venerdì 23 giugno 2017

L'Osservatore Romano
Dimostrarsi coerenti con la grande vocazione degli Stati Uniti che hanno sempre saputo dare protezione a quanti fuggono dalla persecuzione religiosa: è quanto chiedono i vescovi statunitensi che in una lettera indirizzata al segretario per la Sicurezza interna, John Francis Kelly, intervengono formalmente sul paventato rimpatrio forzato in Iraq, soprattutto dal Michigan e dal Tennessee, di numerosi cattolici caldei che si sono macchiati di crimini più o meno gravi e per i quali hanno già scontato le pene loro inflitte. Una questione da diversi giorni già sul tappeto e che ha suscitato molto clamore nella comunità caldea in nord America ma anche nello stesso Iraq. Nella lettera si chiede di sospendere il provvedimento di espulsione almeno fino a quando la situazione politico-militare nel paese mediorientale non si sarà stabilizzata e il governo di Baghdad non sarà in grado di garantire il rispetto della libertà religiosa.
Il documento è firmato dal presidente dell’episcopato, il cardinale arcivescovo di Galveston-Houston, Daniel N. DiNardo, insieme ai presuli responsabili della Commissione episcopale per le migrazioni, Joe Steve Vásquez, e del Comitato giustizia e pace internazionale, Oscar Cantú. Nel testo si esprime appunto «grave preoccupazione» per la sorte di alcuni cristiani, soprattutto cattolici caldei, che in Michigan e in Tennessee sono stati indicati come destinatari di provvedimenti di deportazione. «La restituzione delle minoranze religiose all’Iraq, senza particolari piani di protezione, non sembra coerente — avvertono i vescovi — con le nostre preoccupazioni riguardo al genocidio e alla persecuzione dei cristiani in Iraq». In tale prospettiva, l’episcopato statunitense sollecita il segretario per la Sicurezza interna, Kelly, a «esercitare il potere discrezionale di cui avete diritto per rinviare la deportazione delle persone in Iraq, in particolare i cristiani e i cattolici caldei, che non costituiscono minacce alla sicurezza pubblica statunitense fino a quando la situazione in Iraq non si stabilizza e il suo governo si dimostrerà disposto e capace di proteggere i diritti delle minoranze religiose».
Del resto, viene sottolineato, anche il governo degli Stati Uniti riconosce ampiamente come in Iraq i cristiani, insieme a tutte le altre minoranze religiose, siano vittime di persecuzione, quando non di genocidio. Una persecuzione «ben documentata», scrivono i vescovi, i quali ricordano come il Congresso statunitense abbia espresso «profonda preoccupazione» per la situazione dei cristiani in terra irachena. Tuttavia, nonostante un tale riconoscimento, viene osservato, l’amministrazione statunitense sta lavorando per deportare decine di cristiani in Iraq esponendoli al rischio della persecuzione. «Per decenni — scrivono — molti di questi cristiani hanno cercato rifugio legale negli Stati Uniti. Come altri rifugiati provenienti da vari paesi, si sono integrati nelle comunità americane».
E se chi ha commesso dei gravi reati è «assolutamente opportuno» che sia punito, allo stesso tempo «crediamo che non sia giusto o umano deportare una persona che si sia integrata nella vita americana e non rappresenta alcun rischio evidente per la comunità locale». Anche perché, viene ricordato, «il nostro paese è stato un leader internazionale nel fornire rifugio a coloro che sono scampati alla persecuzione religiosa. È una parte ammirevole della nostra storia nazionale». Una storia a cui occorre restare coerentemente fedeli: «Dobbiamo continuare a proteggere coloro che cercano rifugio e che sono a rischio a causa della loro fede».
L'Osservatore Romano, 23-24 giugno 2017.