domenica 4 giugno 2017

Vaticano
A un secolo dal Codice pio-benedettino. Quella scelta che cambiò volto al cattolicesimo
L'Osservatore Romano
(Gianpaolo Romanato) Ma insomma, che cos’è la Chiesa cattolica? Una religione o uno Stato? L’interrogativo, che posto così appare decisamente brutale, era però al fondo del bel convegno che la Facoltà di diritto canonico San Pio X di Venezia ha organizzato all’Istituto Marcianum della città lagunare. Una sede incomparabile, a fianco della basilica della Salute, fra il Canal Grande e il Canale della Giudecca.
Il titolo dell’incontro, «Sistematica e tecnica nelle codificazioni canoniche del XX secolo», non era certo dei più accattivanti ma i contenuti sono andati ben oltre le asperità del linguaggio tecnico, girando invece attorno al quesito posto all’inizio. Pensato e impostato dal preside della Facoltà veneziana Giuliano Brugnotto, autore della relazione introduttiva, il convegno, cui hanno partecipato canonisti e storici, ha fatto ampio riferimento a un libro scritto qualche anno fa da Carlo Fantappiè, che insegna diritto canonico all’università di Roma Tre e ha condotto la prima giornata dei lavori (Chiesa romana e modernità giuridica, Milano, Giuffrè, 2008, pagine XLVI + 1282, in due tomi, euro 110, recensito su «L’Osservatore Romano» del 4 maggio 2008). Questo studio imponente ha avuto il merito di trarre dall’oblio il Codex iuris canonici, ideato da Pio X e varato nel 1917 da Benedetto XV (da cui la denominazione corrente di Codice pio-benedettino) e lo ha proposto come uno dei momenti salienti della ricostruzione della Chiesa nel mondo contemporaneo.
È partita di qui, per celebrare il centenario di quella data fondamentale, la riflessione dei relatori. Perché? Perché in quegli anni lontani di inizio Novecento a cavallo della prima guerra mondiale, la Chiesa cattolica, libera finalmente dalla zavorra dello Stato pontificio e dalle secolari compromissioni con i governi europei, si riposizionò attorno alla propria natura spirituale e religiosa, senza però mai perdere di vista la necessità di ancorarsi a un sicuro fondamento istituzionale e giuridico.
Necessità resa più impellente dall’esclusione del diritto canonico dagli ordinamenti giuridici statali che era avvenuta nel corso dell’Ottocento e che aveva fatto dello Stato moderno l’unica fonte del diritto. La Chiesa divenne una comunità di credenti transnazionale, come diremmo oggi, ma fu obbligata a ripensare la propria natura giuridica per sfuggire al rischio di essere assorbita dalla legge positiva dei nuovi ordinamenti pubblici o confinata in una sfera esclusivamente interiore. Il progetto di darsi di un codice di leggi unico, chiaro, unificante, vincolante per tutti, fu la causa e insieme la conseguenza di questo ripensamento. Bisognava da un lato superare la frammentazione delle Chiese nazionali propria dell’ancien régime, dall’altro ribadire l’autonomia e l’originarietà della Chiesa rispetto ai moderni diritti positivi degli Stati.
Si aggiunga che il concilio Vaticano I, iniziato nel 1869 e interrotto nel 1870 a causa della presa di Roma, alzando la figura del Pontefice al di sopra della Chiesa e riconoscendone l’infallibilità aveva dotato l’istituzione ecclesiastica di un’autorità universale, riconosciuta e accettata, sul piano tanto dottrinale quanto disciplinare. A questo cattolicesimo romanizzato, globalizzato, riunito attorno al Papa, mancava una raccolta legislativa unitaria. L’autorità non può esistere senza una legge uniforme che dia certezza al suo esercizio.
A questo provvide appunto il Codex pio-benedettino, valido, come è ben noto, per la sola Chiesa di rito latino, mentre le Chiese di rito orientale — che non a caso si definiscono sui iuris, cioè di diritto proprio (oggi sono 23) — furono incorporate nella Congregazione per la Chiesa orientale, fondata nel 1917 da Benedetto XV contestualmente al varo del Codice, e ottennero, finalmente, un pieno riconoscimento.
L’iniziativa della codificazione fu avviata da Pio X. Eletto nel 1903, il nuovo Papa proveniva dal mondo rurale veneto ancora largamente premoderno, era totalmente estraneo al vecchio curialismo romano, si era formato in una lontana periferia — vi sono molte analogie fra questo Pontefice e Francesco — ed era perfettamente consapevole che l’organizzazione ecclesiastica necessitava di una svolta radicale.
Papa Sarto superò le resistenze curiali e lo scetticismo dei più e pochi mesi dopo essersi insediato diede il via all’impresa, affidandola al più esperto canonista del tempo, Pietro Gasparri (il futuro segretario di Stato dei Patti lateranensi). Questi mobilitò l’intero episcopato, tutta la cultura disponibile, e concluse il lavoro in tredici anni, con il varo del Codex iuris canonici, la prima legge ecclesiastica organica, completa, universale, compendiata in un solo volume di 2414 canoni, cioè articoli. La promulgazione avvenne con la bolla Providentissima mater del 27 maggio 1917, la quale stabilì che il Codice sarebbe entrato in vigore un anno dopo, e cioè il 19 maggio 1918.
Grazie a questa operazione la Chiesa divenne quello status peculiaris generis che è stato poi teorizzato dai canonisti, cioè una sorta di inedito “Stato delle anime”, disteso su ciascuno dei cinque continenti, dovunque governato dalla stessa normativa, appunto quella prevista dal Codex, e retto dalla stessa autorità, quella pontificia. Paradossalmente, però, la Chiesa rimaneva “uno stato senza stato”, stante l’irrisolta Questione romana. E invece proprio in quegli anni — come ha segnalato Francesco Margiotta Broglio citando un documento rimasto finora sepolto nell’archivio Luzzatti, conservato a Venezia all’Istituto veneto di scienze, lettere a arti, non lontano dal palazzo dove si è svolto il convegno — si delineò la soluzione che sarà poi adottata dai Patti Lateranensi, con la creazione di uno Stato vaticano territorialmente simbolico ma in grado di garantire la piena sovranità e la totale indipendenza alla Santa Sede.
Non fu dunque la creazione del Codex un’astratta operazione giuridica. Fu una fondamentale scelta politica che ha cambiato il volto della Chiesa e ha po-sto le premesse per la soluzione dell’annoso conflitto con il Regno d’Italia, rendendo poi possibile la lunga stagione concordataria dispiegatasi nel periodo interbellico, durante il governo di Pio XI, e il superamento di laceranti rotture, come quella che era avvenuta in Francia nel 1905 con l’entrata in vigore della legge di separazione fra Stato e Chiesa. Codice e concordati sono gli strumenti che hanno permesso alla Chiesa di riaffermare la propria autonoma sovranità e di difendersi negli ultimi due secoli davanti alle ricorrenti tentazioni neogiurisdizionaliste degli Stati moderni, cioè davanti all’invadenza della ragione politica, comunque e dovunque mascherata.
Oggi il Codex pio-benedettino è stato sostituito da quello promulgato nel 1983 da Giovanni Paolo II: forse, come è stato adombrato a Venezia, un codice di transizione, in attesa di ulteriori trasformazioni che potranno essere rese necessarie da una Chiesa sempre più radicata in culture e forme giuridiche differenti. Non sappiamo dove ci porterà il futuro. Sappiamo solo dove ci ha condotti il passato. E sappiamo che senza l’iniziativa avviata da Pio X e conclusa da Benedetto XV esattamente un secolo fa, la navigazione non sarebbe neppure cominciata.

L'Osservatore Romano, 3-4 giugno 2017