sabato 10 giugno 2017

Spagna
L’arcivescovo Gallagher ha conferito l’ordinazione episcopale al nunzio apostolico De Wit Guzmán. Ambasciatore di misericordia
L'Osservatore Romano
Inviato nel mondo a confrontarsi con le «vicende della società, dei gruppi umani, delle famiglie, dei popoli, delle nazioni», un nunzio apostolico deve avere la misericordia come «cifra della sua missione diplomatica». Con queste parole — riprese dal discorso di Papa Francesco ai rappresentanti pontifici in occasione del giubileo — l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, ha riassunto il senso della missione che attende monsignor Santiago De Wit Guzmán, nominato nel marzo scorso nunzio apostolico nella Repubblica Centrafricana e nella Repubblica del Ciad. Lo ha fatto sabato 10 giugno nella cattedrale di Valencia, in Spagna, dove ha celebrato la messa per l’ordinazione episcopale del rappresentante pontificio.Per monsignor De Wit Guzmán si è trattato di un ritorno alle radici della fede prima di partire alla volta dell’Africa per compiere la missione affidatagli dal Pontefice. Quella di Valencia, infatti, è la diocesi dove è nato nel 1964 e dove è stato incardinato dopo l’ordinazione sacerdotale nel 1989. Lo ha ricordato monsignor Gallagher nell’omelia, facendo riferimento all’ambiente familiare dove è cresciuto e si è formato il nuovo presule, così come alle comunità che hanno guidato e accompagnato il suo percorso umano e sacerdotale. «Sei circondato — gli ha detto — da comunità di fede» che «ti appoggiano e ti animano» come una sorta di «anelli concentrici». Ed è questa fede, ha assicurato, che «continuerà a sostenerti nel tuo nuovo ministero come vescovo e come nunzio».
Parlando «a nome del Santo Padre, del segretario di Stato e delle comunità di ecclesiastici e laici che assistono il Papa nel suo ministero petrino come pastore della Chiesa universale», il segretario per i Rapporti con gli Stati ha esortato monsignor De Wit Guzmán ad assumere «la paternità spirituale e la responsabilità pastorale che debbono caratterizzare tutti coloro che guidano il popolo di Dio». Un compito da svolgere «a nome del vicario di Cristo» e dunque con «una maggiore responsabilità», in quanto il nunzio apostolico è chiamato a operare come «ambasciatore del Papa» in uno specifico contesto religioso e civile. «Non si tratta — ha avvertito in proposito — di imporre la volontà o di difendere gli interessi della Sede apostolica, ma piuttosto di rafforzare l’unità e lo spirito di comunione che costituiscono l’essenza stessa del cattolicesimo».
«Dobbiamo sforzarci — ha proseguito — di essere e di operare ciò che professiamo con la nostra fede». Questo richiederà notevoli «abilità umane e qualità pastorali» e solleciterà il nuovo presule ad attingere all’«esperienza diplomatica e all’apprendistato maturato durante gli studi e il ministero». Senza dimenticare, ha assicurato monsignor Gallagher, «che in ogni momento sarai sostenuto dalle nostre preghiere e dal nostro affetto».
Richiamando quindi il significato dell’ordinazione episcopale, il celebrante ha invitato monsignor De Wit Guzmán a prostrarsi davanti all’altare «come segno di sottomissione», di «rinnovata accettazione della volontà divina» e di «abbraccio alla nuova vocazione» al servizio della Chiesa universale. «Anche tu a volte — gli ha confidato ricordando l’incontro dei discepoli con Gesù in Galilea dopo la risurrezione — dubiterai e sarai preoccupato per i tuoi propri limiti e per la tua mancanza di fede, forse non in Dio bensì in te stesso». Ma, ha aggiunto, «sebbene il tuo rango sia quello di ambasciatore straordinario e plenipotenziario, mai devi dimenticare la tua totale dipendenza» da Gesù, sull’esempio dei discepoli che, anche nei momenti di difficoltà, non si sono sottratti alla «missione che Cristo aveva affidato loro, perché credevano fermamente che il Signore stava con loro tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

L'Osservatore Romano, 10-11 giugno 2017