martedì 20 giugno 2017

Venezuela
L'Osservatore Romano
L’Assemblea generale dell’Organizzazione degli stati americani (Osa), riunita a Cancun, si è spaccata sulla grave crisi in Venezuela. La riunione dei ministri degli esteri dell’Osa, infatti, non è stata in grado di raggiungere una dichiarazione comune per chiedere al governo guidato dal presidente Nicolás Maduro di mettere fine alla repressione delle manifestazioni dell’opposizione e di uscire dalla gravissima crisi politica. A opporsi sono stati alcuni paesi alleati di Caracas.
Alla riunione ha partecipato anche Delcy Rodríguez, capo della diplomazia venezuelana, la quale ha ribadito che Caracas non riconosce la validità del vertice.
«Quello che verrà deciso qui, non verrà avallato dal Venezuela» ha spiegato il ministro degli esteri reiterando la posizione assunta da mesi dal governo di Maduro, che infatti è uscito dall’Organizzazione proprio in segno di protesta per le pressioni ricevute. «Non abbiamo bisogno dell’Osa né la riconosciamo», ha concluso Rodríguez ribadendo che Caracas intende concentrare le sue «energie» sulla Comunità degli stati latinoamericani e caraibici. Senza rivelare nomi Rodríguez ha detto che altri paesi stanno valutando la possibilità di uscire dall’Organizzazione.
In ogni caso, Caracas ha mostrato nella riunione di avere una sua influenza politica. Nessuna delle proposte avanzate da Messico, Stati Uniti e sostenute da dodici paesi che propongono la linea dura nei confronti di Maduro, ha ottenuto il sostegno necessario tra i trentaquattro membri. Neanche quando il documento iniziale è stato rivisto al ribasso, togliendo la richiesta della scarcerazione di tutti i «prigionieri politici», è stato possibile approvarlo da parte dei partecipanti. Il gruppo dei paesi alleati con Caracas, in tutto otto, ha appoggiato invece una proposta in cui, in termini poco definiti, si auspica la fine della violenza e la ripresa del dialogo in Venezuela.
Si tratta di risultati poco soddisfacenti per l’Assemblea che mettono in evidenza «la nostra incapacità di raggiungere un accordo mentre nelle strade di Caracas e di molte altre città del Venezuela continua la violenza e la repressione», ha dichiarato il ministro degli esteri messicano, Luis Videgaray Caso. Un risultato «molto triste», ha aggiunto il rappresentante statunitense all’Osa, Michael Fitzpatrick.
Intanto la situazione rimane grave in Venezuela, dove in due mesi e mezzo 72 persone sono morte nella repressione delle manifestazioni dell’opposizione. L’ultima vittima è un diciassettenne ucciso a Caracas. Il ministro venezuelano degli interni, Néstor Reverol, ha ammesso che in questo caso «l’ipotesi principale» nell’inchiesta è quella dell’«uso irregolare e sproporzionato della forza» da parte delle forze di sicurezza. Il diciassettenne Fabián Urbina è morto ieri mentre partecipava a una protesta sull’autostrada Francisco Fajardo, la principale arteria della capitale.
L'Osservatore Romano, 20-21 giugno 2017.