giovedì 20 luglio 2017

Africa
A colloquio con il vescovo Ayuso Guixot sul dialogo tra le religioni in Africa centrale. Per disinnescare la bomba degli estremismi
L'Osservatore Romano
(Gianluca Biccini) In Africa centrale «la disoccupazione giovanile è una bomba a orologeria prossima all’esplosione e facilita il reclutamento tra le fila dei gruppi estremisti come Boko Haram. Per questo il dialogo tra le religioni è un dovere se si vuole disinnescare il pericoloso ordigno del fondamentalismo». Ne è convinto il vescovo Miguel Ángel Ayuso Guixot, segretario del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, che ha partecipato a Yaoundé, dall’8 al 12 luglio, ai lavori dell’undicesima assemblea plenaria dell’Associazione delle Conferenze episcopali della regione dell’Africa centrale (Acerac).Nella capitale camerunese si sono dati appuntamento i presuli dei sei Paesi prevalentemente francofoni che si trovano a cavallo dell’Equatore: il Ciad a nord, il Camerun e la Repubblica Centrafricana al centro, la Guinea equatoriale sull’Atlantico, il Gabon e la Repubblica del Congo a sud. Un’area abitata da 46 milioni di persone, in cui è in sensibile crescita la consapevolezza della necessità di un cammino ecumenico per fronteggiare, insieme, le minacce provenienti dai gruppi religiosi fondamentalisti, non solo islamici, che gettano il terrore e l’insicurezza tra le popolazioni civili, in un contesto politico non sempre adeguato a garantirne l’incolumità.
A tale scopo, le commissioni per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso degli episcopati membri dell’Acerac si erano riunite già nello scorso mese di ottobre a N’Djamena, in Ciad, per una sessione di formazione e di confronto, dalla quale è poi scaturito l’Instrumentum laboris della plenaria di Yaoundé. E il dicastero vaticano, accogliendo l’invito delle Chiese dell’Africa centrale, ha partecipato sia per manifestare il sostegno della Santa Sede a tale linea pastorale, sia per offrire ulteriore incoraggiamento alle comunità di questa regione, così ricca di risorse umane, vista la giovane età media dei suoi abitanti, e di materie prime il cui sfruttamento non genera quasi mai reddito per le economie locali. Di ritorno dal Camerun — dov’è stato accompagnato da monsignor Lucio Sembrano, officiale del dicastero — il vescovo Ayuso Guixot traccia per «L’Osservatore Romano» un bilancio della missione.
«Con 200 milioni di africani di età compresa tra i 15 e i 24 anni — esordisce — il continente ha la più grande popolazione giovanile al mondo. E stando al rapporto della Banca mondiale dello sviluppo, questa dovrebbe raddoppiare entro il 2045». Purtroppo però, aggiunge, «sempre secondo gli stessi dati, i giovani rappresentano il 60 per cento di tutti i disoccupati africani e le giovani donne sono le più colpite. In particolare, nella maggior parte dei paesi della regione sub-sahariana e in quelli del Nord Africa, a parità di livello di esperienza e competenze, è più facile per gli uomini che per le donne ottenere un posto di lavoro».
Ciò, denuncia il presule comboniano, «è evidentemente inaccettabile per un continente con una riserva così impressionante di giovani talentuosi e creativi». Anche perché, fa notare, in tale contesto «la disoccupazione giovanile è una bomba a orologeria, che ora sembra pericolosamente vicina all’esplosione. Dieci, dodici milioni di giovani si affacciano ogni anno sul mercato del lavoro africano. Inoltre l’afflusso di giovani verso le aree urbane è destinato a far aumentare la disoccupazione. Nelle grandi città è facile imbattersi in giovani che girano alla ricerca di un lavoro, qualunque esso sia, dovendo affrontare numerosi ostacoli, tra cui la discriminazione a causa della mancanza di esperienza». Anche perché i più fortunati, quelli cioè «che riescono a trovare un impiego, sono primi a essere licenziati in caso di crisi economica». Tutto ciò, avverte monsignor Ayuso, costituisce un’occasione propizia «per i gruppi estremisti come Boko Haram» che grazie alla disoccupazione dilagante nel Nord della Nigeria e nei paesi vicini riesce a reclutare facilmente giovani, ben al di là della motivazione ideologica dei membri di questa setta».
Ecco allora che di fronte a una tale sfida, «la Chiesa cattolica non può restare ai margini»: al contrario «è chiamata a condividere la vita delle persone e imparare a scoprire i loro interessi, le loro aspirazioni, così come le loro ferite più profonde e cosa esse si aspettano da noi». Per evitare di cadere nella sterilità, il vescovo segretario ha raccomandato ai confratelli dell’Acerac che i mezzi di evangelizzazione non siano concepiti «a tavolino», seduti dietro una scrivania, «ma solo dopo essersi immersi tra la gente». Nella consapevolezza che «non esiste una soluzione miracolosa, se non quella di lottare contro la disoccupazione e la sottoccupazione, di agire a favore della creazione di posti di lavoro sicuri e decenti per i giovani, di incoraggiarli a optare per l’insegnamento tecnico e la formazione professionale, di prestare maggiore attenzione allo sviluppo rurale e agli investimenti in agricoltura, turismo ed edilizia e ai progetti d’impiego, vigilando affinché i giovani lavoratori specialmente quelli nelle zone rurali e poco qualificati, abbiano l’opportunità di acquisire le prime esperienze professionali. Dai giovani dell’Africa, il cui numero continua a crescere, dipende infatti la prosperità futura del continente».
Quanto alla tematica specifica dei lavori assembleari, monsignor Ayuso Guixot individua uno dei capisaldi del dialogo nell’educazione alla fraternità, che significa imparare a costruire legami di amicizia e di rispetto. Ma accade spesso, avverte, «che i valori della fraternità siano richiamati con finalità incantatorie», mentre sarebbe auspicabile che essa fosse concepita non «come una vaga sensazione per mettere a posto le coscienze, quanto piuttosto come un impegno concreto verso i poveri, i disoccupati e i migranti in fuga da condizioni di vita divenute pericolose o miserabili nei loro paesi di origine». Di contro va comunque rilevato che «la cultura africana aiuta le persone a vivere spontaneamente questa fraternità in un tessuto di generosità che merita di essere incoraggiata e sostenuta. Non possiamo pensare al futuro ripiegati su noi stessi». Chi la pensa così rischia di cadere in una trappola. «La costruzione della coesione sociale si basa sul pilastro della fraternità, e ovunque nel mondo la scuola della fraternità è soprattutto all’interno della famiglia».
Naturalmente a Yaoundé la riflessione non poteva non toccare il tema del rapporto con gli amici musulmani. In Africa centrale i conflitti e la propaganda fondamentalista provenienti da alcune regioni in cui l’islam è maggioritario minacciano un equilibrio già di per sé precario, in cui i cristiani finiscono con essere le prime vittime. Nonostante «le comprensibili paure» causate dai «gruppi estremisti islamici che reclutano i giovani al servizio dei propri interessi», e «dagli attacchi a livello globale compiuti nel nome dell’Is» va tuttavia evitato — secondo il presule — lo stereotipo in base al quale tutti i musulmani sono dei potenziali terroristi. Da qui l’auspicio che anche nel mondo islamico si levino voci di protesta per isolare quei leader che fomentano l’odio. E in tal senso «la formazione degli imam è una questione fondamentale» perché «spetta alla comunità musulmana allontanare estremismi e violenze». Così, aggiunge il segretario del Pontificio consiglio, anche le piattaforme di dialogo interreligioso improntate dai vescovi dell’Africa centrale possono risultare utili allo scopo. Addirittura, suggerisce, si potrebbero pensare «corsi congiunti per la formazione di futuri sacerdoti e imam da tenersi negli atenei cristiani della regione. Perché noi cattolici sappiamo che solo il dialogo e l’incontro permettono di crescere nella conoscenza e il rispetto reciproci. Le differenze diventano una ricchezza solo quando si incontrano per cercare nuove modalità di comunione e di stima. Inoltre la nostra fede cristiana ci invita alla generosità, alla ricerca del bene comune, all’apertura, all’accoglienza, alla fraternità universale, con quel senso di responsabilità che bisogna avere sia nei paesi in cui i cattolici sono numerosi, sia in quelli in cui non superano l’un per cento della popolazione, come nel vicariato apostolico di Mongo, in Ciad».
Infine la plenaria nella capitale del Camerun ha sviluppato anche il tema del rapporto con la religione tradizionale africana (Rta), che costituisce un retaggio importante delle culture autoctone. Anche con i leader tribali il dicastero vaticano propone ai vescovi locali di dialogare e collaborare con prudenza e carità, «impegnandosi — conclude monsignor Ayuso Guixot — a riconoscere, conservare e far progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali presenti nella Rta, pur avendo cura di evitare la tentazione di tornare a vecchie pratiche incompatibili con i diritti umani e con la fede cristiana».
*****
C’è bisogno di pace
Un forte appello per la pace e la riconciliazione nella regione è stato lanciato dall’Acerac al termine della plenaria di Yaoundé. Colpiti dalla «violenza gratuita perpetrata» nella parte meridionale dell’Africa centrale, i presuli incoraggiano ogni sforzo intrapreso per ristabilire la pace in questi paesi. «Esortiamo tutti coloro che seminano il terrore e la morte — si legge nel testo — a fermare lo spargimento di sangue e lavorare per la pace, il dialogo e la riconciliazione». Quindi, esprimono la loro solidarietà e le loro preghiere per le popolazioni vittime di queste violenze, specialmente nella Repubblica Centrafricana, in Ciad, Camerun e Repubblica del Congo.
«Il dialogo, in un contesto di pluralismo religioso, implica relazioni positive e costruttive» con le persone e con le comunità di diverse fedi, per imparare a conoscersi e per arricchirsi reciprocamente nel rispetto della propria libertà e nella verità: questa la premessa dalla quale sono partiti i lavori assembleari durante i quali i vescovi delle sei conferenze episcopali dell’Acerac si sono confrontati sul tema: «L’ecumenismo e il dialogo interreligioso in Africa centrale». Un dialogo che, affermano, «è certamente difficile, ma non impossibile». Lo testimonia la partecipazione alla sessione di leader impegnati in prima persona nel dialogo, come l’arcivescovo di Algeri, Paul Desfarge; il sacerdote francese Antoine Exlemans, direttore degli studi dell’istituto ecumenico di teologia Al Mowafaqa di Rabat, in Marocco; il presidente del consiglio islamico del Camerun, lo sceicco Djbril Oumarou; il pastore Jonas Kemogne, segretario generale del consiglio delle Chiese protestanti camerunesi.
Attraverso il comunicato finale dell’incontro i presuli hanno inoltre manifestato sgomento per la tragica morte del confratello Jean-Marie Benoît Bala, vescovo di Bafia, il cui corpo senza vita è stato trovato nel fiume Sanaga lo scorso 2 giugno.
Infine, i membri dell’Associazione hanno reso noto che successivamente verrà diffuso un documento specifico dedicato al tema ecumenico e interreligioso e che la prossima plenaria si terrà nel 2020 in Guinea Equatoriale.

L'Osservatore Romano, 20-21 luglio 2017