lunedì 5 giugno 2017

(Giampiero Rossi) «Dobbiamo metterci al lavoro tutti insieme, superando tentazioni di conflittualità e strumentalizzazione per cercare una nuova fisionomia di dialogo con tutti gli islamici». L' arcivescovo Angelo Scola conclude i tre anni di visita pastorale immerso nei temi che sono stati al centro del suo episcopato: immigrazione, multiculturalismo e dialogo interreligioso. E probabilmente non è un caso che l' ultima tappa del lungo e capillare viaggio all' interno della sua diocesi è proprio nella parrocchia dei migranti in piazza Santo Stefano. Lo stesso Scola, del resto, dal 2014 ha scelto di celebrare la Festa delle Genti nel giorno della Pentecoste. La strage di Londra di sabato notte, però, rende per l' ennesima volta più pesante la giornata. E il cardinale, dopo l' invito a tenersi alla larga dalle strumentalizzazioni, non si sottrae a una riflessione che chiama in causa direttamente i fedeli musulmani: «Sono tra loro molto diversi - premette - e devono essi stessi a cominciare ad espellere dal loro seno queste inaccettabili situazioni, come alcuni stanno cercando di fare». Ma poi sottolinea ancora una volta che la stagione «dolorosa» del terrorismo internazionale «non sarà breve». Si tratta di «un fenomeno strutturale, dovremo farci i conti a lungo», dice Scola. E, questa volta rivolgendosi al mondo occidentale, aggiunge: «Non basta dire "continuiamo a vivere come prima". Come stiamo vivendo? È sufficiente per affrontare tutto questo?». Poi l' incontro con le 39 comunità cattoliche di migranti presenti nella diocesi, riunite nella chiesa di Santo Stefano Maggiore. L' atmosfera si fa più festosa: ci sono i colori e le danze delle diverse tradizioni - dalle Ande all' Oceano Indiano - ma c' è anche un momento di riflessione tutt' altro che di maniera. Cinque rappresentanti delle comunità illustrano le sintesi di un lungo confronto interno su temi delicati e vitali. E non fanno sconti: «La relazione con la diocesi di Milano la consideriamo generalmente positiva, ma è forse tuttora scarsamente spontanea», dice per esempio Rosivel Carbonel, filippina da vent' anni in Italia. E poi sottolinea che tra i fedeli migranti «prevale un atteggiamento che tende verso la conservazione più che verso l' integrazione», cioè «il sentirsi ospiti più che fratelli», mentre da parte dei milanesi «prevalgono una discreta autosufficienza e diffidenza». Parlando delle seconde generazioni, poi, il diciottenne Mirko, anche lui filippino di origine ma nato a Milano, ricorda che «i rapporti con le relazioni con i nostri coetanei italiani non sono semplici». Al di fuori degli «spazi obbligati» come la scuola «continuiamo a frequentarci tra figli di migranti». Il cardinale Scola ascolta, prende nota e poi risponde: «Voi ragazzi avete davanti la vita come una grande prateria verde, ma l' importante è sapere per chi si vive. Sono convinto - scandisce - che, da questo punto di vista, avete molto da insegnare ai coetanei italiani. Il futuro di questa grande città ha bisogno di energie nuove, quindi, non abbiate paura. E, voi genitori, imparate a dare ai figli la libertà che responsabilizza, accompagnandoli, ma trattandoli come persone che tendono al bene». In mattinata Scola era stato a Quarto Oggiaro, dove - a tre anni dalla posa della prima pietra - ha consecrato la nuova chiesa dedicata alla Pentecoste, progettata dall' architetto sloveno Bori Podrecca, scelto dalla diocesi attraverso un bando internazionale.