domenica 2 luglio 2017

Congo (Rep. Dem.)
(Anna Pozzi) «Il paese va molto male. Una minoranza di cittadini ha deciso di tenere in ostaggio la vita di milioni di congolesi. È inaccettabile. Dobbiamo riprendere in mano il nostro destino comune». Scrivevano così i vescovi della Repubblica Democratica del Congo al termine della loro 54ª Assemblea plenaria lo scorso giugno. Un messaggio durissimo, di analisi ma anche di denuncia, per un paese che appare sempre più alla deriva.A un anno di distanza, resta probabilmente uno dei documenti più puntuali ed espliciti sull’attuale situazione — quanto mai caotica e drammatica — della Repubblica Democratica del Congo. Un paese attraversato da conflitti e violenze, da una grave crisi economica e umanitaria, da problemi immani di corruzione, banditismo, appropriazione indebita di fondi, ma piegato anche da una pesante svalutazione della moneta e da un tasso di disoccupazione giovanile alle stelle.
La situazione più drammatica oggi è quella della regione diamantifera del Grande Kasai, interessata negli ultimi dieci mesi da violentissimi scontri tra milizie legate all’autorità tradizionale locale e l’esercito nazionale. Scontri che hanno preso di mira soprattutto la popolazione civile e hanno coinvolto moltissimi ragazzini, costretti a compiere azioni atroci.
Nel cosiddetto «Libro bianco», pubblicato giorni fa dal governo congolese, si parla di «giovani combattenti tra gli otto e i 25 anni di età, reclutati volontariamente o con la forza, introdotti a pratiche occultistiche, che uccidono e decapitano a sangue freddo degli innocenti». Si legge di «giovani consumatori di droghe, che intraprendono azioni terroristiche, prendono in ostaggio persone innocenti, effettuano esecuzioni sommarie e mutilazioni di cadaveri al fine di provocare il panico tra la popolazione e servirsene come mezzi di ricatto per trattative e negoziazioni».
Lo stesso esercito nazionale, tuttavia, è stato protagonista di una repressione durissima e non sempre mirata contro i miliziani, ma spesso anche contro la popolazione. Lo denuncia un recente rapporto del Consiglio Onu per i diritti umani, che chiede una commissione internazionale indipendente per investigare sui terribili crimini commessi in quella regione. Ma il governo di Kinshasa nega che le proprie forze di sicurezza abbiano fatto un uso eccessivo della forza e si dice capace di un’azione di investigazione propria.
La macabra contabilità di questa sciagura — che si è abbattuta su una delle regioni potenzialmente più ricche ma di fatto tra le più abbandonate del paese — parla di 52 fosse comuni, circa 3500 morti da ottobre, una ventina di villaggi completamente distrutti, più di un milione di sfollati interni e trentamila profughi fuggiti in Angola.
Anche le strutture della Chiesa sono state pesantemente prese di mira. Secondo la Conferenza episcopale congolese, sessanta parrocchie sono state profanate e distrutte, 31 centri sanitari saccheggiati e 141 scuole danneggiate e chiuse, così come cinque seminari. Due vescovi — quello di Luiza e quello di Luebo, la cui abitazione è stata distrutta — sono costretti a vivere in esilio. Sette ecclesiastici sono stati sequestrati e poi liberati.
Secondo la Rete Pace per il Congo, «dal punto di vista della milizia (ferocemente anti-governativa, ndr), la Chiesa cattolica è anche quella che, attraverso un dialogo politico tra maggioranza e opposizione, ha mantenuto il presidente Joseph Kabila al potere anche dopo la fine del suo secondo e ultimo mandato presidenziale. Le chiese e le scuole possono quindi essere saccheggiate e addirittura incendiate, il loro personale può essere maltrattato, ma raramente ucciso».
Paradossalmente, la Chiesa che ha facilitato il raggiungimento del cosiddetto Accordo di San Silvestro, firmato alla fine dello scorso anno da governo e opposizioni, si trova oggi in mezzo a due fuochi, presa di mira dall’uno e dall’altro campo. Perché, di fondo, nessuno sembra intenzionato a rispettare tale accordo. Il primo a fare di tutto per sabotarlo è proprio il presidente Kabila, che è rimasto sì al potere, dopo la scadenza del suo mandato lo scorso 19 dicembre, ma, in base all’accordo, dovrebbe accompagnare la realizzazione di elezioni locali, parlamentari e presidenziali entro la fine di questo anno, senza tuttavia potersi ricandidare.
«Per mancanza di volontà politica — si legge nel documento della Conferenza episcopale — la messa in pratica integrale di tale accordo è insignificante. Disprezzando la sofferenza della popolazione, gli attori politici moltiplicano le strategie per vuotarlo del suo contenuto, ipotecando la tenuta di elezioni libere, democratiche e pacifiche. Per questo, esortiamo tutte le parti in causa ad assumere pienamente le proprie responsabilità in buona fede e per amor patrio. Altre pretese soluzioni messe in campo non contribuiscono alla coesione nazionale. Rischiano piuttosto di accelerare l’implosione del paese».
Quello del Kasai, infatti, è solo uno dei molti focolai di crisi che attraversano la Repubblica Democratica del Congo. Governo nazionale e Nazioni Unite (che hanno perso due loro esperti nella regione lo scorso marzo) si rimpallano accuse e responsabilità. L’unica cosa certa, in questo momento, è che la missione Onu per il Congo (Monusco) — una delle più lunghe (18 anni) consistenti (quasi 20 mila uomini) e costose (1,2 miliardi di dollari l’anno), ma anche una delle più inefficaci e contestate — verrà ridimensionata. Una decisione del Consiglio di Sicurezza che dimostra una volta di più la sua inadeguatezza ad affrontare una delle crisi più gravi attualmente in corso nel mondo.
Nelle regioni orientali, la situazione di instabilità, violenza e conflitto si trascina ormai da vent’anni. Con un carico di morti, per cause dirette e indirette, agghiacciante: circa sei milioni di persone, in gran parte donne e bambini, un vero e proprio olocausto africano. A cui si accompagna una vasta opera di distruzione delle cose e degli esseri umani, un processo di disumanizzazione del vivere civile che non risparmia nessuno e che ha raggiunto livelli insopportabili. Sono decine di migliaia le donne vittime di violenze sessuali in questa regione ancora oggi fuori controllo; così come sono migliaia i ragazzini arruolati più o meno a forza nelle varie milizie: senza prospettive, senza vie d’uscita, vittime e, al tempo stesso, carnefici. Senza parlare delle molte forme di grave sfruttamento e di fenomeni in preoccupante crescita, come quello dei bambini e delle bambine accusati di stregoneria e talvolta uccisi nei modi più barbari.
I vescovi ricordano che nelle regioni orientali del Kivu, Tanganica e Ituri continuano a esserci «molte vittime e sfollati, dovuti agli scontri tra forze dell’ordine e ribelli, ma anche alle crescenti tensioni tra etnie e comunità, come quelle tra batwa (pigmei, ndr) e bantu: una tragedia che sembra dimenticata. La popolazione è stata spinta ad abbandonare le terre, i campi sono stati devastati e la fame si fa già sentire».
Il tutto in una regione che è potenzialmente tra le più ricche al mondo di materie prime e, proprio per questo, tra le più martorizzate. È proprio a causa dello sfruttamento indiscriminato delle risorse del sottosuolo — in particolare, oro, coltan e cassiterite — che l’est del paese continua a vivere una situazione di gravissima instabilità e violenza. A tutto vantaggio dei paesi limitrofi — Rwanda, Uganda e Burundi, in primis — ma anche di tutti coloro che in giro per il mondo, dagli Stati Uniti all’Europa sino alle potenze asiatiche, continuano ad acquistare quelle materie prime, magari con certificati falsi.
Lo scorso 3 aprile il Consiglio europeo ha adottato nuove regole per bloccare le importazioni dei cosiddetti «minerali insanguinati», che vengono scavati in particolare in questa regione con metodi artigianali e spesso con manodopera minorile gravemente sfruttata: ragazzini costretti a strisciare nelle strette fessure delle miniere senza alcuna forma di protezione e sicurezza (si stima siano almeno 40.000); e ragazzine sfruttate per il trasporto di vettovaglie o come schiave sessuali. Le nuove regole europee riguardano, in particolare, quattro minerali: tungsteno, stagno, oro e tantalio (di cui si compone il coltan, insieme alla columbite). Quest’ultimo è un minerale strategico sia per l’industria tecnologica che per quella bellica.
Secondo le nuove normative, gli acquirenti saranno obbligati a garantire che non ci sia alcun legame tra la loro catena di fornitura e i gruppi armati o criminali che sfruttano miniere e manodopera. Peccato che queste nuove misure entreranno in vigore solo nel 2021 e che, nel frattempo, oltreoceano il presidente Donald Trump spinga per la liberalizzazione del commercio di minerali, compresi quelli provenienti da zone di conflitto.
In questa composita e tragica congiuntura interna e internazionale è difficile immaginare un futuro di pace per la Repubblica Democratica del Congo. Specialmente se, come sembra sempre più evidente, non si riuscirà a superare l’impasse politica che sta bloccando il paese. La Chiesa cattolica ha denunciato in più occasioni il tentativo di «balcanizzazione del Congo», portato avanti sia da forze interne che dai paesi limitrofi per applicare a questo enorme e complesso paese la logica del divide et impera per questioni di potere e soprattutto di controllo del territorio e di sfruttamento delle sue risorse. Una logica che può essere contrastata solo con la tenuta di elezioni davvero libere, pacifiche e democratiche. Ma se, sulla carta, con la firma dell’Accordo di San Silvestro tutti sembrano disponibili a organizzare tali consultazioni, nei fatti, sia il governo che l’opposizione — molto frammentata al suo interno — non stanno facendo nulla per renderle possibili.
«La situazione miserabile nella quale viviamo oggi è una conseguenza della persistente crisi socio-politica dovuta principalmente alla non organizzazione delle elezioni secondo quanto prescritto dalla Costituzione del paese», lamentano i vescovi congolesi. Che sembrano gli unici, o quasi, davvero interessati a sbloccare una situazione che si fa ogni giorno più difficile e drammatica per la popolazione della Repubblica Democratica del Congo.
L'Osservatore Romano, 1° - 2 luglio 2017.