lunedì 26 giugno 2017

L'Osservatore Romano
Le parole di Gesù: «non abbiate paura degli uomini» potrebbero sembrare oggi «poco realistiche; invece sono comprovate dalla testimonianza di tanti cristiani di ogni epoca, anche ai nostri giorni». Come hanno testimoniato «quei fratelli e sorelle che recentemente in Egitto sono stati uccisi per non aver voluto rinnegare la loro fede». È l’insegnamento che l’arcivescovo Angelo Becciu ha tratto dalla lettura del vangelo domenicale di Matteo (10, 26) celebrando la mattina del 25 giugno la messa per la festa dell’associazione Santi Pietro e Paolo. All’altare della cattedra della basilica vaticana il sostituto della Segreteria di Stato ha presieduto il rito, all’inizio del quale si è svolta la cerimonia della solenne promessa dei nuovi soci.
All’omelia il presule ha messo in luce come ci sia «qualcosa di noi che niente e nessuno al mondo può veramente toglierci o danneggiare: l’anima immortale e la testimonianza della nostra coscienza». E sulla base di questa certezza ha riproposto il «metodo pratico per vincere le paure» suggerito dall’apostolo Paolo nella lettera ai Romani (8, 35 ss.) quando «passa in rassegna tutte le situazioni di pericolo e le cose che hanno minacciato di abbatterlo nella vita: “la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada”. Non si tratta — ha commentato — di un elenco convenzionale». Infatti «con ognuna di queste parole egli allude a un fatto realmente accadutogli. Guarda quindi tutte queste cose alla luce della grande certezza che Dio lo ama». Da qui l’invito ai presenti «a fare lo stesso. A guardare la vita, presente e passata» portando «a galla le paure che vi si annidano: le tristezze, le minacce, i complessi; quindi a esporre tutto ciò alla luce del pensiero che Dio ci ama, così come siamo». Del resto, ha affermato monsignor Becciu con un’immagine particolarmente evocativa, «le paure, sono come i fantasmi: hanno bisogno del buio per agire». Insomma, ha chiarito, «ci sopraffanno se le manteniamo a livello inconscio», mentre basterebbe «portarle alla luce, dar loro un nome, parlarne, perché si dissolvano o si ridimensionino».
Dalla pagina evangelica il sostituto della Segreteria di Stato ha poi tratto una seconda lezione riguardante il timore di Dio, «una componente della fede» che «nasce dal sapere chi è Dio». In pratica, ha chiarito, si tratta dello «stesso sentimento che ci coglie davanti a uno spettacolo grandioso e solenne della natura: è stupore, meraviglia, misti ad ammirazione». Dunque è una paura positiva, costruttiva, una compagna «inseparabile dell’amore: la paura di dispiacere all’amato che si nota in ogni vero innamorato anche nell’esperienza umana». Di più, «è addirittura uno dei sette doni dello Spirito Santo», sebbene — ha ammonito l’arcivescovo Becciu — nella «nostra realtà quotidiana, nella nostra società» esso sia visibilmente diminuito. E «più diminuisce il timore di Dio, più cresce la paura degli uomini», perché «dimenticando Dio, noi riponiamo ogni fiducia nelle cose di quaggiù, cioè in quelle cose aleatorie che possono venir meno da un momento all’altro, che il tempo inesorabilmente consuma». Inoltre, ha proseguito il presule, «sono cose a cui tutti ambiscono e che scatenano perciò rivalità e violenza». Di conseguenza, pur essendosi «perso il timore di Dio, anziché più liberi dalle paure, ne siamo impastati». Da qui l’invito «a guardare cosa succede nel rapporto tra genitori e figli» con i padri che «hanno abbandonato il timore di Dio e i figli hanno abbandonato il timore dei padri». Ma — si è domandato il celebrante — «il fatto di non avere più nessun timore o rispetto dei genitori, rende forse i ragazzi e gli adolescenti di oggi più liberi e sicuri di sé»? La risposta è negativa: «è vero esattamente il contrario», ha constatato.
Per questo, ha concluso monsignor Becciu, «la via per uscire dalla crisi è riscoprire la necessità e la bellezza del santo timore di Dio», il quale «non vuole incuterci paura, ma fiducia. Così dovrebbero fare anche i padri e le madri: non incutere timore, ma fiducia. È proprio così che si alimenta il rispetto, l’ammirazione, la confidenza, tutto ciò che va sotto il nome di “sano timore”».
Infine il sostituto della Segreteria di Stato ha espresso apprezzamento e gratitudine per l’opera dell’associazione «in favore della Santa Sede, specialmente con il valido servizio quotidiano nella basilica vaticana e durante le celebrazioni pontificie», e per la «testimonianza al Vangelo della carità» offerta dai soci «mediante le diverse attività di solidarietà per i poveri e gli ammalati».
L'Osservatore Romano, 26-27 giugno 2017.