giovedì 22 giugno 2017

Avvenire
(Stefania Falasca) «È necessaria la conciliazione di differenti esigenze perché il diritto alla cittadinanza si collochi all’interno del più grande tema dell’integrazione e comporti, pertanto, diritti e doveri». È quanto il Segretario di Stato Pietro Parolin ha voluto sottolineare a margine della tavola rotonda alla Pontifica università Gregoriana organizzata dal Centro Astalli in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, alla quale, insieme al cardinale, ha preso parte Ferruccio De Bortoli. Per Parolin il diritto alla cittadinanza va di pari passo al tema dell’essere italiani e si accompagna all’opportunità di assorbire un po’ alla volta la cultura, la storia e la tradizione italiana.
«La politica – ha affermato – deve trovare gli strumenti adatti per affrontare la questione favorendo l’integrazione e un’integrazione diffusa», perché non è più possibile pensare al problema migratorio solo in termini di emergenza. «L’umanità non si arresta» è la campagna lanciata per i prossimi mesi dal Centro Astalli, una campagna culturale per cambiare le politiche sull’immigrazione in Italia, superando la Bossi-Fini.  Sessantaquattro milioni è ormai il numero della popolazione in fuga dai propri Paesi. «La poca disponibilità all’accoglienza sta indebolendo l’istituto giuridico» ha affermato Camillo Ripamonti presidente del Centro Astalli, erosione provocata anche dalle campagne di disinformazione riguardo ai fenomeni migratori, punto questo su cui, con accenti diversi, concordano i relatori che hanno preso parte all’incontro. Il crescente fenomeno dei flussi migratori, che non ha precedenti su questa scala nella storia contemporanea – ha detto il Segretario di Stato Parolin –  e che solo in minima parte è rivolto all’Europa, è riconducibile a cause strutturali complesse correlate tra loro. Guerre, disastri legati al cambiamento climatico e allo sfruttamento sregolato delle risorse, lo scandalo della povertà nelle sue varie dimensioni. A differenza dei migranti per altre cause, ai rifugiati, in forza della Convezione del 1951 sullo status dei rifugiati, è riconosciuto il diritto alla protezione internazionale, ma molti di più sono quelli che partono pur di non vivere in condizioni intollerabili di estrema povertà e violenze. La comunità internazionale deve preoccuparsi della crescente complessità delle cause in cui questo fenomeno si inserisce ed è sempre più spesso legato all’oscuro commercio di armi e alla corruzione che lo rendono possibile.
La mancanza di pace è uno dei temi più strettamente legati al problema della migrazione. «È un dato – ha affermato il Segretario di Stato – che se anche i conflitti nel mondo sembrano ora in diminuzione passando da 62 a 40, il numero delle vittime e delle persone che emigrano è triplicato. Questo mostra che se si vuole trovare una soluzione a lungo termine dei fenomeni migratori la prima preoccupazione è la pace. «Vogliamo ridurre il fenomeno?  Assicuriamo pace la dove c’è guerra». In questo modo si elimina così la distinzione tra emigranti economici e rifugiati in fuga da conflitti.
La diplomazia della Santa Sede – ha fatto presente il Segretario di Stato – sta lavorando assiduamente in questa prospettiva. È questa la maniera di affrontare la questione dell’emigrazione, quella di combattere le cause che la provocano: le guerre e la povertà. Parolin ha perciò riproposto in questa cornice l’impegno della Santa Sede nel tentativo di risolvere i conflitti, facendo anche l’esempio della mediazione intentata in Venezuela. Del resto ha spiegato fin dall’inizio del suo pontificato papa Francesco ha dettato come compito alla diplomazia della Santa Sede questa linee di condotta: lavorare per la pace, lottare contro la povertà e costruire ponti. La crescente consapevolezza dell’interdipendenza tra gli Stati cresce è segno di speranza così come i molti esempi di solidarietà e di favorire una integrazione diffusa sono segni di speranza. «Noi siamo chiamati a costruire artigianalmente la pace – ha concluso – questa è la nostra risposta al problema dell’immigrazione».
A margine del convegno il cardinale Parolin ha escluso la possibilità di un prossimo viaggio apostolico in Sud Sudan e ha confermato che si recherà a Mosca per il prossimo agosto. Una visita ufficiale di alto livello che vuole sottolineare i buoni rapporti esistenti tra la Santa Sede e la Russia, che era in preparazione da molto tempo e nel corso della quale il Segretario di Stato s’incontrerà con le autorità politiche e della Chiesa ortodossa.