sabato 10 giugno 2017

Vaticano
Suore e sacerdoti spagnoli in fuga dalla guerra civile verso Roma. Pio XI e il prete operaio
L'Osservatore Romano
(Vicente Cárcel Ortí) Nell’estate del 1936 in Spagna si produsse un ingente movimento migratorio provocato dallo scoppio della guerra civile, il 18 luglio, e dalla persecuzione religiosa scatenatasi subito dopo nell’area sotto il controllo repubblicano. La prima chiesa incendiata a Madrid, proprio il 18 luglio, alle 5 del pomeriggio, fu quella di San Andrés che, in preda alle fiamme per otto giorni, andò completamente distrutta. Del clero parrocchiale morirono cinque sacerdoti e due giorni dopo, ci furono altre vittime, sempre a Madrid.
Molte persone fuggirono in Francia e molte altre riuscirono a raggiungere l’Italia e a rifugiarsi a Roma, dove vennero accolte, grazie a un comitato creato da Pio XI, nel Pontificio Collegio spagnolo di San Giuseppe, che a quel tempo aveva la propria sede a Palazzo Altemps, in via Sant’Apollinare n. 8, a ridosso di piazza Navona.
La persona incaricata dal Pontefice di dirigere e coordinare l’assistenza ai profughi spagnoli fu il sacerdote operaio diocesano Carmelo Blay, valenziano di nascita ma romano di adozione, visto che trascorse gran parte della sua vita nella Città eterna con l’incarico di agente de preces. A tal fine mantenne una corrispondenza epistolare personale prima con monsignor Domenico Tardini e poi, dal 16 dicembre 1937, con monsignor Montini, nominato sostituto della Segreteria di Stato e segretario della Cifra, incarichi nei quali succedette a Tardini, designato quello stesso giorno segretario della Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari.
Blay assistette in totale 226 profughi: 4 vescovi, 202 sacerdoti diocesani, 10 religiosi scolopi, 8 seminaristi e 2 laici dell’Azione cattolica.
I luoghi di accoglienza dei profughi furono il Pontificio Collegio spagnolo, il Pontificio Collegio Pio latino americano, il Collegio Leoniano, il Collegio di Maria Immacolata in via del Mascherone, l’Ospedale dei Fratelli di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina), la residenza dei domenicani spagnoli a via Condotti, il Pontificio Istituto orientale, la sede dei carmelitani dell’Antica Osservanza, in via Sforza Pallavicini, e la casa di Cento Preti.
Fu quest’ultimo edificio a ospitare la maggior parte dei sacerdoti. Il Venerabile Ospizio ecclesiastico presso Ponte Sisto, comunemente noto come Cento Preti, in via delle Zoccolette n. 18, mise a disposizione dei rifugiati cento stanze. La casa abbassò il prezzo giornaliero da 9 a 8 lire. Altri, in numero minore, furono accolti nel cosiddetto Ritiro dei Santi Giovanni e Paolo (padri passionisti). Un altro piccolo gruppo fu ospitato nell’Istituto ecclesiastico Maria Immacolata, in via del Mascherone 55.
Anche il Pontificio Collegio spagnolo accolse un cospicuo gruppo di sacerdoti, tra i quali c’erano alcuni suoi ex allievi e vari seminaristi. Grazie all’interessamento del Papa e alla carità del clero romano, fu possibile consegnare a tutti i sacerdoti l’abito talare, indumenti intimi, cappelli, scarpe e così via. Venne dato loro anche un breviario romano, edito da Marietti, e un altro della Tipografia Vaticana (Breviarum Romanorum Totum).
La prima lettera di Blay a Montini, scritta in italiano, è del 1º febbraio 1938. Contiene lo stato delle spese e degli introiti redatto dal Comitato per l’assistenza ai sacerdoti spagnoli e alle religiose profughi a Roma, dall’agosto del 1937 a gennaio del 1938, e notizie su alcuni di loro. «Sono lieto di poter manifestare all’Eccellenza Vostra Reverendissima durante il suaccennato periodo sono partite per la Spagna molte Religiose, e anche parecchi Sacerdoti, tra quelli pocchi [sic] che ancora si trovavano in questa Alma Città. Rimangono certamente piccoli gruppi di Suore, dimoranti in case del proprio Istituto, tranne di alcune Religiose di clausura ospitate caritatevolmente in conventi di altre Congregazioni, dato che le proprie non hanno residenze Italia. Fra le Suore profughe rimanenti si distribuisce, il pregiatissimo dono di caffè offerto dal Santo Padre, e, qualche volta, anche un modesto sussidio. Nei confronti dei Sacerdoti profughi dimoranti a Roma, che sono attualmente nove, tre soltanto corrono a spese della Santa Sede il loro vitto ed alloggio. (...) Oltre i suddetti sacerdoti profughi, tre seminaristi, parimente profughi, dimorano sempre in questo Collegio proseguendo i loro studi» (asv, Segr. Stato. Guerra Spagnola. 2. Fasc. 4, n. 7, ff. 92-92v, originale scritto a macchina).
La seconda lettera di Blay a Montini, datata 15 luglio 1938, diceva: «Dalla data della mia ultima lettera (...) nulla degno di speciale menzione è avvenuto, per ciò che riguarda agli arrivi ed alle partenze, fuori del rimpatrio di quattro seminaristi, che hanno finito normalmente i loro studi, e di qualche religiosa. Accludo lo stato di cassa con estratto conto degli introiti, delle spese e dei debiti avuti nel frattempo. Nell’attualità, tranne dei due sacerdoti ammalati, che per l’inesauribile carità del Santo Padre sono stati ricoverati presso i Fate Bene Fratelli di San Bartolomeo all’Isola, solamente un sacerdote profugo è ancora alloggiato e mantenuto a spese della Santa Sede. Questo sacerdote è il Rev.do Don Lisardo Diaz, che si trova nell’Istituto Ecclesiastico detto dei Cento Preti, dal giorno del suo arrivo a Roma, cioè, dal 24/4/37. Il nostro Pontificio Collegio Spagnuolo ha proseguito nel dare gratuitamente vitto ed alloggio a sei seminaristi parimenti profughi. Quindi, nel suaccennato conto, figurano soltanto le spese che si riferiscono al loro vestiario, al loro libri scolastici, ai viaggi di ritorno alla Spagna di quattro fra loro, ed ad altre cose simili» (ibid., ff. 95 y 97, originale scritto a macchina). In altre lettere successive lo informò del ritorno in Spagna di alcune religiose carmelitane, del cui viaggio si fece carico il console spagnolo a Roma.
Appena conclusa la guerra, il 18 aprile 1939, Blay informò Montini dell’assistenza che avevano ricevuto in diversi monasteri di Roma quindici religiose clarisse profughe, che volevano ritornare in Spagna per ricostruire il loro monastero e chiedevano un sussidio economico per il viaggio di ritorno. «Come tutte le buone religiose arrivate in Italia nell’Agosto e Settembre 1936, queste furono ricevute con tanta carità dalle consorelle, che hanno avuto cura delle medesime tutto questo tempo. Ora desiderano ritornare in patria per ricostruire il proprio Monastero e la vita regolare. Per questo hanno bisogno di qualche sussidio. Se il Santo Padre, nella Sua benignità concede questo aiuto, si potrebbe preparare il viaggio in condizioni molto economiche, come fu fatto anche per altre religiose, che da molto tempo sono state rimpatriate. Forse le spese del viaggio per tutto questo gruppo non sarebbe superiore a Lire 100 per ciascuna religiosa, giacché il Regio Governo Italiano generalmente concede i biglieto [sic] gratuito nei treni durante il percorso fino alla frontiera francese. D’altra parte essendo un gruppo superiore a dieci, nel percorso francese si ottiene la riduzione del 50% nell’importo dei biglieti [sic]» (Asv, Segr. Stato. Guerra Spagnola. 2. Fasc.2, n. 1, f. 57, originale autografo).
Il compito affidato a don Carmelo si esaurì al termine della guerra. Ma lui volle portarlo avanti ancora per alcuni mesi e il 16 febbraio 1940 inviò l’ultima lettera che si conserva sul tema, rivolta a monsignor Montini, per fargli un resoconto dettagliato dell’attività svolta dal Comitato creato da Pio XI a favore dei sacerdoti profughi e delle spese sostenute in quei tre anni. «Fra i documenti troverà l’Eccellenza Vostra Reverendissima la lista completa dei sacerdoti e delle religiose, che arrivati in Roma furono assistiti, in tutto vel in parte, dalla benignità del Santo Padre, che come risulta dei conti, spese più di lire duecentomila, oltre ai molti generi alimentari, zucchero, caffé, carne, etc., che con grande carità ha fatto pervenire e mettere a disposizione del Comitato da Lui medesimo voluto, in questo Pontificio Collegio Spagnuolo, per l’assistenza dei cari profughi» (Asv, Segr. Stato. Guerra Spagnola. 1. Fasc. 4, f. 30-30v, originale a macchina).
Sebbene non si conservino le risposte di Montini, sappiamo che Blay frequentava la Segreteria di Stato e manteneva contatti personali con il cardinale Pacelli e con i monsignori Tardini e Montini, e che soprattutto da quest’ultimo ricevette sempre l’aiuto richiesto, sia materiale sia morale.
Blay ebbe come segretario personale il sacerdote profugo Tomás Blanch Sauret, della diocesi di Barcellona, parroco di Fontrubí. Quando potè tornare in Spagna, fu raccomandato al vescovo Pildain di Canarie da monsignor Montini, che il 25 gennaio 1939 gli inviò la seguente lettera, scritta in spagnolo. «Con vero piacere ho saputo che Vostra Eccellenza Reverendissimia, con grande bontà, ha accolto nella sua Diocesi il buon don Tomás Blanch, che per più di due anni ha vissuto come rifugiato in questa città Eterna, da quando dovette lasciare Barcellona, sfuggendo a tanti pericoli. Come Vostra Eccellenza ha potuto vedere di persona, il suddetto sacerdote, durante il suo soggiorno a Roma, non solo si è impegnato a lavorare con grande interesse e ad aiutare, soprattutto in quel che riguardava i profughi spagnoli, ma nel suo modo di procedere ha anche rispecchiato il comportamento del buon sacerdote. Perciò non ho dubbi che Vostra Eccellenza potrà destinarlo lì a qualsiasi ministero affinché lavori per il bene delle anime, fino a quando Dio vorrà che ritorni alla sua diocesi, dove certamente ci sarà bisogno di molti e buoni sacerdoti, per la restaurazione da tanta rovina spirituale» (Asv, Segr. Stato. Guerra Spagnola. 2. Fasc. 4, n. 9, f. 7, minuta scritta a macchina).
Monsignor Montini assistette anche il più illustre dei profughi spagnoli, il cardinale Francisco Vidal y Barraquer, arcivescovo di Tarragona, che visse ritirato nella certosa di Farneta (Lucca) durante i tre anni della guerra di Spagna, ma mantenne frequenti contatti con il Vaticano.
L'Osservatore Romano, 9-10 giugno 2017