giovedì 22 giugno 2017

Repubblica Centrafricana
Oltre 100 persone sono morte nell’ultima ondata di scontri armati tra milizie rivali nella città di Bria, a circa 500 chilometri dalla capitale della Repubblica Centrafricana, Bangui. Si tratta dell’ennesimo episodio di violenza in un paese da anni segnato da instabilità e conflitti consumati nel silenzio e nell’indifferenza del mondo. È stato il sindaco di Bria, Maurice Belikoussou, insieme al parroco, Gildas Gbenai, a fornire il numero delle vittime delle violenze, scoppiate a poche ore dalla firma a Roma di un cessate il fuoco tra il governo del presidente, Faustin-Archange Touadéra, e i rappresentanti di tredici gruppi armati. Un’intesa che avrebbe nel suo primo punto proprio il rispetto del cessate il fuoco su tutto il territorio nazionale.
La Repubblica Centrafricana, paese ricco di uranio e diamanti, ma tra i più poveri al mondo, è travagliata da un lungo e sanguinoso conflitto — iniziato nel dicembre del 2012 e tuttora in corso — che ha provocato numerose vittime, soprattutto civili inermi, e indicibili sofferenze per decine di migliaia di profughi. Una delle ragioni profonde di questo conflitto è legata ad aspetti etnici, religiosi e culturali.
L’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha espresso forte preoccupazione per il clima di instabilità e per le ripetute violenze. Da metà giugno, oltre 15.000 persone hanno abbandonato le loro case per fuggire dagli scontri armati e cercare rifugio in Ciad e Camerun. A ricordare al mondo quanto sta accadendo c’è anche un rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) presentato la scorsa settimana a Ginevra. Secondo il documento, in 9000 si sono rifugiati in Ciad, poco più della metà in Camerun, mentre di molti altri non si hanno notizie. Una fuga disperata iniziata a causa della faida interetnica tra pastori e agricoltori vicino alla città di Ngaoundaye, nella regione di Ouham Pende. Una fuga che che non sembra destinata a esaurirsi presto. I profughi hanno raggiunto a piedi o a dorso di mulo i paesi vicini, che già ospitano decine di migliaia di rifugiati scappati nei mesi scorsi, e molti altri sono in cammino nella stessa direzione.
Gli sfollati, sottolineano fonti dell’Unhcr, hanno riferito di avere assistito a omicidi, rapimenti, saccheggi e incendi nei loro villaggi per mano di combattenti armati. Anche la scorsa settimana, durante gli scontri tra le fazioni contrapposte, ci sono state decine di vittime e feriti. A questi scontri si aggiungono le violenze esplose contemporaneamente in altre zone del paese.
Che la situazione stia precipitando lo dimostra anche la crescente insicurezza che riguarda i militari impegnati nella missione di peacekeeping delle Nazioni Unite. L’Onu ha lanciato un allarme. «C’è una sensazione di inquietudine — ha detto il rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu, Diane Corner — e il paese può trasformarsi rapidamente in un inferno».
Al Palazzo di Vetro si conferma la necessità di porre fino al massacro di civili e si cerca una mediazione con i gruppi armati che si contendono il potere, anche se appare già un lontano ricordo il tempo pacifico delle elezioni del marzo scorso, accolte dalla comunità internazionale come un esempio per altri paesi del continente.
L'Osservatore Romano, 22-23 giugno 2017.