lunedì 5 giugno 2017

L'Osservatore Romano - donne chiesa mondo
(Solveig Perret-Almelid) Sono nata sulla costa occidentale della Norvegia, in una famiglia pietista nella Chiesa luterana e, fin dalla mia nascita, la mia vita è stata costellata di preghiere. C’erano quelle obbligatorie a tavola e prima di andare a dormire. Erano piene di rese dei conti e grevi di sensi di colpa. E c’erano le altre, che aiutavano a vivere.
Mia nonna ha avuto un’influenza decisiva sulla mia vita spirituale. D’estate, prima del tramonto, mi portava fino a una grossa pietra di ardesia, sul ciglio del ripido sentiero che conduceva alla scuderia estiva. Lì ci sedevamo, guardavamo il sole che tramontava sul mare e intonavamo cantici. Infine pregavamo liberamente per tutte le persone che amavamo. In quei momenti si creava un legame gioioso e forte tra mia nonna e me e tra noi e Dio. Eravamo libere e amate.
Anni dopo ho riconosciuto lo stile delle preghiere di quei tempi meravigliosi scoprendo la liturgia della comunità di Iona, in Scozia. La riconoscenza verso il creatore per la sua bontà che si rivela nella natura, nel tempo e nelle stagioni, Cristo come amico e lo Spirito santo, forza creatrice divina, erano stati gli elementi costitutivi di ciò che avevo vissuto su quella grossa pietra e lo erano ancora nelle preghiere della tradizione cristiana celtica. Sono similitudini radicate nella storia: la costa occidentale della Norvegia è stata cristianizzata da schiavi (molti dei quali monaci) provenienti dalle isole del Mare del Nord, portati lì dai vichinghi.
Tutto ciò era la conseguenza dell’iniziazione alla preghiera da parte di mia nonna o semplicemente la grazia del battesimo? Non lo so, ma Gesù era mio amico da quando ero bambina e, raccontandogli tutto, potevo sentirmi al sicuro. I miei tempi di preghiera erano respiri in un mondo rude in cui gli uomini pensavano di avere Dio in tasca e imponevano in suo nome condizioni di vita inique alle donne e ai bambini.
Prima che mi trasferissi nell’est del paese, la scuola domenicale e la scuola primaria mi avevano poco a poco fatto scoprire un altro modo di vivere il cristianesimo. Un modo allegro, fiducioso e radicato nella grazia di Dio che si manifesta attraverso Cristo. Eravamo l’ultima generazione di un sistema scolastico antico, con l’apprendimento a memoria obbligatorio di cento cantici con tutte le loro strofe, come pure del catechismo di Lutero e di un gran numero di versetti biblici. In seguito nella vita ho scoperto che molti di quei cantici erano talmente radicati nel mio inconscio che continuavo a recitarli a mia insaputa. Il perdono di Dio veniva prima di ogni cosa, e la benevolenza verso gli altri si poteva vivere in gruppi giovanili, consigli parrocchiali, gruppi di studio biblico e preghiere per i giovani, dove condividevamo momenti di raccoglimento che erano lungi dall’essere formali. Per molti giovani il gruppo di preghiera è stato un luogo inestimabile di condivisione e di apprendimento della spiritualità cristiana. I nostri dubbi, il nostro senso di colpa, il nostro apprendere il discernimento e la nostra cecità personale davanti alle risposte che Dio dava alle nostre preghiere: nulla era tabù, tutto c’insegnava a vivere la nostra fede in comune.
Poi ho scoperto la preghiera cattolica grazie alle opere del premio Nobel per la letteratura Sigrid Undset. Con la sua trilogia Kristin, figlia di Lavrans ha saputo raccontare la crescita della fede in una donna norvegese del XIV secolo, descritta nei suoi libri dall’infanzia alla vecchiaia, fino alla morte. Penso che la lettura di questo libro abbia profondamente influenzato la mia accettazione della vocazione pastorale. In effetti, in particolare come donna, la formazione e poi il ministero pastorale non erano immaginabili senza un forte radicamento nella preghiera. Per vari anni dopo il mio arrivo in Svizzera, nel 1978, mi è mancato un luogo di preghiera. Finché sono stata pastora in una piccola parrocchia con due chiese risalenti al medioevo, non ho trovato un solo luogo al di fuori dalla mia casa dove poter entrare e sedermi per pregare e rigenerarmi. Trovavo le chiese terribilmente austere e un giorno ne ho parlato con un anziano collega riformato. Mi ha spiegato che le chiese ugonotte erano luoghi di preghiera solo quando erano piene e la comunità pregava insieme.
Molto presto, durante il mio stage pastorale, ho scoperto che i bisogni dei parrocchiani non corrispondevano necessariamente ai consigli teologici dei pastori: molti dei miei colleghi degli stage pastorali sostenevano che la preghiera non avesse senso, poiché Dio sa già tutto.
Tuttavia il bisogno di avere un luogo per rigenerarsi da soli o con qualche persona cara era sentito da molti, soprattutto dalle donne. Non avendo la pratica della confessione, alcune esprimevano il bisogno di parlare con un’altra donna alla quale poter dire tutto senza vergogna: gli aborti e il lutto solitario, l’avercela con Dio e con il mondo intero, la violenza coniugale, gli stupri, l’incesto, il cancro in fase terminale, il grido di disperazione. L’ascolto e l’accompagnamento di quelle situazioni pesanti sfociavano spesso in momenti di preghiera e soprattutto in un rinnovamento della vita di preghiera della persona, che poco a poco si liberava del suo fardello ed entrava in un cammino di perdono. Parimenti, la mia vita di preghiera si è approfondita ascoltandole e facendomi a mia volta accompagnare. Perché, come si fa a sapere quale parola pronunciare davanti a persone completamente prostrate senza che questa riapra una pur minima ferita? Come si fa a essere matrice al pari di Dio per farle rinascere, quando è il momento, così come sono? Camminare con loro significava accettare che io non sapessi nulla e che ci fosse solo lo spirito di Dio a potermi guidare.
Pregare in silenzio accanto a qualcuno che sta morendo, che è in coma, o a qualcuno che ha raccontato molto: è lo stesso esercizio di accoglienza della persona con il suo mistero e di ascolto dello Spirito, e anche di accettazione del mio piccolo potere. I testi biblici pregati permettevano di lenire la sofferenza.
Se ho potuto camminare a fianco dei miei parrocchiani, dei colleghi, degli ospiti delle case di riposo e delle persone in ospedale, ho però anche avuto il piacere di lavorare insieme a quanti andavano a trovare le persone anziane. Accadeva spesso che una persona si ammalasse e l’accompagnamento allora si viveva in condivisione nel gruppo. Insieme pregavamo e ascoltavamo. I membri in fin di vita ci dicevano quanto quell’insieme di attenzione delicata e d’intercessione li avesse aiutati ad andare avanti con la loro malattia e soprattutto con la loro famiglia.
Quando io stessa sono stata costretta a letto per quattro mesi e mezzo, ho scoperto che potevo lasciarmi andare e sentire il soffio della preghiera di tante persone che conoscevo e anche di tante che non conoscevo. Quella solidarietà tra protestanti, evangelici e cattolici che si sentivano uniti nella stessa umanità in Cristo mi ha commossa. Persone sconosciute mi hanno fermata per strada per chiedermi notizie sulla mia convalescenza e mi hanno detto di aver pregato per me senza sapere che cosa realmente avessi. Provavano il bisogno di sentirsi unite in quanto credenti: che pregassimo gli uni per gli altri.
Per me è dunque difficile parlare di una preghiera riformata. Si può parlare solo del fatto di pregare Dio. In effetti molti laici e pastori si sono rigenerati nei monasteri e nelle comunità cattoliche o presso rabbini. La comunità di Bose ha avuto grande importanza per i protestanti di Neuchâtel in particolare, e degli altri cantoni romandi. Il suo modo di praticare e di insegnare la lectio divina ha rinnovato la vita spirituale in molte parrocchie. I continui corsi di formazione dei ministri francofoni, organizzati con i fratelli e le sorelle a Bose, hanno coinvolto anche le parrocchie e le cappellanie protestanti francesi. Parimenti, i legami con le suore contemplative della comunità protestante di Grandchamp sono fonte d’ispirazione per molti protestanti nella Svizzera romanza.
Teologhe come Lytta Basset, Francine Carillo e Marion Muller-Colard hanno infuso grande umanità nelle Chiese protestanti francofone, con i loro libri e le loro conferenze. Ognuna a suo modo trasmette il coraggio di vivere la propria fede in modo incarnato nelle alterne vicende della vita. Grazie a loro e ad altre, abbiamo forse meno bisogno di una figura emblematica come Maria, sebbene alcuni protestanti dicano di sentire ancora il bisogno di pregarla? E la meditazione dei testi biblici, soprattutto di quelli in cui Dio si prende cura dell’essere umano come una madre (per esempio Ezechiele 16) o mostra la propria compassione, potrebbe forse sostituire questo bisogno?
Nella nostra situazione attuale, è importante sapere da dove veniamo e chi siamo nel quadro religioso. Ma la preghiera è il linguaggio del cuore che unisce tutti i cristiani, ebrei e musulmani malgrado le differenze. Rispettare l’espressione della preghiera altrui ci permette forse d’intenderci meglio.
L'Osservatore Romano, giugno 2017.