mercoledì 21 giugno 2017

L'Osservatore Romano
Dopo una sofferenza indicibile, questo è stato l’anno della liberazione di Aleppo, in Siria, «città martoriata e resa in buona parte un cumulo di macerie». Purtroppo, il quadro complessivo «nella nazione è però ancora molto instabile», come ha sottolineato il cardinale Leonardo Sandri nella prolusione per l’apertura dei lavori della novantesima sessione plenaria annuale della Riunione delle opere di aiuto alle Chiese orientali (Roaco), martedì mattina, 20 giugno, in Vaticano.In Iraq, ha aggiunto il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, è in atto ormai da mesi «la cosiddetta “battaglia di Mosul”, con alcune zone liberate e altre in cui il conflitto si prevede ancora lungo». Si pone il problema che «già si ventilava prima dell’inizio delle operazioni militari»: una volta liberato e bonificato il terreno, rimane da risolvere chi tornerà ad abitarlo. «Lo sforzo di ricostruzione avviato da alcune agenzie anche qui presenti — ha rimarcato — è senz’altro encomiabile», perché consente di fare «una proposta precisa di rientro almeno a coloro tra gli sfollati che sono rimasti nel Kurdistan iracheno». Le testimonianze raccolte dal cardinale nei suoi viaggi in Giordania, Libano e Australia pongono alcune domande «sulla reale possibilità che chi è già all’estero possa fare ritorno». Resta aperta anche la questione «su come garantire la sicurezza». Alcuni gruppi, ha spiegato, «propongono la creazione di safe-zone, affidate ai cristiani, e la proposta ha trovato accoglienza anche tra alcuni vescovi in Iraq, non caldei». Altri vescovi preferiscono un modello che garantisca «la piena cittadinanza a tutti, con medesimi diritti e doveri».
Un accenno particolare il porporato ha riservato al Libano, sottolineando che desta preoccupazione la situazione dei rifugiati siriani: «Ormai si parla di cifre che si avvicinano ai due milioni, su una popolazione totale di quattro, con alcune condivisibili preoccupazioni sull’assetto futuro di una tale presenza, anche quando la situazione in Siria dovesse giungere a stabilizzarsi».
Il porporato ha poi ricordato la visita compiuta in Australia nel maggio scorso. Si è trattato di «un’esperienza intensa e faticosa, ma davvero molto ricca e stimolante». Il territorio vasto, ma scarsamente popolato e soprattutto nelle zone intorno alle grandi città, «favorisce una sinergia profonda tra tutti i vescovi orientali presenti nelle cinque eparchie», in particolare i tre provenienti dal Medio oriente (melkita, maronita, caldeo) che hanno la loro sede a Sydney. Esiste una proficua collaborazione, ha fatto notare il cardinale, anche con i vescovi delle Chiese ortodosse orientali, e «annualmente promuovono insieme una raccolta di carità e solidarietà che estendono anche ai presuli latini, destinata di volta in volta agli sfollati della piana di Ninive, ai copti ortodossi».
Precedentemente, il cardinale aveva presieduto la concelebrazione eucaristica nella chiesa di Santa Maria in Traspontina. Nell’occasione aveva ricordato il novantesimo anniversario della plenaria della Roaco e il centenario della fondazione della Congregazione per le Chiese orientali. «Il compiere la carità, il progettare la solidarietà tra le Chiese — ha detto — non è soltanto un atto di giustizia sociale», come osservava l’apostolo Paolo. D’altronde, «la colletta ristabiliva l’uguaglianza, non voleva né arricchire né impoverire alcuno». Al contrario, è «un seguire le orme di Cristo, un continuare a rispondere alla sua chiamata, rimanendo suoi discepoli» e imparando «a spezzare il pane della Parola e dei sacramenti, a dividere il mantello che dona una vita dignitosa» e consente a chi è nel bisogno «di affrontare l’esistenza annunciando ed essendo presenza di Cristo, unico salvatore del mondo». Il cardinale aveva poi ricordato che la colletta per la Chiesa madre di Gerusalemme «era destinata a una comunità nella quasi totalità giudeo-cristiana, ed è compiuta da comunità fondate dall’apostolo che sono in maggioranza di fedeli provenienti dal paganesimo». In questo senso, «il gesto di solidarietà manifesta in modo concreto la profondità dell’esigenza della comunione». Infatti, ha aggiunto, «siamo diversi, a volte discutiamo su come custodire il Vangelo rispettando le diverse tradizioni attraverso cui lo abbiamo conosciuto, ma componiamo insieme l’unica Chiesa di Cristo». Il servizio alla comunione vale «anche e sempre in maggior misura nei Paesi di emigrazione». La prima carità è «fare in modo che le comunità latine, a partire dai pastori, siano aiutate nella loro ammirevole opera di accoglienza».
L'Osservatore Romano, 20-21 giugno 2017.