venerdì 30 giugno 2017

La Stampa
(Andrea Tornielli) Di ritirarsi e così evitare il prevedibile choc internazionale per l' incriminazione di un «ministro» della Santa Sede in carica, George Pell non ne ha voluto sapere. Nonostante fosse ben cosciente della bufera in arrivo. Rivolgendosi ai giornalisti convocati di primo mattino nella sala stampa vaticana, ha sussurrato: «Queste materie sono oggetto di indagine da due anni, ci sono state fughe di notizie ai media, c' è stata una character assassination senza tregua». Nonostante i 76 anni e qualche acciacco, il porporato australiano alto come un giocatore di basket e corpulento come un rugbista, ha lasciato intendere di essere a suo modo una vittima. Una storia tutta australiana - Pell fino a tre anni fa era l' arcivescovo di Sydney - ma con inevitabili contraccolpi sulle vicende interne della Santa Sede. Nominato nel 2013 quale membro del C9, il consiglio dei cardinali che aiutano Papa Francesco nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa, Pell l' anno successivo veniva designato dal Pontefice argentino quale potente «deus ex machina» delle finanze vaticane, bisognose di riforma anche a motivo delle incalzanti inchieste della magistratura italiana. Francesco lo mette a capo della «Segreteria per l' Economia», dicastero nuovo di zecca per centralizzare procedure, controllo delle spese, criteri di investimento. Pell entra a far parte della Curia romana come un elefante in una cristalleria, incaricato di somministrare una cura drastica a un malato considerato da molti, specie nel mondo anglosassone, come un' istituzione opaca. Modi spicci, carattere duro, accentratore, con qualche difficoltà a lavorare in modo collegiale tenendo conto di rituali, usanze, tradizioni e diplomazie curiali. Il suo arrivo come «superministro» economico coincide con l' affermarsi Oltretevere di una mentalità molto (per alcuni troppo) manageriale e aziendale: superconsulenze offerte alle più quotate società internazionali, collaboratori esterni con stipendi esorbitanti chiamati a controllare conti e bilanci, o a studiare riforme economico-amministrative. Non mancano tensioni, contrasti, e infine conflitti: tra Pell e la Segreteria di Stato, da lui pubblicamente accusata di tenere fondi riservati extra bilancio. E soprattutto tra Pell e l' Apsa, l' Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica, dicastero guidato dal cardinale Domenico Calcagno. Il cardinale australiano non ha mancato di presentare ogni obiezione alle sue idee e alla sua gestione, come una resistenza al nuovo corso della trasparenza, incolpando i curiali italiani di resistere alla riforma. Questi ultimi, spesso restii a cedere competenze e controllo sui soldi, lo hanno continuato a ritenere un corpo estraneo al Vaticano. Francesco, che aveva scelto Pell e gli aveva dato un enorme potere, con successive messe a punto l' ha parzialmente ridimensionato, non acconsentendo, ad esempio, che mantenesse sia la vigilanza sulla gestione della gran parte dei beni mobili e immobili, sia la gestione di questi stessi beni. Il congedo, non si sa quanto «temporaneo» del porporato australiano arriva dopo le impreviste dimissioni del Revisore dei conti, Libero Milone, uomo a lui vicino. Non va dimenticato inoltre che Pell è stato uno degli alfieri delle posizioni più conservatrici sui temi del matrimonio e della famiglia negli ultimi Sinodi. Di certo, il corpulento cardinale non è mai fuggito di fronte alle responsabilità, accettando di sottoporsi a lunghi ed estenuanti interrogatori - seppure in collegamento video da Roma - da parte della Royal Commission incaricata di indagare sulle coperture degli abusi sessuali del clero. Negando, anche in quel caso con forza, ogni responsabilità.