martedì 6 giugno 2017

Messico
A colloquio con Mario Picech cappellano nel carcere di Islas Marías in Messico. Un Dio che si fa trovare
L'Osservatore Romano
(Sergio Massironi) Che cosa c’è dietro la parola vocazione? Quando la Chiesa riflette su temi radicati nella biografia dei suoi figli, ricorre spesso a espressioni della tradizione: un patrimonio tale da poter essere invidiato da qualsiasi altra istituzione. Rileggo così la conversazione con il gesuita Mario Picech, dal 2011 cappellano del carcere federale di massima sicurezza di Islas Marías, in Messico. L’ascolto di una parabola missionaria in corso, interiorizzata da un uomo con saldi criteri di discernimento, mi ha aiutato a guadagnare sul tema alcune luci. C’è voluto del tempo: sono trascorse settimane dal nostro dialogo al Centro San Fedele, nel cuore di Milano. Lo attesi all’ingresso: veniva da Torino, al termine del suo mese in Italia. C’è qualcosa di cristiano anche nel modo di arrivare: la dipendenza dagli orari di un treno, l’andatura in città, l’abbigliamento e uno zaino, il sorriso che si accende a metri di distanza, un abbraccio come di stima a priori. Insieme si è varcata la soglia: saluti agli amici, la loro casa che incuriosisce e accoglie. Nell’economia della vocazione, questa è una prima luce: Dio chiama collegando. Una storia consapevolmente nutrita da altre storie di case, fratelli, sorelle, padri, madri. Il dono di ritrovarsi, raccontare, domandare.
Non è ovvio tra i nostri contemporanei: nemmeno tra i più giovani, nemmeno tra religiosi. Vocazione implica la progressiva dissoluzione di una paralisi comunicativa e affettiva, convertita dalla grazia in solida affabilità: diversa dalla cordialità artefatta, è una scioltezza che salva i tratti di ciascuno, moltiplica gli interessi e la propensione a fare spazio. Chiamando, Dio dà forma e apre gli uni agli altri.
In effetti, ogni volta che la Chiesa s’inoltra in questioni vocazionali, il tema della formazione viene in primo piano. La traiettoria di un prete mandato in mezzo all’oceano, tra polizia penitenziaria e narcotrafficanti, ha molto da rivelare su questo punto. Anzitutto, nella prima giovinezza possono emergere carismi da non soffocare. I gesuiti hanno colto in Picech, molto presto, un’attrazione per i confini che a Padova, ad esempio, lo spingeva tra i tossicodipendenti e gli ultimi, anche più del consentito. Quelle con i formatori e con la tradizione, specie negli anni degli studi, sono dialettiche salutari.
Le organizzazioni prediligono spesso il grigio della mediocrità, ma i buoni educatori non temono toni accesi: generano il confronto e lo reggono, scavano nella pedissequa osservanza delle norme e non si lasciano abbagliare dalla calma apparente. Stanano, valorizzano, ascoltano, correggono: l’obbedienza di un giovane maturo si fonda sulla riconoscenza. Solo così, padre Mario può legare a vere mortificazioni decisive conversioni.
Dopo un anno di tirocinio in Messico, con un periodo nella colonia penale di Islas Marías, la sua destinazione fu l’Istituto sociale di Torino. Un collegio in Italia pareva il contrario della missione: difficile trasformare ciò che è subìto in qualcosa di accolto. A riconoscere l’ironia della Provvidenza, Picech ricorda che, quando il mondo della scuola stava finalmente diventando suo, giunse la chiamata a tornare in Messico, tra quei detenuti respinti a migliaia di chilometri dalla patria.
Eppure, nel luogo desiderato doveva riaffiorare più drammatica la domanda missionaria per eccellenza: che senso ha stare qui? La trasformazione della colonia penale in carcere federale di massima sicurezza, la diversa sensibilità dei due anziani gesuiti già presenti sull’isola, le enormi limitazioni negli spostamenti e nel contatto con i prigionieri paralizzavano ogni slancio sul nascere. Qualche messa ed enormi silenzi: inattività in cui elaborare una nuova coscienza di sé.
Vocazione rinvia in effetti a un esodo, non a uno stato. L’opzione definitiva per una forma di vita non esaurisce, ma re-innesca il movimento dell’identità: un crinale su cui lo Spirito fa spesso procedere vacillando. Essere prigioniero; portare Cristo avendo su di sé la condizione dei propri interlocutori; incarnarsi: passaggi tutt’altro che indolori, nei quali la fraternità lenisce in minima parte la solitudine in cui reggere la presenza di Dio solo. Picech rilegge il biennio 2011-2012, confessando che intanto, per migliaia di condannati, la semplice presenza dei tre preti sull’isola, privati di ogni collegamento col resto del mondo, costituiva un segno di speranza e dignità. Sebbene il lavoro pastorale fosse ostacolato, i pochi gesti consentiti non mancavano di efficacia ed erano accolti con riconoscenza.
Nel 2013 la svolta: un grave episodio di ammutinamento e, in seguito, la riduzione da ottomila a cinquemila detenuti. Per Mario due mesi a Torino e l’avvìo, nella foresteria dell’Istituto sociale, delle settimane di convivenza con gli studenti, classe per classe: un modo di partecipare e meglio comprendere la propria missione. Colgo nel suo racconto la fecondità di quell’imprevista fase di restituzione: a dire che staccare, distanziarsi, lasciarsi interpretare dai fratelli consolida una vocazione.
Il rientro a Islas Marías, successivo alla rivolta e al radicale mutamento del regime detentivo, inaugura una nuova stagione. L’impressione è che al ripensamento delle condizioni esterne sia corrisposto un mutamento profondo dell’evangelizzatore. Certo, Picech ricorda la crescita delle attività culturali, artistiche, teatrali e una maggiore libertà di azione e di movimento per i cappellani. Tuttavia è chiaro che il nuovo corso ha radice in una maggiore disponibilità a trovare Dio dove è sempre stato. Dietro la parola vocazione, in fondo, c’è soprattutto una Presenza da decodificare. Ed ecco tre luci che oggi attraversano l’oceano e mi pare orientino ogni discernimento.
La Guadalupana: Mario descrive la Vergine tatuata sul dorso dei reclusi, così come altri portano impressa nella carne l’Ultima Cena. Non sarà quella del buon gusto, ma certo è la luce di affetti indelebili persino nei dannati. La religiosità popolare rivela un Dio che si fa trovare: legame incancellabile, vincolo indistruttibile. Il carcere manifesta che solo sull’incondizionata gratuità una vita può costruirsi.
In secondo luogo, ascolto Picech descrivere una nuova trasparenza nei rapporti con lo Stato: lealtà, schiettezza, niente sotterfugi. In un regime di secca laicità, ciò significa smarcarsi dal fondamentalismo di altri gruppi per costruire le condizioni del rispetto e lo spazio per la pluralità. Ebbene: non c’è vocazione cristiana priva d’incidenza sulla qualità della vita pubblica. Tutto passa da forme quotidiane di riconoscimento del posto altrui.
Infine sant’Ignazio: il gesuita racconta come gli esercizi spirituali siano arrivati in un’isola-carcere, a riattivare la coscienza di persone inchiodate a gravi delitti. Casa Loyola, dove oggi è consentito a gruppi di cinquanta detenuti restare per quattro giorni, un turno ogni due settimane, con otto guide spirituali. Picech propone meditazioni sul cuore unito o diviso e sulla lotta tra i diversi spiriti; insegna lo scrutinio di pensieri e affetti: dinamiche di gruppo e drammatizzazioni, la stesura di una lettera spesso a Gesù o alla propria madre, passeggiate notturne e infine il bagno nell’oceano, con l’energia simbolica di un nuovo battesimo.
È la luce di carismi che la Chiesa può scoprire solo mediante l’originale cammino dei suoi figli: vocazione è soprattutto ciò che rende insostituibili.

L'Osservatore Romano, 5-6 giugno 2017