sabato 10 giugno 2017

Mondo
Il più grande difetto della politica mondiale è semplicemente la mancanza di umiltà
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) Negli ultimi tempi stiamo assistendo quasi del tutto impotenti a continue figuracce della politica mondiale. Non c’è angolo del nostro pianeta dove ormai il divario tra chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica e il popolo che ha delegato tale compito non abbia raggiunto dimensioni mai viste prima. Soprattutto nei paesi occidentali quei sistemi, che tutti noi abbiamo fin da ora ritenuto baluardo della democrazia, come le elezioni e i sistemi di governo maggioritari, si stanno trasformando sempre più in campi di battaglia personali che si dimostrano ormai incapaci di garantire stabilità e di offrire al popolo la giusta rappresentanza.
Le origini di tutto questo sono molto lontane. Non vi è dubbio che il periodo storico che stiamo vivendo sia uno di quei momenti evolutivi della società che si avvicinano più a delle trasformazioni shock che a dei semplici mutamenti. La globalizzazione ha travolto ogni cosa. L’economia, gli scambi, la mobilità, la fruizione delle informazioni, il modo di fare opposizione, il lavoro sono stati tutti stravolti da questo fenomeno senza regole che si è imposto, sotto la spinta del potere del denaro, persino alla stessa politica. Il pianeta sta vivendo uno dei suoi tempi più fluidi. Non è la prima volta che accade nella storia ultra millenaria dell’uomo. Già in precedenza ci sono stati momenti topici che hanno segnato l’evoluzione del mondo e dell’umanità, basta leggere un libro di storia per rendersene conto. Tuttavia questa volta la fluidità dei cambiamenti sta travolgendo tutto e tutti senza lasciare in piedi nessuno di quei paradigmi e punti fermi che credevamo ormai essere assodati e inviolabili.
La politica, quella composta da chi è chiamato a servire il popolo ogni giorno, non ha ancora capito, o fa finta di non capire, la portata di questi cambiamenti e continua a credere, o a voler far credere, di poter gestire il potere così come lo si è sempre fatto in passato. La politica attiva, quella che riempie le stanze delle decisioni, non è riuscita, più per dolo che per colpa, a seguire il passo di una nuova economia mondiale che per la stragrande maggioranza del popolo livella inesorabilmente tutto verso il basso. Ogni intera costruzione nazionale e sistema locale basato sui vecchi concetti economici è stato spazzato via senza che la politica sia riuscita a porre degli argini che potessero in qualche modo proteggere i soggetti più a rischio impedendone la crescente povertà dovuta allo scarto e all’indifferenza verso i soggetti più deboli e in pericolo.
Le ideologie politiche, quelle che hanno retto l’occidente per secoli, sono improvvisamente sparite dai programmi politici e sostituite da proclami populisti che tendono esclusivamente a mettere in risalto il mal di pancia giornaliero di chi si vuole conquistare per le elezioni in programma pensando, in questo modo, di poter mantenere quel potere politico tanto ricercato. Un esempio di questo lo abbiamo registrato proprio tre giorni fa quando, in previsione dell’apertura delle urne del Regno Unito per le elezioni politiche, proprio il Primo Ministro inglese Theresa May ha voluto esplicitamente dichiarare di essere pronta a restringere ogni tutela dei diritti umani se questo risultasse utile a proteggere la sicurezza interna del paese. Una presa di posizione, questa, davvero incredibile per il paese che più ha cercato nei secoli di marcare nella teoria dell’Habeas Corpus il suo insostituibile e inalienabile punto principale di diritto.
Eppure si è arrivati ad affermare tanto perché spinti dalla forza centrifuga degli eventi che non si riesce più a governare con quanto si ha a disposizione. In tutto questo la politica risulta deficitaria anche e soprattutto perché non conosce il valore dell’umiltà. Non dobbiamo infatti dimenticarci che la politica è fatta dagli uomini . Chi è al potere sembra ormai immune da questo sentimento umano e più prono ad usare i sistemi forniti dai social network per espandere e divulgare al mondo la propria personale e smisurata presunzione. Tutto ciò che è successo negli ultimi anni, a partire dall’affermazione delle forze politiche fondamentaliste per arrivare all’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Usa e all’esito delle elezioni di due giorni fa nel Regno Unito, ci mostrano in modo molto chiaro che la politica non conosce il valore dell’umiltà ma esclusivamente quello della presunzione e dell’orgoglio.
Si prenda ad esempio il risultato elettorale di ieri nel Regno Unito. Si era deciso di sciogliere in anticipo il parlamento perché non si credeva di poter sbaragliare l’avversario e poter ritornare al potere con una solida maggioranza di seggi che consentisse di gestire in modo più energico il dossier Brexit. La presunzione era quella di essere convinti di “vincere facile” e di poter mantenere saldamente il potere per lungo tempo. Il sogno si è infranto davanti al computo materiali dei voti che hanno dimostrato la completa fallacità di tale presunzione e hanno sentenziato, non solo la sconfitta di un progetto, ma addirittura la perdita di quella maggioranza assoluta che si aveva prima del voto.
Tutto questo avveniva in un clima surreale. Poco si parlava di programmi, di idee, di valori da difendere ma molto di altro. Per settimane i giornali hanno raccontato di una nuova Thatcher, di una donna ormai in grado di governare per dei lustri, di una elezione vinta già prima di votare. Le prime pagine dei giornali parlavano di come la Primo Ministro vestisse elegante e indossasse favolose scarpe in tinta unita. Poi sono arrivati gli attentati di Manchester e di Londra che hanno mescolato le carte in tavola e portato i politici a rinnegare persino quelli che erano i principi cardine del sistema giuridico inglese da oltre 4 secoli.
Anche noi in Italia stiamo subendo gli effetti di questo cataclisma della politica. Al cittadino inerme, che deve assumersi ogni giorno sulle spalle i problemi concreti di una società in permanente caos, la politica mostra solo uno spettacolo basato sulla presunzione di saper essere un po’ più furbi e un po’ più scaltri dell’avversario che si vuole fregare dentro e fuori dalle aule parlamentari. L’umiltà, quel sano sentimento che ti deve spingere ad evitare la superbia, l’orgoglio e la sopraffazione dell’altro, non è di casa nell’attuale panorama politico mondiale e italiano. La politica non si occupa più di ciò che è meglio per il cittadino neutro che ha bisogno di risposte, ma esclusivamente di come poter perpetuare il potere giocando con quel che resta dei sistemi di governo e decisionali ereditati da un passato che ormai è lontano. Questo modo di fare politica non pone più l’individuo, l’uomo al centro dell’interesse strategico, ma fa dell’uomo una sorta di pedina da conquistare per il soddisfacimento di esigenze momentanea di predominanza politica. Non si vota più per ciò che si ritiene il meglio ma per ciò che sembra il meno peggio. Nessuna forza politica riesce più ad essere propositiva per il lungo periodo ma è abilissima a denigrare l’avversario del momento. Tutto è elaborato per conquistare il consenso momentaneo in base alle esigenze immediate e del tutto particolati del periodo contingente.
La politica, quella che come di dice Papa Francesco dovrebbe avere la A maiuscola, è latitante. L’uomo non è più al centro della politica. Oggi ciò che importa sono le strategie di parte, i giochini mediatici, le tattiche per poter racimolare un voto in più dell’altro. Così come l’economia anche la politica è diventata del tutto fluida dimenticando ogni sorta di barriera o di argine. Non ci sono più capisaldi, punti fermi, limiti invalicabili o valori assoluti da difendere. Tutto è deciso in base a ciò che accade al momento e che sembra essere più utile cavalcare per garantirsi una nuova maggioranza o una vittoria elettorale.
Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che la politica è così da sempre e che dall’età della pietra le promesse dell’uomo vengono puntualmente disattese una volta raggiunto il potere. Non vi è dubbio che ciò sia vero, tuttavia ciò che oggi deve far riflettere è la completa mancanza di prospettiva verso il futuro. La politica non parla più di come vede il mondo futuro ma solo di come intende andare al potere nell’immediato. Le ricette che ogni forza politica propone oggi cercano inequivocabilmente di curare il mal di pancia dell’elettorato ma non le cause di quel dolore. La politica più che curare i mali si propone come anestetico, antidolorifico o cura palliativa. Per far questo c’è bisogno di mistificare, drogare, adulterare le situazioni e apparire ben saldi nei propri propositi. Ma vi è di peggio. Infatti oggi la poltica cerca di scaricare sulle generazioni future il peso delle scelte, drastiche, che andrebbero fatte oggi e che non possono continuamente essere rimandate alle generazioni che verranno pena dar loro un mondo distrutto e vuoto. La politica oggi è ostaggio di concetti come emergenza, situazione critica, urgenza, necessità. Non si ragiona più sul futuro delle prossime generazioni ma su quello di chi deve domani votare materialmente in un’urna. Ecco perché temi come l’ambiente o la tutela del creato sono sempre più messi in dubbio dai politici. Non è un caso che ora dietro la fuoriuscita degli USA dal trattato sull’ambiente di Parigi, motivato con l’esigenza egoistica di garantire posti di lavoro oggi e in un dato luogo, molti altre nazioni aderenti inizino a smarcarsi.
La presunzione della politica ha effetti deleteri sulla stabilità dei popoli e sulla loro percezione. L’uso ricorrente di elezioni anticipate o a sistemi di decretazione d’urgenza per voler raggiungere effetti attesi con la mera presunzione di poter aggirare ostacoli o di poter raggirare l’avversario non aiutano affatto il popolo. Al contrario lo mettono sempre più in ansia, scaricano su di esso il peso delle scelte, pressano troppo sulla capacità di essere ago della bilancia. Le elezioni devono essere un momento di democrazia e non di urgenza o, peggio, di scelta capitale. Il popolo non deve essere chiamato a scegliere al posto di una politica gestionale che si impantana tra interessi di parte e sete di potere, ma deve essere preparato a scegliere su ciò che si propone con chiarezza per il futuro. Andare a votare con lo spettro di una nuova crisi economica o con la spada di Damocle del terrorismo sul collo non aiuta ad avere una vera politica con la A maiuscola.
La politica deve ripartire dall’uomo e dai suoi bisogni, dai diritti umani e non da una generica disponibilità a volerli cancellare. La politica deve riappropriarsi del valore dell’umiltà affinché si ragioni come degli statisti chiamati a delineare scenari futuri di maggior coesione e benessere per tutti. La politica deve evitare ogni tipo di presunzione che porti a compiere scelte del tutto erronee nei fatti e in prospettiva. La politica deve ragionare meno su se stessa e più sul suo ruolo sociale e culturale. La politica deve uscire dalla logica degli slogan del momento e dedicarsi alla verità di chi deve dare un servizio al cittadino. Il popolo si merita la verità su ciò che accade e deve ricevere con sincerità le proposte che si possono attivare perché ogni individuo possa vivere con dignità, sicurezza e solidarietà nella sua società di appartenenza. Tuttavia la politica può cambiare solo se anche i cittadini capiscono che bisogna essere in prima linea e essere essi stessi umili di fronte ai problemi di questa nostra società. Questo vale per tutti, tuttavia per chi è cristiano e cattolico rappresenta un ulteriore dovere che la propria fede impone e fa discendere da ciò che il Vangelo ci insegna e ci da testimonianza ogni giorno.