lunedì 10 luglio 2017

(Marco Ventura) Parlare di diversità è facile. Difficile è parlare di eguaglianza. Soprattutto in tema di religione. Le  maggioranze sono troppo spaventate per cedere posizioni di vantaggio, anche solo accettando la  retorica dell’eguaglianza. Le minoranze stanno al caldo delle loro oasi protette, e sopportano la  diseguaglianza per poterne beneficiare dove a loro favorevole. Si è tornati a parlare di tolleranza,  spesso nella forma politicamente corretta dell’«accomodamento ragionevole». Credenti immigrati e  cristiani tradizionalisti non chiedono eguaglianza, ma eccezioni, esenzioni, obiezione di coscienza. Nel consenso generale si alza una voce contraria; per la quale la parola eguaglianza non deve essere tabù. È la voce della filosofa, sociologa e giurista canadese Lori Beaman. Da anni protagonista del  dibattito globale sulla multi-religiosità e la laicità, la studiosa propone nel suo nuovo volume la tesi  dell’«eguaglianza profonda». È fatta di tre ingredienti l’eguaglianza dell’autrice di Deep Equality in an Era of Religious Diversity , appena uscito da Oxford University Press. In primo luogo l’eguaglianza profonda è la realtà quotidiana delle innumerevoli storie di  convivenza possibile tra credenti di fedi diverse e tra credenti e non credenti; sono i «non-eventi»,  le soluzioni adottate da gente qualsiasi lontano dai riflettori. In secondo luogo l’eguaglianza  profonda è interazione con l’altro, accettazione della differenza, esplorazione del registro emotivo,  senso della giustizia, creazione di comunità. Infine, l’eguaglianza profonda è riconoscimento di ciò  che è simile, ricerca di ciò che è comune. È profonda, dunque, l’eguaglianza di Beaman, perché in  costante stato di sperimentazione nella realtà, perché costruttrice di legami e perché tesa a ciò che  accomuna. In questo senso, essa diverge alquanto dall’astratta eguaglianza prescrittiva dei giuristi e  dei politici; e appunto, dal paradigma dominante della «tolleranza a denti stretti», parole  dell’autrice, e di un accomodamento ragionevole attraverso il quale «si preserva la gerarchia del  potere». L’eguaglianza profonda va molto più lontano, risolve davvero, e però opera attraverso micro- processi di azione individuale e di gruppo, nelle relazioni sociali e negli scambi interpersonali, tra  alti e bassi, in forme che variano di luogo in luogo e di tempo in tempo, e perciò può risultare,  ancora con le parole di Lori Beaman, di una «scoraggiante fragilità». Deep Equality in an Era of  Religious Diversity è un libro ricco di riferimenti al dibattito sociologico, filosofico, politologico e  giuridico degli ultimi anni, ma è soprattutto un libro di storie. Alcune sono tratte da ricerche  precedenti sulla diversità religiosa, spesso della stessa Beaman; altre derivano invece da incontri  personali, talvolta persino casuali, dell’autrice; altre ancora da film e romanzi. Dall’Isola dei cervi  dove abita, al largo delle coste del New Brunswick, Canada, Lori Beaman conduce il lettore in giro  per il mondo e analizza narrazioni greche e turche, libanesi e israeliane, canadesi e australiane,  indiane e sudafricane. Il punto di partenza è la convinzione che non si debba leggere la diversità religiosa anzitutto come  un problema. La studiosa del Dipartimento di scienze religiose dell’Università di Ottawa dice in  proposito a «la Lettura»: «Il libro è nato da un’amica che un giorno mi ha chiesto perché noi  studiosi ci concentrassimo solo sui problemi. La sua domanda mi colpì; mi fece pensare a quanta  gente è spesso gentile, rispettosa e generosa e a cosa potrebbe succedere se cercassimo in queste  persone la risposta a come poter vivere bene insieme». Nel volume scritto in gran parte durante un  soggiorno sul lago di Como, presso il Centro della Rockefeller Foundation di Bellagio, l’intuizione  di Beaman si sviluppa in una trama argomentativa saldata ai racconti. Fino alla tesi più importante  dell’autrice: per la quale raccontare storie di negoziazione della differenza non soltanto corregge un  quadro deforme, ma ha il potere di incidere sulle mentalità e sui comportamenti e in fondo aiutarci a vivere meglio. Il presupposto chiave, che a molti non piacerà, è la critica di Beaman a una visione  pura e statica delle identità religiose. Visione sbagliata, secondo la studiosa, perché invece le  identità sono fluide e contestuali; perché la religione è per la maggior parte delle persone soltanto  una identità tra tante, dunque non una categoria isolata, ma parte di un tessuto in permanente  filatura; ancora, perché una concezione rigida delle identità religiose induce a trascurare le tante  manifestazioni non in linea con l’ortodossia e dunque «blocca la nostra visione della complessità  sociale e ci spinge all’angolo». Il dialogo interreligioso è per Lori Beaman la migliore illustrazione dei guasti prodotti da  un’identità religiosa malintesa e esagerata. Paradossalmente, esso presuppone le rigide identità il cui problema si ritrova poi a dover affrontare. Convocando i rappresentanti delle fedi e basandosi sulla  differenza tra di esse, l’interreligioso si fonda, scrive l’autrice, «su un eccessivo sentimento di  differenza e sull’approccio autocompiaciuto» del «mio amico musulmano» e del «mio fratello  cristiano». Donde lo scetticismo della Beaman per le pronunce dei leader religiosi: le quali si  rivelano «molto meno utili per esplorare l’eguaglianza profonda di quanto non sia invece la vita di  tutti i giorni». A più riprese, nel libro, l’autrice si interroga sulla tenuta della sua tesi davanti ai tanti  casi di coabitazione multi-religiosa degenerati in conflitto e violenza. «Sarò idealista?», si chiede  Lori Beaman nel dialogo con «la Lettura». Davanti allo stereotipo, al dolore, alla rabbia,  l’eguaglianza profonda sembra rivelarsi, più che fragile, «vuota». Eppure essa «circola, plasma e  rimodella il sostrato della vita sociale». L’Isola dei cervi, circondata dall’Atlantico profondo, può  tagliare un intellettuale fuori dal suo tempo. O forse no; forse può far vedere meglio la verità del  mondo.