venerdì 2 giugno 2017

L'Osservatore Romano - donne chiesa mondo
Lucinda M. Vardey. Nata nel 1949 a Londra, Lucinda M. Vardey è autrice di numerosi libri, tra i quali The flowering of the soul: a book of prayers by women (1999). Custode di un’associazione laica di recente formazione a Toronto, in Canada, chiamata The Contemplative Women of St. Anne, che si dedica alla preghiera e allo studio delle sante e delle mistiche della Chiesa, Vardey vive oggi tra il Canada e l’Italia. Per rispondere all’invito di Papa Francesco a elaborare «una profonda teologia delle donne», ha organizzato all’università Urbaniana a Roma un seminario internazionale articolato in tre anni — il primo, «Cuore», si è tenuto nel 2016, il secondo «Lacrime» quest’anno — che si svolge sempre in coincidenza con il 29 aprile, festa di santa Caterina da Siena.(Elena Buia Rutt) Della scrittrice e teologa Lucinda M. Vardey, colpisce il tono basso della voce, l’eleganza sobria del vestire e soprattutto lo sguardo mite e acuto, sospeso tra terra e cielo. La sua vita è stata e continua a essere all’insegna del cambiamento e del rinnovamento interiore, fin da quando, donna d’affari di successo, a capo di una società internazionale, decide di cambiare vita: «C’era un lato di me che anelava all’immobilità, alla solitudine, al silenzio» spiega con naturalezza. «Così ho deciso di vendere la mia società e di andare a studiare in oriente. Avevo bisogno di fare qualcosa con il mio corpo. Era come se fino a quel momento fossi tutta nella testa; noi donne pensiamo che per ottenere qualcosa dobbiamo usare la testa, ma in realtà in quanto donne, viviamo con il corpo non solo l’esperienza della maternità, ma con questo percepiamo e conosciamo. Se una cosa sia giusta o sbagliata, una donna lo sente per prima cosa nelle viscere. Il mio corpo mi ha spinta a prendere seriamente i messaggi che mi stava inviando: messaggi o modi in cui Dio stava provando a parlare con me».
In oriente, Lucinda incontra persone di diverse religioni, ma unite dal fatto di aver dedicato la vita a Dio, seppur chiamato con molti nomi: «Ho passato in un ashram tre o quattro anni, capendo quanto lo spirito sia incarnato nel corpo. Dopodiché ho cominciato a guidare dei ritiri spirituali praticando lo yoga. Lo yoga occidentalizzato è considerato più che altro un esercizio di rilassamento, ma non lo è affatto: è invece una pratica sistematica di unità con il divino». Il corpo, con il suo linguaggio, si manifesta ancora una volta come strumento di conoscenza e percezione di Dio, facendosi protagonista di una nuova svolta nella vita di Lucinda: «A un certo punto il mio corpo non volle compiere più alcun movimento e capii immediatamente che si trattava della cosiddetta malattia del misticismo, i cui sintomi ho ritrovato descritti in molte vite di santi. Percepivo una trasformazione interna, diretta da Gesù Cristo. Mi sono ritrovata a trascorrere circa un anno e mezzo a letto senza poter fare molto, come se mi fosse data l’opportunità di non fare niente altro che pregare. Ho imparato così a pregare più profondamente, a praticare una preghiera di ascolto, di silenzio di ricapitolazione». Ancora una volta Dio prende in mano le redini della vita della teologa e la indirizza con modi inizialmente poco chiari e sorprendenti; Lucinda non oppone resistenza alla chiamata e cerca il più possibile di sintonizzarsi sulla frequenza d’onda della trascendenza, per discernere i segnali e individuare la strada da percorrere: «Ebbi molti problemi di cuore — continua — ma quando andai dal cardiologo, non risultò alcuna malattia; allora capii intuitivamente che il mio cuore era fatto per qualcosa e dovevo solo credere a questo, nonostante fosse molto difficile. Guardando indietro, potrei dire che questa malattia è stata una grande avventura, una grande opportunità, perché mi sembrava di essere stata mandata a scuola, alla scuola del Signore, che mi voleva per sé senza distrazioni. Anche mio marito, teologo, capì che era in corso una profonda trasformazione, e mi ha aiutato e sostenuta molto. Come donna sposata sono stata molto privilegiata sia dal punto di vista materiale, sia per il fatto di poter condividere con mio marito quello che stava accadendo».
Inizia dunque un lungo periodo di silenzio, ascolto, contemplazione: in Toscana, nei luoghi cari a san Francesco, Lucinda inizia a guidare ritiri di preghiera: «In questi ritiri ripercorrevamo la vita delle sante, come Caterina da Siena, Chiara d’Assisi, Margherita di Città di Castello e Veronica Giuliani badessa delle clarisse del monastero di Città di Castello». Proprio il giorno della festa di santa Veronica, il 9 luglio, quando si aprivano le grate e le suore di clausura uscivano per la messa, è accaduto qualcosa che ha nuovamente modellato il percorso di vita di Lucinda: «Quel giorno, infatti, dovevo andare anch’io a messa, ma faceva caldo e non ne avevo voglia; sapevo però come Dio ci desse sempre la libertà di scelta e stesse a noi capire la sua chiamata». Affidandosi nuovamente alla sua intuizione, che presagiva come qualcosa di decisivo la aspettasse, Lucinda andò alla messa, dove una suora, molto piccola, sbucata fuori all’improvviso chissà da dove, andò a sedersi vicino a lei e iniziò a parlarle: «Le chiesi come era la situazione della sua comunità, e lei, come se non avesse ascoltato la mia domanda, rispose che c’era una grande sofferenza nel mondo. Poi è arrivato il vescovo, la messa è stata molto bella e alla fine la piccola suora mi ha abbracciato e baciata come se mi conoscesse e mi ha detto che avrebbe pregato per me, perché avevo un grande bisogno di preghiere. E poi scomparve, letteralmente scomparve. Sentivo che qualcosa era accaduto in me; posso definirlo un miracolo, perché i miracoli sono segni che qualcosa sta accadendo: sono segni che si manifestano nella nostra vita ordinaria, non sono cose strane, come di solito si ritiene». Due giorni dopo quell’incontro, Lucinda percepì con chiarezza dentro di sé il fatto di dover dare vita a una comunità di donne, affiliata al convento di clausura di Città di Castello. Dopo una serie di colloqui, incontri, viaggi e preghiere, il suo progetto infine si chiarì e prese forma: non in Toscana, dove la chiamata aveva avuto luogo, ma a Toronto, dove nacque la comunità delle Donne contemplative di Sant’Anna. «Siamo in totale diciotto donne provenienti da diverse zone della città. Siamo affiliate all’arcidiocesi di Toronto e abbiamo scelto i padri di San Basilio come nostri direttori spirituali e consiglieri. Ci incontriamo, preghiamo e studiamo le vite e gli scritti delle sante, in particolare le sante dottori della Chiesa. Studiamo la loro vita, il loro background familiare, la loro teologia e cerchiamo i punti di somiglianza o di diversità tra le loro vite o i loro scritti. Recitiamo l’ufficio divino nel pomeriggio quando ci riuniamo. Siamo come un monastero senza le mura». In una metropoli come Toronto, la comunità rappresenta un’oasi in cui è possibile strappare momenti di contemplazione e vicinanza con il divino, in una società impostata su valori pragmatici, lontani dall’esperienza spirituale. «La preghiera — continua Lucinda — si concentra soprattutto sul “femminile”. Ciò vuol dire che noi donne siamo consapevoli di essere in una Chiesa costruita su valori maschili e, pur non avendo nulla in contrario, pensiamo che ci sia bisogno di maggiore complementarità. Le donne sono molto sole nella Chiesa: sono sole, come ha ben spiegato Dorothy Day, anche se sono sposate e hanno figli, perché non hanno una comunità in cui ricevere comprensione e direzione. Ora, dopo quattro o cinque anni, le donne della comunità di Sant’Anna hanno iniziato a conoscere loro stesse e a esprimersi: sono persone completamente diverse, sono più consapevoli e vitali».
La «via femminile» è un punto centrale dell’esperienza spirituale di Lucinda Vardey, secondo la quale «in ogni uomo e donna coesistono due energie; l’energia femminile della contemplazione e l’energia maschile dell’azione, chiamate dal taoismo rispettivamente yin e yang. Nelle donne, il lato yin femminile è preminente, ma anche il maschile è presente; lo stesso vale per gli uomini, dove il lato yang prevale ma non è totalizzante. La crescita dell’essere umano avviene nella consapevolezza dell’altra parte che vive in noi». Anche Dio, secondo la teologa, presenta un aspetto femminile: «Il lato femminile di Dio è esemplificato da Gesù Cristo in croce, completamente impossibilitato a muoversi, crocifisso, nudo, ma che si fa carico degli altri fino alla fine. Con ciò non voglio separare Dio in due parti, ma piuttosto non mascolinizzarlo troppo. Percepisco Dio creatore come una madre che dà vita a un continuo processo di nascita in atto». E a questo Dio creatore si rivolge la preghiera di una donna di cui colpiscono una profondità e una naturalezza dettate da una evidente prossimità con il divino: «La preghiera rappresenta per me la consapevolezza che Dio deve essere in ogni cosa. Prego in maniera disciplinata almeno tre o quattro ore al giorno in silenzio. Offro il mio lavoro alla maggior gloria di Dio, prego mentre scrivo o prima di pagare le bollette; prego innanzitutto spinta dalla gratitudine e per chiedere consiglio, orientamento. Vivo una vita per lo più contemplativa, esco solo per andare alla comunità o a messa. Ho una piccola cappella in casa, con un’icona davanti alla quale mi inginocchio la sera o quando ho bisogno di chiedere a Dio la direzione. Ma quello che dico sempre ai membri della mia comunità è che non esistono posizioni o luoghi ufficiali per la preghiera, l’importante è essere pronti per la rivelazione». La vita di Lucinda è la testimonianza di chi ha saputo “essere pronto” e continua a mettersi in gioco, lasciandosi docilmente modellare da un volere trascendente di cui vive in perenne ascolto e sintonia.
L'Osservatore Romano, giugno 2017.