martedì 18 luglio 2017

Brasile
Nell’Amazzonia brasiliana. Se il Vangelo parla tikuna
L'Osservatore Romano
(Egidio Picucci) Alla manifestazione che recentemente gli indigeni brasiliani hanno organizzato sull’Esplanada dos Ministérios a Brasília, inscenando un simbolico funerale per ricordare l’uccisione dei difensori delle loro terre ancestrali (nonostante il 13 per cento del territorio sia considerato di proprietà indigena), non ha partecipato alcun appartenente alla tribù tikuna, la più numerosa delle duecentoquaranta che vivono in Brasile. E questo non perché essa non condivida la loro giusta protesta o sia soddisfatta della propria situazione, per la quale anch’essa, anni fa, ha pagato il suo tributo di sangue. Si è trattato, piuttosto, di un’assenza dettata, in parte, dalla loro particolare indole e, in parte, dalla loro storia.
«La loro grandezza d’animo — spiega Evangelista Alcimar Caldas Magalhães, vescovo emerito di Alto Solimões, dove vivono i tikunali — li ha aiutati ad adattarsi alla vita moderna, pur conservando usi e tradizioni tribali, coniugati con i valori della sincerità, della trasparenza, della schiettezza e della ricerca costante della pace con tutti, dialogando». E questo grazie anche all’ultracentenario lavoro dei missionari cappuccini italiani, soprattutto a Belém do Solimões, centro spirituale della tribù.
Fin dagli inizi, i missionari hanno cercato di educare la gente al rispetto della dignità dell’altro, alla valorizzazione della cultura, della lingua, delle tradizioni, dei costumi e dei riti negli oltre settanta villaggi in cui vivono gli indigeni, raggiungibili solo con la canoa, anche con giorni e giorni di navigazione. Ovviamente non hanno fatto “miracoli”, anche se le cronache missionarie raccontano dettagliatamente le iniziative per la formazione umana dell’individuo, affidata non solo alla scuola, ma anche alla proposta di un lavoro dignitoso e redditizio con la costruzione di fornaci, l’apertura di segherie e di falegnamerie.
Oggi, con la collaborazione dei laici, i missionari hanno favorito la nascita dell’associazione Mapana (nome della prima donna mitologica tikuna) formata soprattutto da donne, che ha creato numerosi posti di lavoro incentivando la produzione agricola con nuove tecniche e nuove piantagioni affidate ai giovani, strappati così all’alcol e alla droga.
A fianco dell’associazione Mapana è cresciuto il progetto Kurupira (bambino) sorto per rafforzare l’unità familiare e garantire un serio percorso formativo ai piccoli, avviati a una crescita dignitosa, nonché la formazione di una coscienza sociale con le attività previste da un programma elaborato comunitariamente: sport, ginnastica, capoeira, danza, canto, musica e corsi di informatica, aperti anche ai leader della tribù, ai capivillaggio e ai consiglieri della salute, invitati a favorire una sana libertà personale e sociale. L’ultima realizzazione riguarda l’apertura della Fazenda da Esperança, un centro di recupero per i lebbrosi di oggi: le vittime dell’alcol, dell’aids e della droga che sta sterminando la gioventù, dato che l’Amazzonia è una delle vie privilegiate del narcotraffico internazionale.
A queste iniziative si affianca la catechesi in lingua tikuna — non imposta, ma lasciata crescere accanto alla cultura e alla religiosità dell’etnia — alla quale partecipano cento gruppi di giovani e bambini (trecento solo a Bélem) per un totale di oltre mille partecipanti, sparsi in trenta villaggi, affidati a oltre quaranta catechisti della tribù e visitati almeno una volta al mese dal missionario. Con loro e per loro si lavora per salvare la cultura indigena organizzando ogni anno il festival indigeno dell’Eware e le “olimpiadi” a cui partecipano centinaia di giovani che riscoprono la bellezza della vita.
«La sfida più grande accettata dai missionari — aggiunge monsignor Magalhães — è stata riuscire a far convivere diciassette etnie diverse migliorando l’attenzione all’uomo, al cittadino e, in generale, a tutta la vita pubblica e formando coloro che si occuperanno dello sviluppo, in primis i politici. Abbiamo discusso a lungo con duecentottanta entità diverse per la promozione; abbiamo lavorato con i consiglieri comunali per elaborare progetti collettivi per migliorare l’istruzione, la sanità, il lavoro, l’aiuto alle donne lasciate dai mariti, migliorando molto la vita familiare. Abbiamo vissuto anni intensi costruendo scuole e centri polivalenti, installando pannelli solari, costruendo due ospedali, formando uomini capaci di guidare la società amazzonica nel rapido passaggio dalla canoa all’aeroplano. Siamo ancora agli inizi, ovviamente, ma l’incontro con alcuni nostri indigeni impegnati negli scali europei e americani, ci dice che non tutto è stato vano». 

L'Osservatore Romano, 18-19 luglio 2017