martedì 27 giugno 2017

Vaticano
Giovanni Maria Vian: La storia aperta
L'Osservatore Romano
(Giovanni Maria Vian) Nel giorno del venticinquesimo anniversario dell’ordinazione episcopale il Papa ha voluto celebrare con i cardinali nella cappella Paolina, dove il vecchio Michelangelo ha raffigurato la conversione di Paolo e la crocefissione di Pietro. E in questo luogo che onora con un’altissima espressione artistica la vicenda dei due apostoli, dalla chiamata al culmine della testimonianza, il Pontefice ha meditato sulla vocazione sua e di chi è chiamato soprattutto a servire, alla vigilia della sua quarta creazione cardinalizia, nella festa dei patroni della Chiesa di Roma.
A ispirare la riflessione di Francesco sono state tre parole di Dio ad Abramo, «tre imperativi che segnano la strada» futura del patriarca, ma «anche il modo di fare, l’atteggiamento interiore: alzati, guarda, spera». Frutto come di consueto di una lunga meditazione, l’omelia improvvisata del Papa ha evocato la dimensione del cammino, del «non stare fermo» come sinonimo della missione, cifra della sua vita e del compito dei seguaci di Cristo e della sua Chiesa. E come simbolo Bergoglio ha preso la tenda: «Mai Abramo ha fatto una casa per sé, mentre c’era questo imperativo: Alzati! Soltanto, costruì un altare: l’unica cosa, per adorare colui che gli ordinava di alzarsi, di essere in cammino, con la tenda».
Commentando poi il secondo imperativo di Dio («guarda»), il Pontefice ha descritto «la mistica dell’orizzonte», un orizzonte senza muri: la dimensione cioè che porta a «spingere lo sguardo, spingerlo in avanti, camminando, ma verso l’orizzonte». Infine, la speranza nella promessa, una prospettiva a viste umane impossibile: «E questo, detto a un uomo che non poteva avere eredità, sia per la sua età sia per la sterilità della moglie».
In questo contesto interpretativo si è collocata l’attualizzazione della Scrittura, praticata già nel giudaismo antico con il metodo del pesher, e applicata dal Papa a se stesso e ai cardinali: «Questa parola di Dio è anche per noi, che abbiamo un’età che è come quella di Abramo», e «ci dice che la nostra storia è aperta, ancora: è aperta fino alla fine, è aperta con una missione». Ma con una rivendicazione netta: non siamo una gerontocrazia, ha esclamato il Pontefice. Piuttosto, «dei nonni ai quali i nostri nipotini guardano, dei nonni che devono dare loro un senso della vita con la nostra esperienza, nonni non chiusi nella malinconia della nostra storia» ma «chiamati a sognare e dare il nostro sogno alla gioventù di oggi», che ne ha bisogno e prenderà «dai nostri sogni la forza per profetizzare e portare avanti il loro compito». Come il vecchio Simeone e la profetessa Anna che parlarono a Giuseppe e Maria.
È alla luce di questa meditazione che va letta la quarta creazione cardinalizia del pontificato di Francesco. Le sue scelte in questo ambito danno, secondo una tendenza avviata non a caso pochi mesi dopo la seconda guerra mondiale da Pio XII, un ulteriore impulso alla dimensione internazionale del collegio, e dunque al suo respiro universale. Con un’accentuazione dall’evidente significato pastorale: i cardinali creati in questi anni da Bergoglio sono, infatti, in larghissima prevalenza vescovi residenziali.

L'Osservatore Romano, 27-28 giugno 2017