sabato 24 giugno 2017

Spagna
Il vescovo Brian Farrell sul dialogo con i protestanti. Tutto quello che abbiamo in comune
L'Osservatore Romano
(Fabrizio Contessa) «Dopo cinquant’anni, credo che siamo riusciti a capire che non siamo d’accordo su tutto, ma su molti punti sì». Parole del vescovo Brian Farrell, segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, che a margine del congresso internazionale di teologia ecumenica tenutosi recentemente presso la Pontificia università di Salamanca ha fatto il punto sui progressi compiuti negli ultimi tempi nelle relazioni tra le diverse confessioni cristiane.
Rispondendo sul settimanale «Vida Nueva» alle domande di José Beltrán, il presule irlandese ha così replicato alle obiezioni di quanti, nonostante i frutti del viaggio compiuto lo scorso ottobre da Papa Francesco in Svezia, ritengono ancora che ci sia poco o nulla da celebrare per questi cinquecento anni della Riforma. «Se c’è chi la pensa così forse occorrerebbe più tempo per cercare di capire meglio le origini e i processi che hanno portato alla rottura», osserva Farrell, il quale ricorda che soltanto «in un processo di dialogo e d’incontro si possono comprendere queste cause e conoscere quanto c’è di comune in posizioni che, a volte, sembrano contraddittorie, ma che hanno molto di complementare. È questo che bisogna scoprire ed è ciò che sta avvenendo in questo momento nel dialogo ecumenico».
Quello del segretario del dicastero vaticano per il dialogo ecumenico, come osserva acutamente Beltrán, è uno sguardo intriso di «ottimismo» e tuttavia «non esente del realismo di chi conosce di prima mano gli ostacoli nel dialogo tra cattolici e protestanti». In questo senso, si rimarca come, nel corso del suo intervento nella prestigiosa sede accademica di Salamanca, monsignor Farrell abbia deplorato «una certa mancanza di interesse teologico nelle nuove generazioni e la difficoltà a diffondere i risultati dei diversi dialoghi», rivendicando altresì «la necessità di un’applicazione più reale del concilio Vaticano II». In questo senso, afferma, «l’ecumenismo dipende dalla riforma dei cristiani».
Tuttavia, non è certamente facile cambiare prospettiva. Così come, evidenzia Beltrán, non è semplicissimo «spiegare a un cattolico comune, che è cresciuto pensando che Lutero fosse il cattivo del film, che adesso è un riformatore ecumenico». Eppure, replica Farrell, «queste cose succedono in tutte le famiglie». Infatti, osserva con un’immagine efficace, «c’è un momento in cui due persone non sono d’accordo su qualcosa, ma il giorno seguente, dopo averci pensato su, si incontrano, vedono gli aspetti positivi e quelli negativi della discussione e concludono vedendo ognuno il lato buono dell’altro. È questo il modo migliore per ottenere la pace e, in un certo senso, è ciò che sta accadendo con Lutero». Una nuova stagione sembra davvero all’orizzonte: «Per secoli, cattolici e luterani si sono scontrati, ma ora vediamo che quelle discrepanze erano generalizzazioni e caricature delle posizioni e intenzioni di base. Se si illumina la verità di fondo di quelle idee, si scopre che le differenze in molti casi erano pregiudizi che avevamo gli uni verso gli altri».
Certamente il cammino è ancora lungo. «Nessuno può dire quali saranno i tempi, fa parte del piano di Dio», dice ancora Farrell, che guarda con fiducia al futuro: «Quello che dobbiamo fare è lavorare insieme, studiare molto, pregare molto». Anche perché non va mai dimenticato che «la piena comunione non è una cosa nostra, è un dono di Dio». 

L'Osservatore Romano, 24-25 giugno 2017