mercoledì 21 giugno 2017

Vaticano
Intervista al cardinale Stella sulla figura del prete. Peccatore e pescatore
L'Osservatore Romano
(Nicola Gori) Nel giorno del Sacro Cuore di Gesù, il 23 giugno, ricorre la giornata di santificazione sacerdotale, occasione per un tempo di preghiera e di comunione tra i preti e, ancor più, per riscoprire e ravvivare il dono del sacerdozio. Ne parla spesso il Papa, che desidera pastori con il cuore di Cristo, a servizio del popolo di Dio, come sono stati nel secolo scorso i due preti italiani, don Mazzolari e don Milani, a cui il 20 giugno scorso ha reso onore a Bozzolo e Barbiana. A sottolinearlo è il prefetto della Congregazione per il clero, il cardinale Beniamino Stella, in questa intervista all’Osservatore Romano.
Qual è il significato di questa giornata?
Innanzi tutto la possibilità di un tempo di preghiera e riflessione che presenta almeno tre aspetti. Il primo è appunto la centralità della preghiera; pregando insieme, infatti, i sacerdoti ricordano che il loro ministero non è radicato nelle cose da fare e che, senza la relazione personale con il Signore, si rischia d’immergersi nel lavoro trascurando Gesù. Il secondo aspetto è la riscoperta del valore della diocesanità perché non si è preti da soli, ma come parte della famiglia del presbiterio, e questa giornata invita i sacerdoti a ritrovare la bellezza della fraternità presbiterale intorno al proprio vescovo, rinnovando l’impegno a superare le divergenze che spesso impediscono ai preti di vivere la comunione e di operare insieme in ambito pastorale. Infine, attraverso momenti di riflessione e di verifica, la giornata vuole aiutare i preti a riscoprire l’essenza della loro identità e il senso del loro servizio al popolo di Dio.
Si può delineare un modello di pastore secondo il magistero pontificio?
Rivolgendosi ai sacerdoti o parlando del loro ministero, il Papa poco a poco ha lentamente delineato un vero e proprio ritratto del prete. E ne viene fuori il modello di un pastore che cammina in mezzo al suo popolo, partecipa con la propria vita alle sue vicissitudini, si commuove profondamente per le sue ferite e lo unge con la gioia del Vangelo. Anche di recente il Pontefice ha espresso la sua preoccupazione più grande: che i sacerdoti cadano nella tentazione di vivere il ministero come un dovere d’ufficio, come se fossero, cioè, “chierici di Stato” o “funzionari del sacro”; al contrario, il popolo di Dio ha bisogno di un pastore che ascolta, accoglie, accompagna, si fa buon samaritano per chi è rimasto ai bordi della vita. Di recente, il Santo Padre ha avuto un’espressione forte sulla figura del prete: «È un mediatore tra Dio e gli uomini, non un funzionario che non si sporca le mani». Il prete secondo Francesco è l’uomo della relazione con il Padre e con la gente, ministro della compassione che sa consolare e guidare, che sa operare un discernimento pastorale in tutte le situazioni ed è capace di accendere piccole luci anche in quelle esistenze o in quei contesti dove sembra che tutto sia perduto.
Il Papa ha appena visitato i luoghi dove sono stati protagonisti due preti “scomodi”, don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Che messaggio ne viene fuori per i parroci italiani di oggi?
Queste due tappe, così ricche di significati per la spiritualità della Chiesa in Italia, impreziosiscono il ritratto del prete delineato da Papa Francesco di cui parlavo. È stato un omaggio importante a due sacerdoti coraggiosi, liberi, animati da un autentico spirito evangelico, che li ha resi spesso “scomodi” — e perciò non compresi — capaci di comunicare il Vangelo nella “periferia”, anche ai più lontani. Con questa duplice visita il Papa ha voluto ribadire che «i parroci sono la forza della Chiesa in Italia”», esortando a vivere il sacerdozio in quella dimensione profetica che ci fa “camminare avanti”, anche a costo di essere, non subito o non da tutti, capiti. Di queste due straordinarie figure di preti coglierei due aspetti sottolineati dal Pontefice e che possono rappresentare un messaggio importante anche per i sacerdoti di oggi. Di don Mazzolari il Papa ha ricordato come amasse dire che il «prete non è un ripetitore passivo e senz’anima» ma uno che proclama la verità attraverso una “cordiale umanità”, facendo di essa uno strumento della misericordia di Dio; di don Milani, ha rievocato la passione educativa e l’impegno a «ridare parola ai poveri» sottolineando che la radice di questa missione era il suo essere «un prete di fede». In questo modo il Pontefice descrive un prete che sia un annunciatore umano, cordiale e misericordioso; e, ancora, «uomo di fede schietta e non annacquata», per poter vivere «una carità pastorale verso tutti».
Più volte il Pontefice ha parlato della necessità di un cammino di formazione e maturazione per i sacerdoti. Come realizzarlo?
Oggi si avverte in modo speciale questa necessità, davvero imprescindibile, della formazione dei preti, anch’essi discepoli chiamati a camminare dietro Gesù: devono essere plasmati dalla sua parola e configurare il loro cuore a quello del Buon pastore. Occorre puntare molto sulla qualità del percorso che si vive nei seminari e su questo la Congregazione per il clero investe molte energie. Abbiamo bisogno di seminari che siano luoghi di crescita umana, spirituale, accademica e pastorale; e abbiamo bisogno di formatori preparati, che sappiano offrire ai candidati possibilità di maturazione psicoaffettiva e di radicamento nella preghiera, in un clima comunitario fraterno, capace di farli uscire da se stessi e di aiutarli gradualmente a inserirsi nel campo pastorale.
Come superare la tentazione del «senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura», come si legge nell’Evangelii gaudium?
Papa Francesco mostra di avere, oltre a una lucida capacità di lettura della vita pastorale, quello che potremmo chiamare il polso della vita: sa cioè che nella vita dei credenti e dei sacerdoti possono esserci momenti di scoraggiamento, stanchezza, frustrazione. Il prete vive sulla sua pelle la logica del Vangelo, cioè del regno che cresce come un piccolo seme o un lievito nascosto, in modo invisibile e oltre i calcoli umani. Per questo deve avere l’armatura forte della fede e della preghiera, perché non interpreti mai la sua missione come l’equivalente di un lavoro aziendale, basato sul profitto; deve attingere la fiducia dall’ascolto della Parola e dalla collaborazione attiva con i confratelli e con i laici, lottando contro ogni pessimismo e cercando di essere creativo e dinamico nell’annuncio del Vangelo. Come ha osservato il Pontefice, quando un prete si lascia stancare dai problemi e dai bisogni delle persone, riceve l’affetto e l’amore gratuito del popolo di Dio. E questo diventa per lui consolazione e antidoto a ogni senso di sconfitta e di scoraggiamento.
Spesso i preti si trovano davanti all’eclissi della fede. Come superare questa prova?
Ci sono zone del mondo segnate da un crescente secolarismo, dalla povertà e dall’ingiustizia, dai conflitti etnici e religiosi: qui è difficile testimoniare la fede cristiana e, ancor più, vivere il ministero sacerdotale. Talvolta si ha l’impressione — come afferma il Papa nell’Evangelii gaudium — che si vada incontro a una «desertificazione spirituale» e a un affievolimento del dinamismo della stessa evangelizzazione. Penso che il sacerdote in simili contesti debba anzitutto radicarsi in una relazione intima e personale con Gesù, il quale durante la sua missione ha vissuto difficoltà, è stato ostacolato e alla fine messo a morte; la risurrezione del Signore dona l’interiore certezza che, all’interno della nostra debolezza e dello “scandalo della passione” a cui spesso è sottoposto lo stesso annuncio del Vangelo, risplende la potenza dell’amore di Dio. Nell’incontro con i sacerdoti di Milano il Pontefice ha ricordato inoltre che non dobbiamo mai temere le sfide: perché ci fanno crescere, ci salvano da un pensiero chiuso e ideologico e, in qualche modo ci scomodano. Nella prova, direi, siamo sfidati a fermarci, a ritornare al Signore spogliandoci di ogni presunzione, a cercare nuove vie per l’annuncio del Vangelo, uscendo dalle abitudini consolidate e dalla pretesa di essere già arrivati. Così, anche un momento di prova può rivelarsi come un’occasione di crescita.
Come in un prete o in un vescovo convivono la coscienza di essere peccatori agli occhi di Dio e la consapevolezza della chiamata di Gesù a essere pescatori di uomini?
Nella dinamica della vocazione sacerdotale esiste questo paradosso, ben visibile nella chiamata degli apostoli da parte del Signore: chi è chiamato non è mai un perfetto o una persona che ha doni straordinari, ma al contrario Gesù si ferma sulla riva del mare per rivolgersi ad alcuni semplici pescatori e, poco dopo, a un esattore delle tasse. Un prete o un vescovo lo sperimentano durante tutta la loro vita; sentono che l’esigenza della missione loro affidata è portata avanti perché la misericordia di Dio viene in aiuto alla loro debolezza e alle loro fragilità; imparano, ogni giorno, di essere apostoli non per meriti personali, ma perché sono stati scelti dal Signore, che li ha chiamati e inviati. I due aspetti — essere peccatori ed essere pescatori di uomini, mandati ad annunciare il Vangelo — non solo convivono bene, ma sono anche una garanzia per la nostra santificazione: se tutto dipendesse dalla nostra perfezione, presto ci dimenticheremmo di Dio e monteremmo in superbia. Pochi giorni fa, in un’omelia a Santa Marta, il Papa ha detto che non dobbiamo truccarci per sembrare «vasi d’oro» ma, al contrario, dobbiamo accettare di essere «vasi di creta»; solo così il vasaio, che è Dio, ci modella con amore e permette che, pur all’interno della nostra debolezza, risplenda il tesoro del Vangelo, da portare al mondo intero.
L'Osservatore Romano, 21-22 giugno 2017