fedeltà, che era ben integrato nella sua città. È quello che fa anche ogni giorno un prete in Australia, in Kenya, in India o in America latina. Non era un prete mediatico, era un prete diocesano, un prete e basta, e questo parla a tutta l’umanità.
Passiamo dall’umanità al catalogo dei santi. Accanto a quale santo, se la beatificazione avesse luogo, lei collocherebbe padre Hamel?
Non posso rispondere ancora a questa domanda perché sono tuttora in tempo di lutto, e non mi proietto nel futuro. La sola riflessione che ho fatto è di ordine cronologico. Tra i santi locali, non abbiamo nella diocesi di Rouen dei santi recenti. I nostri santi risalgono per lo più ai tempi della fondazione della diocesi, al quarto secolo, al tempo delle invasioni barbariche, in breve prima dell’anno Mille. Una delle sante più recenti è Giovanna d’Arco, morta nel 1431. Ci sono alcuni santi più recenti, come santa Teresa del Bambino Gesù e san Giovanni Eudes. Allora mi sono detto che potremmo avere in questa circostanza un santo contemporaneo.
Ha qualcosa da aggiungere in particolare su questi ultimi mesi?
Si può dire che la sua morte è stata un avvenimento estremamente forte dal punto di vista umano e spirituale. In un anno, non ci sono mai stati dissensi riguardanti padre Hamel, come mettere in ordine o vuotare il suo appartamento, che giorno dire la messa o meno, se ci si dà abbastanza da fare, perché ognuno di noi vive qualcosa di singolare: la famiglia, la diocesi, i preti della sua generazione, la Chiesa in Francia ma anche le collettività territoriali e la comunità musulmana. Non sono mai stato a conoscenza di opinioni diverse che siano diventate conflittuali, il che è molto raro. Padre Hamel ha seminato pace!
L'Osservatore Romano, 24-25 luglio 2017