giovedì 8 giugno 2017

Venezuela
L’unica soluzione possibile per la drammatica crisi del Venezuela non la desiderano le parti in conflitto. Una nazione ostaggio
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Luis Badilla - ©copyright) Come tantissimi, forse tutti, anche noi ci auguriamo che dalle conversazioni oggi in Vaticano tra Papa Francesco e i vescovi membri della Presidenza dell’Episcopato venezuelano, accompagnati dai due cardinali del Paese, J. Urosa e B. Porras, possano aprirsi degli spiragli per risolvere la crisi di questo importante Paese sudamericano. Il caos si prolunga ormai da oltre sei anni e l'altissimo prezzo in vite umane, sofferenze, miserie, umiliazioni e tanto altro, lo ha pagato solo ed esclusivamente il popolo, specie i deboli, quelli senza partito o protettori. Il dramma venezuelano è, anzitutto, il dramma di un intero popolo spesso usato come pedina di scambio nel gioco senza scrupoli della politica.
Oggi, anche se non piace accettarlo e ammetterlo, il Venezuela è un Paese che da tempo è stato preso in ostaggio dall’odio, dal fanatismo ideologico, dai calcoli meschini e insensati nonché da sfrenate ambizioni personali.
Non si ricorda nella storia recente della regione latinoamericana, esclusi i casi di conflitti interni armati, una crisi politico-istituzionale simile: lunghissima e inestricabile, con protagonisti inaffidabili, impegnati spesso a trasformare il sincero e generoso aiuto esterno, come quello vaticano o quello dell’Unione delle Nazioni del Sudamerica (Unasur), in occasioni da sfruttare per il proprio beneficio elettorale o mediatico. In questo campo il governo di Caracas e i gruppi dell’opposizione hanno gareggiato senza scrupoli e misura, provando a usare il sostegno degli altri per la ricerca di una soluzione consensuale, in vantaggi da usare come armi l'uno contro l’altro.
Le parti in Venezuela, governo e opposizioni, ovviamente hanno responsabilità ben diverse nella situazione che ha portato il Paese al tracollo e sicuramente le più gravi e pesanti sono del Presidente Maduro e dei partiti che lo appoggiano, ma nell’ambito dell’incontro tra le parti, incoraggiato dal Vaticano e dall’Unasur, il fallimento totale di questo dialogo è una responsabilità che tutti si dividono in identica misura. Loro, e solo loro, fecero fallire il dialogo perché non lo hanno mai voluto sinceramente e hanno sfruttato le circostanze per continuare, ciascuna a suo modo, la guerra di posizione e la guerra di propaganda, insomma i soliti giochi tattici della politica latinoamericana meschina e insensata.
Sappiamo benissimo che questa verità non piace molto a buona parte della stampa in Venezuela ma anche altrove. Perché? Perché nella nostra visione manichea dei conflitti tendiamo a mettere tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. L’assioma schematico è semplice: Maduro è un dittatore, un incompetente, un pupazzo nelle mani dei poteri forti (Forze armate), dunque i gruppi dell’opposizione sono la libertà, l’efficienza, la giustizia, il bene del popolo; no, non non è così! Maduro è tutto quanto abbiamo detto e forse ancora di più, ma i partiti del Tavolo dell’unità democratica, in particolare i cinque più rilevanti dei 15, pensano solo a chi avrà tra i loro leader la forza di sostituire Maduro e, come organizzazioni dell’opposizione, si comportano con modalità discutibili che fanno intuire e anticipano cosa saranno e faranno un domani, se dovessero arrivare al governo.
Il vero dramma del Venezuela è che Governo e opposizioni si equivalgono anche se hanno gradi di responsabilità diversi nella crisi.
Avrebbero potuto trovare una soluzione consensuale, per il bene del popolo, a molti problemi già due o tre anni fa e invece non lo hanno mai voluto sul serio: in questo quadro cosa può fare la Chiesa, il Papa, i vescovi?
Non è facile e per ora alcuni indizi sembrano deporre a favore di coloro che già dicono: “Non accadrà nulla perché la Chiesa non può fare nulla in un simile pasticcio”. La Chiesa venezuelana, il Papa, il Vaticano, possono fare moltissimo e in questi anni non hanno mai fatto mancare sostegno, orientamento e solidarietà al popolo di questa nazione, ma purtroppo non possono fare ciò che più serve in questo momento di grave emergenza: portare le due parti - governo di Nicolás Maduro e i partiti di opposizione riuniti nel Tavolo per l'unità democratica - a dialogare e mediare fin quando non si troveranno gli accordi minimi e necessari per aprire un sentiero, seppure graduale, di normalizzazione di una nazione ormai precipitata nell’abisso.
Il Papa, la diplomazia vaticana e i vescovi venezuelani non hanno questo potere e poi non fa parte della missione e della natura della Chiesa favorire o scoraggiare piattaforme politiche, programmi elettorali, manovra tattiche. Il Santo Padre, tramite il suo ministero e magistero, può spingere verso soluzioni consensuali cercate dalle parti, le uniche possibili protagoniste di simili operazioni. La Chiesa non può imporre nulla al riguardo premesso che venisse accettato, cosa tra l'altro del tutto improbabile.
L'unica via possibile per la Chiesa, tanto per la Santa Sede come per i vescovi venezuelani, e in particolare per il Papa è quella della persuasione morale, da sommare a quanto fa e può fare la comunità internazionale. Sono le due parti, e solo loro, le uniche che potrebbero, se lungimiranti e generose, serie e responsabili, dare una svolta alla situazione trovando l'unica intesa ragionevole e plausibile: restituire al popolo, tramite elezioni libere, garantite e controllate, il rinnovo di tutte le autorità del Paese.
Ai tempi della guerra fredda, quando i Paesi latinoamericani erano le scacchiere dove le superpotenze muovevano i loro pezzi, una situazione di questo tipo si sarebbe "risolta" con il solito colpo di stato. Erano le regole della geopolitica di allora. Oggi tutto ciò, per fortuna, non è più possibile, ma in una cosa tutti gli esperti e analisti sono concordi: è arrivata anche per le Forze armate del Venezuela l'ora di discutere con il governo costituzionale di Maduro le modalità e tempi di uno soluzione. Sarebbe in gioco l'unità stessa dei corpi militari.