martedì 6 giugno 2017

L'Osservatore Romano
(Lucetta Scaraffia) Sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze del forte calo di vocazioni sacerdotali che caratterizza l’età contemporanea. Un calo che si spiega in modo evidente non solo con la crescente ondata di secolarizzazione che ha attraversato i paesi industrializzati e ora arriva anche in quelli del terzo mondo, ma anche con la crisi demografica che, restringendo in maniera crescente il numero dei componenti delle nuove generazioni, ne riduce ovviamente la percentuale che sceglie il sacerdozio.Ma sappiamo tutti che la Chiesa non è solo fatta di sacerdoti: in particolare, sono le religiose oggi a sostituire molto spesso, almeno per quanto loro possibile, la presenza sacerdotale in vaste zone del mondo. E oggi, purtroppo, anche le vocazioni femminili, fino a un decennio fa ancora numerose — soprattutto rispetto a quelle maschili — stanno rapidamente e vistosamente diminuendo.
Di questo calo — oltre ovviamente le stesse ragioni che spiegano la diminuzione delle vocazioni sacerdotali e che agiscono anche per le donne — è responsabile un altro fattore: l’emarginazione nella quale sono relegate le religiose nella vita della Chiesa. Le giovani donne di oggi fanno veramente fatica ad accettare ruoli di servizio non riconosciuti, e soprattutto ad accettare che la loro voce non venga mai ascoltata nelle occasioni in cui si decide il presente e il futuro della Chiesa, cioè nelle occasioni in cui si esercita il discernimento.
Il danno che questo calo delle vocazioni femminili può provocare alla vita della Chiesa è immenso, e dovrebbe venire percepito nella gravità delle conseguenze che comporta. Sulle suore infatti pesa la responsabilità di testimoniare la presenza della Chiesa nelle situazioni più disagiate, spesso nei servizi più umili e faticosi, che però sono proprio quelli che danno la misura concreta della testimonianza cristiana. Senza contare il lavoro gratuito, indefesso e poco riconosciuto delle religiose nel far funzionare a tutti i livelli di collaborazione le istituzioni.
A partire dalle pulizie e dalla cucina, per arrivare alle traduzioni e alla stesura di documenti che saranno poi firmati da altri, fino alla riconosciuta capacità di risolvere problemi e intoppi quotidiani di ogni genere. Come si farà senza questo esercito di collaboratrici puntuali e obbedienti?
Ma c’è un altro motivo, più importante ancora, che fa temere le conseguenze per la Chiesa della diminuzione delle vocazioni femminili: le religiose sono un serbatoio vivace di nuove idee di evangelizzazione, di proposte vive perché nate da una vita trascorsa molto vicine alle persone, di cui conoscono bene esigenze e aspettative. E a questo proposito non è un caso che negli ultimi anni venga segnalata, negli istituti di spiritualità, una richiesta crescente, da parte di persone talvolta neppure praticanti, di un periodo di ritiro da svolgersi sotto una direzione spirituale femminile. Che si aggiunge alla ormai consolidata abitudine, da parte degli ordini monastici maschili, di chiedere aiuto per i propri esercizi spirituali a una religiosa.
La Chiesa ha bisogno delle religiose come dei sacerdoti, e deve pregare e far pregare per le vocazioni femminili. Ma soprattutto deve rimuovere gli ostacoli che si frappongono a questa scelta per le giovani donne di oggi.
L'Osservatore Romano, 6-7 giugno 2017.