mercoledì 5 luglio 2017

L'Osservatore Romano
Sette milioni di bambini africani ogni anno lasciano il proprio territorio. Ma solo uno su cinque raggiunge l’Europa: gli altri restano nel continente o muoiono in mare nella traversata verso le coste italiane. In particolare, accade in relazione alle regioni dell’Africa centrale e occidentale, dove minori e adolescenti rappresentano oltre la metà dei 12 milioni di persone che migrano. A presentare questi dati è l’ultimo rapporto dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) dedicato alla questione migrazione e intitolato «In cerca di opportunità: voci di bambini migranti in Africa centrale e occidentale».
I bambini «si stanno muovendo in numeri mai registrati in precedenza, molti sono in cerca di sicurezza o di una vita migliore» spiega Marie-Pierre Poirier, direttore regionale dell’Unicef che chiede di «estendere il dibattito sulle migrazioni per includere anche le vulnerabilità di tutti i bambini migranti e ampliare i sistemi di protezione, in tutte le destinazioni previste».
A proposito delle motivazioni che spingono tanti ad abbandonare il proprio territorio, l’Unicef ricorda che 11 dei 25 paesi più poveri al mondo si trovano nella regione dell’Africa centrale e occidentale, dove negli ultimi 20 anni ci sono stati 25 grandi conflitti e continue carestie dovute alla siccità. Inoltre, oggi 100 milioni di persone vivono in città a meno di un metro al di sopra del livello del mare e questo dato sarà più che raddoppiato entro il 2050. L’aumento previsto del livello del mare dovuto ai cambiamenti climatici causa sfollamenti forzati di milioni di rifugiati.
Per quanto riguarda le prospettive, il rapporto dell’Unicef ricorda che gli studi a disposizione segnalano che la popolazione africana raddoppierà entro il 2050. Per avere un esempio del trend attuale, guardando a un paese piccolo come il Niger, si scopre che la popolazione è passata dai 3,3 milioni del 1960 a quasi i 20 milioni oggi, e si prevede che raggiungerà circa 60 milioni di persone entro il 2050.
L'Osservatore Romano, 5-6 luglio 2017.