domenica 4 giugno 2017

Vaticano
«A Pittsburgh respirano la nostra stessa aria ma forse a Trump non l'hanno spiegato». Intervista a Gianfranco Ravasi
Il Messaggero
(Franca Giansoldati) Sulla Tshirt dei bambini che si rincorrono sul piazzale vaticano c'è scritto: Piccoli viaggiatori,  grandi ambasciatori. Mini ambasciatori per difendere la natura, imparare la solidarietà e capire che  tutto è interconnesso.  Il cardinale Gianfranco Ravasi li osserva pensieroso. «Respirano la stessa aria che respirano i  bambini di Pittsburgh». L'incursione all'attualità è repentina e spontanea.
Sta pensando alla decisione del presidente Trump di non rispettare gli accordi di Parigi vero? 
«Si tratta della mancanza di rispetto a una delle principali caratteristiche dell'essere umano, la  relazione. Come se quella decisione fosse frutto di una forma di autismo. Anzi, molto peggio,  perché questa decisione denota un isolamento totale, il voler parlare solo a se stessi, il vedere solo i  propri interessi, ammesso che siano tali. Ed è una tendenza che fa perdere di vista la definizione  stessa della persona umana che è, per eccellenza, e in tutte le grandi culture, la relazione». 
Come se gli Usa avessero interrotto un percorso? 
«Sto riflettendo sul significato in sé di questo passaggio. La Bibbia dice che l'uomo guarda verso  l'alto il cielo,  verso il basso la terra, e davanti a sé verso gli esseri umani. Guardare davanti a sé è il  nesso delle relazioni fondanti, altrimenti si rompe l'armonia della creazione». 
Se si trovasse di fronte a Trump che cosa gli direbbe? 
«Non saprei, visto che nemmeno Papa Francesco ha avuto un buon risultato. Forse potrebbe essere  utile fargli capire, dal punto di vista scientifico, il significato della interconnessione ambientale, che di certo non è una l'aspirazione di un gruppo di eco-maniaci ma un fenomeno molto, molto  concreto. Persino la Cina lo ha compreso. I cambiamenti climatici sono una realtà all'orizzonte. La  qualità dell'aria è un problema per i bambini di Pittsburgh, così come per quelli cinesi o africani o  europei o indiani. Siamo interconnessi. E se andiamo avanti così sarà un guaio pure per loro. Una  volta una scienziata mi ha mostrato la mappa satellitare di una zona del Bangladesh, di come era 20  anni fa. Si trattava di una grande e ampia regione verde, coltivata, capace di sfamare milioni di  persone. Poi mi ha mostrato come questa stessa regione fosse diventata azzurra, venti anni dopo, a  causa del riscaldamento terrestre e l'innalzamento delle acque. Quella fertile pianura era stata  allagata. La popolazione si era ritratta all'interno e il flusso migratorio aveva causato tensioni. Ci  sono mille esempi così. Le visioni solipsistiche, da monadi non sono utili e, in futuro, lo saranno  sempre di meno». 
Immaginava un epilogo simile, specie dopo l'udienza in Vaticano di Trump? 
«A me personalmente sorprende che una grande potenza che ha una grande tradizione umanistica  alle spalle abbia fatto questa scelta. Una opzione che va contro il respiro del mondo americano,  come poi è stato testimoniato anche in questi giorni. Al di là di una visione cristiana e biblica (che  ha concepito tutta la natura come un creato in cui l'uomo è stato posto per coltivare e custodire la  terra) c'è un aspetto etico che viene stracciato».  
Una visione ristretta... 
«Dietro c'è la difesa del proprio orto, con problemi di tipo economico e industriale, ma ogni volta  che ci si concentra su un piccolo tassello e si dimentica il quadro generale, si creano problemi al  sistema. Una scelta, quella di Trump, che denota come non sia stato tenuto in considerazione il  tutto, l'interconnessione, il generale, il mondo. C'è un proverbio arabo che dice che nulla è più ovvio dell'aria, ma guai a non respirarla. Ecco se noi dimentichiamo che ci sono tante cose ovvie che sono fondamentali, in un certo senso noi distruggiamo la figura umana».
Il Messaggero, 4 giugno 2017