mercoledì 7 giugno 2017

Vaticano
Al via la plenaria del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. Donne nella società multiculturale
L'Osservatore Romano
«Impegnate a livello di base» nel «dialogo della vita», le donne «contribuiscono a una vera comprensione delle sfide caratteristiche di una realtà multiculturale» come quella odierna: lo ha detto il cardinale presidente Jean-Louis Tauran aprendo mercoledì 7 giugno i lavori della dodicesima assemblea plenaria del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, che ha per tema proprio «il ruolo delle donne nell’educazione alla fraternità universale».
«Nella società complessa di oggi, caratterizzata dal pluralismo e dalla globalizzazione — ha spiegato in proposito il porporato — c’è bisogno di un maggiore riconoscimento della loro capacità» educativa. Anche perché, ha fatto notare, «per quanto ci siano stati miglioramenti nel riconoscimento dei diritti della donna e nella sua partecipazione allo spazio pubblico, c’è ancora molto da crescere in alcuni paesi», dove «non sono ancora del tutto sradicati costumi inaccettabili» come la violenza, i maltrattamenti familiari, varie forme di schiavitù, le mutilazioni genitali, la disuguaglianza dell’accesso ai posti di lavoro e ai luoghi decisionali. Per questo, ha auspicato il presidente del dicastero, «riconoscere il ruolo delle donne, equivale ad affermare che esse hanno la libertà di offrire modelli e approcci differenti e complementari». Del resto, ha concluso, nel «Vangelo le donne non sono in svantaggio rispetto agli uomini, ma vengono presentate come discepole esemplari. Cristo le ha lodate per la fede, non per i loro compiti sociali e familiari». Il vescovo segretario Miguel Ángel Ayuso Guixot ha quindi illustrato le attività del dicastero nell’ultimo triennio, segnate in particolare dal cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Segretariato per i non-cristiani (19 maggio 1964) e della dichiarazione conciliare Nostra Aetate (28 ottobre 1965), nonché dal giubileo straordinario della misericordia. Al contempo però, ha ricordato, «gli avvenimenti di questi ultimi tempi» hanno rischiato di mettere in crisi i rapporti con i musulmani, al punto che la domanda ricorrente sembra essere: «C’è ancora spazio per dialogare con loro?». Per il Pontificio consiglio la risposta è senza dubbio: «Sì, più che mai». Anzitutto, ha detto il presule comboniano, «perché la grande maggioranza dei musulmani stessi non si riconosce nella barbarie in atto. Purtroppo oggi la parola “religione” viene associata alla parola “violenza”, mentre i credenti devono dimostrare che le religioni sono chiamate a essere foriere di pace». Elencando gli «accordi raggiunti con diverse istituzioni aventi sede in paesi islamici o a maggioranza musulmana, in modo da assicurare la possibilità di incontri periodici», il segretario ha accennato in particolare ai colloqui con l’Islamic culture and relations organization, di Teheran (Iran), risalenti al 1994; ai rapporti con l’ateneo egiziano di al-Azhar, che da più di mille anni si occupa di formare imam e “missionari” sunniti. Rapporti iniziati nel 1998, interrotti dal 2011 e riannodati grazie a una paziente mediazione culminata con la prima visita in Vaticano del grande imam Al-Tayyib (23 maggio 2016) e il successivo viaggio di Papa Francesco al Cairo, il 28 e 29 aprile scorsi.
Altre iniziative importanti sono i colloqui col Royal Institute for Inter-Faith Studies di Amman, in Giordania, e il Forum cattolico-musulmano costituito a seguito dalla nota lettera di 138 esponenti di differenti tradizioni del mondo islamico a Benedetto XVI. Il Pontificio consiglio intrattiene anche relazioni con il ministero degli affari religiosi turco (Dyanet), la sovrintendenza sciita, sunnita, cristiana, yazida e sabea della Repubblica irachena, l’Accademia reale del Marocco, per citare le più significative.
Ma i rapporti del dicastero continuano a svilupparsi e ad arricchirsi anche in Asia e Oceania, attraverso incontri e visite con le organizzazioni buddiste, le altre religioni asiatiche e i nuovi movimenti giapponesi, senza tralasciare quelli con il taoismo, il caodaismo, gli indù e i giainisti. Infine il dialogo si svolge anche in Africa, soprattutto con le religioni tradizionali, e in America latina, dove si registra un percorso comune delle grandi fedi in ambito educativo, scientifico e nella difesa dell’ambiente.
Da ultimo monsignor Ayuso Guixot ha citato i messaggi di felicitazioni e auguri inviati ai musulmani in occasione del Ramadan, agli indù per la festa di Diwali e ai buddisti per la festa di Vesak; e ha sottolineato che tredici giovani hanno ricevuto borse di studio (quattro buddisti del Myanmar e nove musulmani di Costa d’Avorio, Germania, Indonesia, Kazakhstan, Malesia, Nigeria e Pakistan). Oggi, ha concluso, «molti ex-borsisti sono attivi nei loro paesi, nel promuovere il dialogo interreligioso, per lo più a livello accademico».
L'Osservatore Romano, 7-8 giugno 2017