mercoledì 21 giugno 2017

Italia
Scarpe da prete

L'Osservatore Romano
(Giampaolo Mattei) Ci vogliono scarpe robuste per muoversi a Barbiana, questa piccola, povera terra di sassi affacciata sulla valle del Mugello, generosa solo di castagne, funghi e more nelle siepi di rovi. A renderla preziosa sono una memoria e una tomba, quelle del prete Lorenzo Milani che vi tracciò con i suoi scarponi strade di concreto servizio evangelico, capaci di condurre ancora oggi alle tante “barbiane” del mondo sporcate da ingiustizie e miserie.
Di Papa Francesco, fin dalla sua elezione, colpirono proprio le scarpe, adatte alle strade scalcinate delle periferie del mondo e della storia più che ai pavimenti levigati di cattedrali e palazzi.
Scarpe per camminare sempre, indossate anche quest’oggi per venire quassù a Barbiana, in punta dei piedi, a pregare presso la tomba non di un agitatore sociale ma di un prete cattolico che aveva fatto “indigestione di Cristo”. E proprio quella tomba ne è prova concreta: la prima cosa che fece don Lorenzo arrivato a Barbiana fu comprare il terreno in cui sarebbe stato sepolto, per far capire a se stesso e ai suoi centoventi parrocchiani che sarebbe rimasto sempre lì con loro, fino alla morte. E oltre. Così il primo gesto del Papa è stato proprio di preghiera davanti a quella tomba povera, dove don Lorenzo riposa da cinquant’anni esatti vestito dei paramenti sacerdotali bianchi. Ma senza più ai piedi quegli scarponi, conservati nella piccola canonica. Dopo aver deposto un cesto di rose bianche sulla tomba, Francesco è entrato nella cappellina del cimitero per imprimere la sua preghiera sul sobrio quaderno dei visitatori: «Ringrazio il Signore per averci dato sacerdoti come don Milani».
Un centinaio di metri o poco più separa il piccolo cimitero dalla chiesetta di Sant’Andrea di Barbiana. A congiungerli oggi è il sentiero tracciato proprio da don Milani. Per arrivarci — dopo essere atterrato alle 11.15 con l’elicottero qualche metro più a valle — Francesco ha percorso in auto il sentiero della Costituzione: un “libro di strada”, con quarantacinque grandi pannelli a scandire il passo per rilanciare uno a uno gli articoli della Costituzione italiana per rammentare che “tutti hanno pari diritti e dignità e nessuno va lasciato indietro”.
Sui sentieri di Barbiana suona persino banale insistere sull’attualità religiosa e civile di don Milani. Dal suo tempo, ingiustizie e povertà non sono diminuite. E oggi fa parte dell’insegnamento di Francesco rilanciare l’evidenza che la Barbiana povera di allora — così come apparve a don Lorenzo il 6 dicembre 1954 “senza luce, acqua, pane e strade” — si riflette nelle tante “barbiane” del nostro tempo, quelle che il Papa ben conosce e attraversa con le sue scarpe da prete tra la gente, con un magistero fatto prima di tutto di presenza e coinvolgimento. Perché sono “barbiane” anche le baraccopoli delle periferie dove vivono le vittime di ogni tipo di sfruttamento, discariche umane dove si getta via la giustizia: le “barbiane” dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina, quelle delle zone di guerra e del Mediterraneo che inghiotte le vittime della fame, delle schiavitù e dell’ingiustizia globale.
Insomma, nonostante la letteratura sterminata su don Milani sembra incredibile che ci sia qualcosa di nuovo da dire e che questo qualcosa possa essere decisivo per il futuro. Invece è così. Ma per capirlo forse bisogna proprio salire fin quassù proprio come oggi ha fatto il Pontefice, decidendo di sporcarsi la veste bianca tra questa polvere. In una visita che Francesco ha espressamente voluto “in forma riservata e non ufficiale”, tanto che stamani qui non ci sono autorità civili e militari. A eccezione del sindaco di Vicchio, Roberto Izzo.
Salendo quassù, con il cardinale arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, il Papa ha voluto far da riparatore di memorie dando atto, anche con le sue forti parole nel giardino della canonica, che il parroco Milani ha trasformato la sperduta Barbiana in un luogo in cui gli ultimi hanno trovato, e continuano a trovare, la parola acquisendo dignità. Quassù ogni volta e più ancora con il Papa, risulta evidente che don Milani resterà contemporaneo di ogni generazione anche per quello che è il fondamento del suo apostolato: la scuola, la “questione educativa”, e cioè la formazione delle coscienze e l’attenzione ai più deboli.
Perciò è un segno che vale più di mille parole il Papa che visita le stanze della canonica-scuola di Barbiana, accompagnato dai protagonisti di quell’esperienza. Tra quelle mura ha preso vita una scuola unica al mondo per obiettivi, metodi, contenuti. Una scuola “h24”, come si dice oggi. Ed è un fatto che quelle pareti ancora comunicano idee. Ma anche le sofferenze di quanti la storia pretendeva emarginati per diritto di nascita. Così Francesco ha potuto leggere il piccolo cartello divenuto quasi il logo di Barbiana: I care, mi importa, mi riguarda, mi coinvolge. Scritto in inglese, quasi a prefigurare una mondialità di partecipazione solidale alla tutela dell’uomo, contrapposta a quel «me ne frego» fascista che aveva segnato una pagina oscura dell’Italia e che oggi si propone a livello globale in politiche incuranti dei più deboli. Sono i temi di don Milani. Sono i temi di Bergoglio che, nella visita alle stanze spoglie della canonica, ha visto anche la piccola officina a piano terra, pensata dal priore per dare un mestiere ai ragazzi.
E proprio di questo hanno parlato stamani a Francesco quanti sono stati vicini a don Milani come allievi — «ma lui preferiva chiamarci figli» corregge Giancarlo Cartoni, uno dei primi sei ragazzi a sedersi tra questi banchi — tra la chiesina e la canonica dove lo hanno accolto per una nuova lezione in cui maestri e discepoli si scambiano i ruoli.
Barbiana soprattutto «non è un museo» — hanno detto oggi al Papa — anche se la memoria di ciò che è stato è custodita fin nei dettagli, con tanto di foto d’epoca. E certo, aggiungono, non si viene quassù per il picnic e qualche selfie. Francesco ha salutato tutti, uno per uno, ascoltandone le storie in quell’aula magna all’aperto che è il pergolato, accanto alla piccola piscina che don Lorenzo volle per i ragazzi. Così al Pontefice si sono presentati anzitutto proprio gli ex allievi, anche quelli di Calenzano, perché se Barbiana è “il capolavoro” di don Milani, Calenzano ne è stata l’“officina”. Con loro ci sono pure Andrea, Flavia e Valeria Milani, figli di Adriano, il fratello maggiore del sacerdote. Francesco ha incontrato anche otto preti fiorentini che hanno conosciuto personalmente don Lorenzo e hanno studiato con lui in seminario: don Giulio Andreini, don Giuliano Ballerini, don Araldo Carotti, don Foresto Niccolai, don Silvano Nistri, don Renzo Pulidori, don Antonino Spanò e don Mino Tagliaferri. Con loro, e anche con don Remo Colini, parroco nel Mugello ai tempi di don Lorenzo, si finisce a parlare di don Raffaele Bensi, «padre spirituale di generazioni di preti fiorentini e anche di don Milani».
Ad accompagnare i preti più anziani ci sono i parroci delle comunità dove don Lorenzo ha esercitato il suo ministero e dove è nato: don Alfredo Amerighi per San Donato a Calenzano, don Roberto Bartolino per Montespertoli e don Giuliano Landini per Vicchio. E diciassette preti giovani, ordinati negli ultimi cinque anni, con due seminaristi. Guidati dal vicario generale monsignor Andrea Bellandi, non mancano i rappresentanti dell’associazionismo fiorentino, soprattutto solidale, con le impronte del cardinale Dalla Costa, don Facibeni e La Pira. Insieme a un gruppo di giovani che vivono particolari situazioni di disagio e cercano di dar vita a percorsi formativi con la Caritas e le associazioni Villa Lorenzi e Cinque pani e due pesci.
«Oggi più che mai sentiamo la responsabilità — ha detto al Papa il cardinale Betori — di custodire in modo fedele e creativo l’eredità di don Milani e, con lui, di tutti i protagonisti del cattolicesimo fiorentino del novecento». Un’eredità, ha detto nel saluto ufficiale a Francesco, che «va tenuta libera da retoriche e non va mitizzata ma, sottratta a strumentalizzazioni ideologiche, va riproposta nella sua permanente provocazione». Non si tratta, del resto, di vedere solo «un esempio da seguire», don Lorenzo stesso è sempre sfuggito da questo cliché, quanto piuttosto, ha suggerito il cardinale, di «ripensare le ragioni per cui non fu compreso nei suoi giorni e per cui può ancora illuminare la dedizione di tutti, in particolare dei preti, al Vangelo, alla Chiesa e ai poveri del nostro tempo».
È poi con un abbraccio del tutto particolare che Francesco ha stretto a sé Michele Gesualdi, il primo dei ragazzi di Barbiana, e Adele Corradi: sì, proprio la destinataria della famosa Lettera a una professoressa. «Non so se don Lorenzo...» è come il mantra che fa da incipt a ogni pensiero di questa donna di 93 anni che vigila perché la memoria di don Lorenzo non sia mai «deferente e d’occasione» o strumentalizzata con tanto di “appropriazioni indebite”. «Don Milani non va celebrato ma vissuto» suggerisce. Già, non esiste un “don Milani in pillole”, del tipo “baci perugina spirituali”, citato a seconda di circostanze e convenienze.
È in questo contesto essenziale che oggi Francesco è divenuto “barbianese onorario”. Lo era già, ma venendo fin quassù ha voluto riaffermarlo di persona tanto che persino la professoressa Adele — al momento in cui, alle 12.10 il Papa è ripartito in elicottero per il Vaticano — chiedendosi come sempre «non so se don Lorenzo...», si dice convinta che sì, il priore sarebbe stato «felice di questa visita». E a Bergoglio avrebbe dato il «lasciapassare per Barbiana», inserendolo nella piccola lista che comprendeva santi come La Pira.
È un “miracolo” che il Papa sia venuto a Barbiana? «Sì» risponde convinta la gente di qui, riconoscendo che «anni addietro sarebbe stato inimmaginabile». Ma a Barbiana i miracoli avvengono: Cristo passa anche di qui, come non si ferma a Eboli. «Un miracolo avvenuto a Barbiana è il riscatto degli ultimi» certificano i protagonisti. Ma un altro ebbe a rivelarlo proprio don Lorenzo sul suo letto di morte: «Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello che passa nella cruna di un ago». Riconoscendo che il ricco “signorino Milani” aveva portato a compimento la sua missione di “prete povero tra i poveri”. Una missione su cui il Papa ha messo il sigillo. Lasciando un calice per la chiesa di Barbiana.
L'Osservatore Romano, 20-21 giugno 2017.