sabato 17 giugno 2017

Sudafrica
A colloquio con il primo ambasciatore residente del Sud Africa presso la Santa Sede. Alleati per la pace
L'Osservatore Romano
(Giuseppe Fiorentino) Promozione della pace e della mediazione come strumento per risolvere i conflitti; superamento delle ingiustizie sociali per affrancare i poveri dalla loro condizione e per garantire il riconoscimento del ruolo della donna nella società. Sono molti gli ambiti in cui l’azione della Santa Sede è vicina agli obiettivi del governo sudafricano. Per questo l’esecutivo di Pretoria ha deciso di accreditare presso la Santa Sede un ambasciatore residente.
Il diplomatico, George Johannes — che ha presentato le lettere credenziali al Pontefice lo scorso 3 giugno — aveva già ricoperto l’incarico, ma a Berna, dove finora era basata la rappresentanza sudafricana presso la Santa Sede. Oggi invece il Sud Africa ha una sua ambasciata che potrà dedicarsi interamente alle relazioni con la Santa Sede.
«È un traguardo per il quale mi sono molto battuto — ci dice l’ambasciatore durante un incontro svoltosi all’Osservatore Romano — e che rappresenta il coronamento di un percorso iniziato nel 1994, quando su iniziativa anche di Nelson Mandela, il nostro paese stabilì relazioni diplomatiche con la Santa Sede». Prima di allora, sottolinea il diplomatico, i cattolici erano apertamente combattuti in Sud Africa per la loro strenua opposizione al regime dell’apartheid. La Chiesa era considerata alla stregua del comunismo, e come tale un nemico da debellare.
«È impressionante vedere oggi quante aree di azione comuni ci siano tra il Sud Africa e Santa Sede e la decisione di inaugurare una sede residenziale vuole essere il riconoscimento sia dell’enorme influenza esercitata da Papa Francesco in tutto il mondo, che del fondamentale ruolo svolto dalla Chiesa cattolica in Africa» ribadisce l’ambasciatore.
Il diplomatico racconta come i cattolici del suo paese abbiano sempre lottato per l’emancipazione, anche culturale, dei loro concittadini. È il caso di Benedict Daswa, insegnante e padre di otto figli, lapidato a morte nel 1990 per essersi opposto alle imposizioni di un sistema che interpretava la realtà in base alla superstizione.
Daswa venne ucciso perché si rifiutò di pagare i riti per allontanare le forze maligne che, secondo gli anziani, avrebbero causato una tempesta nel suo villaggio. E nel settembre del 2015 è stato proclamato beato durante una celebrazione alla quale hanno partecipato oltre trentacinquemila persone. «Grazie alla testimonianza di cattolici come Benedict Daswa il nostro paese è molto progredito» afferma l’ambasciatore, che sottolinea la preziosa opera svolta dalle istituzioni cattoliche.
«Il contributo delle scuole e degli ospedali cattolici — dice — è davvero di inestimabile valore, un valore che non si può certo quantificare, ma che certo vale più di un sostanzioso investimento estero». È poi sorprendente, secondo il rappresentante diplomatico, come Santa Sede e Sud Africa condividano la stessa visione sui mezzi per arginare e superare i conflitti.
L’ambasciatore, che ha alle spalle una lunga esperienza di mediatore, evidenzia come il suo paese si stia facendo promotore di dialogo in zone di crisi, come il Sud Sudan o la Repubblica Centrafricana, dove la minaccia del ricorso alle armi è sempre presente. Un dialogo che può prendere spunto dall’esperienza vissuta in Sud Africa, società davvero multietnica, dove le religioni convivono e operano in armonia. «Da noi — rileva il diplomatico — anche i musulmani sunniti e sciiti coesistono pacificamente».
E in fondo questo è il migliore insegnamento che le religioni possono garantire in un mondo su cui aleggia lo spettro del fanatismo e in un momento storico in cui la questione dei migranti e dei profughi si fa sempre più stringente. «Dobbiamo tutti lavorare per costruire una società libera e senza costrizioni» conclude l’ambasciatore del Sud Africa, che è consapevole di trovare nella Santa Sede un importante alleato.

L'Osservatore Romano, 17-18 giugno 2017