domenica 25 giugno 2017

Vaticano
Un obolo per San Pietro. La carità del Papa
Avvenire
(Stefania Falasca) Riguardo alla carità non c’è niente da dire. C’è tutto un magistero millenario della Chiesa, e non c’è solo la testimonianza costante del Papa, quella luminosa dei santi, ci sono i comandamenti, c’è il Vangelo, soprattutto. Quindi se non siamo caritatevoli e non facciamo concretamente la carità è un problema solo nostro. Ma serio, però, se si è un fedele. Perché senza la carità non ci possiamo dire cattolici. Perché non si può pregare Dio, dire di amare Dio senza amare concretamente il prossimo. Sono due amori gemelli, un’unione indissolubile, l’uno non può stare senza l’altro. Sono perciò quintessenza, somma e compendio dell’esistenza cristiana. Questa è la dottrina.
E se essere caritatevoli non è solo un modo di essere, ma il modo di essere, e non di apparire, se dunque la misericordia «è il modo di essere», non un’idea, né un vago sentimento della nostra fede che galleggia a mezz’aria senza trovare quella concretezza necessaria in cui esprimersi e realizzarsi, la carità non si dice, ma si fa. E facendola la si riceve. Da qui la tradizione spirituale e catechistica che vede nelle opere di misericordia corporale e spirituale la via per esprimere e praticare l’amore che sa comprendere la miseria dell’uomo e contribuisce al suo riscatto. Opere di carità che nel loro insieme sono infinite, perché l’oggetto della misericordia è la vita umana nella sua totalità, nei suoi bisogni in quanto carne e in quanto spirito. E non v’è neppure dubbio che in queste opere si gioca anche la stessa credibilità della Chiesa. «Vivere le opere di misericordia significa coniugare il verbo amore secondo Gesù». San Tommaso d’Aquino per questo le chiama summa religionis christianae. E se senza la carità non possiamo dirci cristiani, senza la carità – per la quale nessun uomo è uomo, come dice San Paolo – non possiamo dirci neppure uomini.
La carità – che ci costituisce come uomini e come cristiani  – ha una sola minaccia che viene da un pensiero e un agire non cristiano, che porta de facto all’apostasia: è l’egoismo, da cui viene l’individualismo, l’indifferenza, la corruzione e tutte le conseguenze umane, sociali e politiche che da questo derivano e sulle quali il magistero di papa Francesco ha fatto ampiamente aprire gli occhi.
Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila e presidente di Caritas International, ha messo in guardia anche «dai modi paternalistici di occuparsi degli altri», di quei cristiani che «si mettono dalla parte dei ricchi, dei potenti, senza considerarsi loro stessi sempre bisognosi di aiuto». È infatti una tentazione quella «di andare dai poveri e dai bisognosi con un atteggiamento di superiorità».«Non tutto il dare, il servire è altruista – ha detto Tagle – anzi, quando viene da una persona presuntuosa, il dare è in insulto per chi riceve».
Oggi è la tradizionale giornata della carità del Papa. Si chiama “Obolo di San Pietro”. Ed è l’aiuto economico che i fedeli offrono al Successore di Pietro, come segno di adesione alla sua sollecitudine per le molteplici necessità della Chiesa universale e per le opere di carità in favore dei più bisognosi. E che, come si è visto, proprio a partire dagli ultimi – guardando cioè in particolare ai bisogni concreti dei poveri e dei sofferenti, che sono i prediletti del Vangelo e nei quali si fa incontro Cristo stesso – il Papa ha voluto decisamente investire. E con fede operosa nella carità ha già offerto l’aiuto – tramite l’elemosineria apostolica – a numerose famiglie disagiate, ai clochard che affollano la zona di San Pietro con la realizzazione di servizi per la loro cura: dalle docce alla lavanderia.
Sollecitato ora da Avvenire a dare un nuovo rendiconto di tanta operosità, l’arcivescovo polacco Konrad Krajewski, elemosiniere di Sua Santità, preferisce non rispondere: «Ho concordato con il Santo Padre di non rilasciare interviste su questo». Meno male perché con San Paolo diciamo «non si vanta, non si gonfia la carità» e Cristo stesso ci ha lasciato un insegnamento insostituibile in proposito. «Anzitutto – ha spiegato papa Francesco – ci chiede di non fare l’elemosina per essere lodati e ammirati dagli uomini per la nostra generosità: “Fai in modo che la tua mano destra non sappia quello che fa la sinistra”». E ha parlato dell'elemosina come aspetto essenziale della misericordia. «Dobbiamo fare attenzione a non svuotare questo gesto del grande contenuto che possiede – ha detto – infatti, il termine “elemosina”, deriva dal greco e significa proprio “misericordia”». Il dovere dell’elemosina è antico quanto la Bibbia. E a differenza dei filantropi, che guardano solamente alla destinazione del loro obolo, per i cristiani è un bisogno primario interiore. «Ma quanta gente – spiega il Papa – giustifica sé stessa di dare l’elemosina dicendo: “Ma, come sarà questo! È giusto che io dia a questo che andrà a comprare vino per ubriacarsi?”. Ma se lui si ubriaca, è perché non ha un’altra strada! E tu cosa fai di nascosto? Che nessuno vede…». «Non distogliere lo sguardo da ogni povero e Dio non distoglierà da te il suo (Tb 4,7-8)». Questa è l’elemosina.