lunedì 5 giugno 2017

Italia
L'Osservatore Romano - Donne chiesa mondo
(a cura delle sorelle di Bose) Luca 1, 57-66.80 - Un figlio è sempre segno dello sguardo benevolo del Signore, è prova e testimonianza del suo amore per un uomo e una donna che stanno facendo storia assieme. Il vangelo, che è “la” buona notizia e narra la vita, non poteva non contenere quindi anche delle storie di nascite. Due nascite ci sono narrate nel Nuovo Testamento: due figli che solo il Signore poteva dare, due vite portatrici di novità: Giovanni e Gesù. “Che sarà mai questo bambino?”: la nascita di Giovanni è fonte di gioia, i vicini si rallegrano ma portano nel cuore anche grandi domande, riconoscono che egli non è frutto umano ma dono. Luca colloca questo evento vitale nell’ambiente povero di un uomo e una donna che nella loro povertà, umiltà sono però in una tensione, nell’attesa del Messia promesso; portano in loro un seme di speranza che Dio rende fecondo di vita. La buona notizia del Vangelo inizia proprio da qui, questa è la prima testimonianza che il profeta Giovanni ci dà: ciascuno di noi è dono, nato per volontà di Dio, e la nostra fede consiste nel dire sì alla vita con piena consapevolezza che Dio ci ha voluti e amati.
Zaccaria ed Elisabetta sono lì a nostra testimonianza: una coppia di umili e piccoli che nell’obbedienza hanno accolto anche l’assenza di figli ma hanno continuato a perseverare in una vita giusta, nella fede. Sono segno dell’impossibilità, dell’impotenza assoluta dell’essere umano: vecchiaia, sterilità, e nello stesso tempo la loro unione, vissuta nell’attesa, lascia lo spazio alla grazia di Dio che si manifesta nel dono dell’insperabile: una vita che nasce dalla morte. Solo in questa assenza questo uomo e questa donna hanno lasciato lo spazio per l’intervento invisibile della misericordia di Dio. Solo in una dilazione di tempo abitata dalla speranza Zaccaria può ora diventare il cantore della misericordia di Dio, può aprirsi, lui vecchio, alla novità di una nuova vita. Una vita, nuova: ecco il bambino, la nascita, introduce una novità, mette in movimento dove le nostre azioni, i nostri pensieri si sono paralizzati in abitudini, idee stantie, annodate al nostro io convinto ormai di bastare a se stesso. Una novità che rilancia la nostra fede, la fa uscire da luoghi e riti conosciuti, che rimette in movimento la nostra capacità di dire e di dirci agli altri.
Nel vuoto lasciato giunge Giovanni, “Dio fa grazia”: questo sarà il nome della nuova vita. Un nome nuovo, che porta in sé la forza del no coraggioso di Elisabetta agli uomini che le sono di fronte e che si ergono a difensori delle tradizioni. All’evangelista bastano due versetti per narrarci la nascita di Giovanni, il momento centrale della pericope è invece la consegna di un nome: il bambino entra così nell’alleanza del Signore e partecipa della sua benedizione. Con il suo nome Giovanni riceve la sua personale vocazione, che è sempre unica, con un compito insostituibile da realizzare: nessuno può cooperare all’opera di Dio al posto nostro, ciascuno di noi ha una realtà e un valore personalissimi. Elisabetta, in silenzioso accordo con il padre del bambino si oppone a quella che è la tradizione, a ciò che è passato, e attraverso la sua bocca dona al figlio il nome nuovo, quello indicato dall’angelo a Zaccaria (cfr. Luca 1, 13), nome che esprime la sua realtà unica all’interno dell’anonimato di una stirpe, esprime quell’elemento unico e originale voluto da Dio in ogni creatura. La novità di Dio entra nelle nostre vite grazie alla nostra fiducia in una parola diversa, che rompe con il passato, che ancora non conosciamo ma alla quale vogliamo legare la nostra speranza. Giovanni è inserito nella tradizione, porta in sé tutto il passato, ma è anche una novità assoluta per ciò che è e per ciò che compie, con la sua vita, le sue scelte: mette fine al sacerdozio di Aronne, si rivolge a tutti, nel deserto, in un luogo aperto, che non pone barriere di sorta. Se Giovanni è profeta, lo è in modo nuovo, perché totalmente riferito a Gesù e al suo messaggio nuovo, ne è il suo “indice”. Il suo annuncio non è più quello del giudizio di Dio nel giorno della sua venuta, ma quello della grazia, il messaggio dell’amore che ha vinto la morte e rende ciascuno di noi capace di tale novità.
L'Osservatore Romano, giugno 2017.