martedì 6 giugno 2017

Italia
San Francesco fuori dal cerchio magico
L'Osservatore Romano
(Felice Accrocca) Raoul Manselli, nato a Napoli l’8 giugno 1917, ha segnato la medievistica — non solo italiana — del secondo Novecento. Laureatosi nel 1938, fu professore di ruolo nei licei; attivo nella Resistenza, dal 1946 entrò come allievo alla Scuola storica nazionale, dove venne a stretto contatto con Raffaello Morghen. Libero docente nel 1953, Manselli concluse la propria carriera universitaria a Roma sulla cattedra già occupata da Morghen, che tenne dal 1966 fino alla morte (1984). Autore di studi importanti sulle eresie medievali, su Pietro di Giovanni Olivi e gli Spirituali francescani, sulla religione popolare, su Francesco d’Assisi e le fonti agiografiche francescane e su molti altri argomenti, scrisse anche densissimi saggi di storia della storiografia.
Manselli insegnò con dedizione e passione. Lo ricordo ancora — come fosse oggi — mentre, in attesa che si aprisse la facoltà, passeggiava davanti al portone conversando con Edith Pásztor. Insieme tenevano il seminario alle 8, ma varcavano sempre per tempo, in taxi, i cancelli all’ingresso dell’allora Piazzale delle Scienze. All’indomani della sua morte, Diego Quaglioni ricordava come «la sua esperienza di professore, che egli amava ricordare anche a lezione, gli aveva trasmesso una singolare sensibilità per l’insegnamento (per la didattica, come oggi si dice), gli aveva lasciato il senso della insostituibilità del rapporto quotidiano di colui che deve tramandare conoscenze con coloro che desiderano apprendere (...). E non a caso le sue lezioni erano affollatissime e, spesso, memorabili per l’attenzione che egli sapeva suscitare e per la capacità di forte rievocazione delle sue parole. Manselli aveva, in tal senso, qualcosa che faceva di lui un uomo, per così dire, fuori posto e fuori tempo: un concetto altissimo dell’insegnamento universitario e della professione dello storico, un concetto che traduceva in quella sua inconfondibile dignità di parole, di gesti, di presenza».

Nell’ultima parte della vita, i suoi interessi si concentrarono soprattutto sulla figura di Francesco d’Assisi. Un confronto che si fece costante dalla metà degli anni Sessanta. La rinascita della «Società internazionale di studi francescani» incentivò tale percorso: nel 1980 diede quindi alle stampe la biografia di Francesco (S. Francesco d’Assisi) e il volume sulla testimonianza dei suoi compagni (Nos qui cum eo fuimus. Contributo alla questione francescana), due testi che ebbero il merito d’avviare un ricchissimo dibattito storiografico. Nella biografia Manselli operò alcune scelte di campo chiaramente esplicitate nella Premessa. Affermava, infatti, di aver voluto «eliminare ogni raffigurazione preraffaellitica, rinunciando di proposito ai fregi e alle decorazioni di un’aneddotica che finisce con l’essere solo di maniera». Alcuni gli rimproverarono un’eccessiva storicizzazione, ma molte di più furono le accoglienze entusiastiche riservate alla nuova biografia.
Manselli si sforzava di discutere volta per volta il grado di attendibilità di ogni affermazione o singolo episodio, vagliando attentamente le fonti, collocando via via i frammenti all’interno di una realtà più vasta, oppure osservando la realtà più ampia a partire dal frammento, in modo tale che le singole parti del discorso ricevessero luce le une dalle altre.
Egli, inoltre — superando in questo Paul Sabatier e tutti gli altri che dopo lo storico francese avevano tentato l’impresa di scrivere una biografia di Francesco —, seppe mirabilmente inquadrare l’Assisiate e il gruppo religioso che dalla sua personale vicenda aveva preso vita nel più generale contesto del Medioevo italiano ed europeo. La trattazione dei nuclei forti della proposta religiosa di Francesco, delle tappe salienti del cammino della fraternitas, venne da lui puntualmente ricostruita con ampi giri d’orizzonte che consentono di comprenderne continuità e discontinuità, riuscendo così a fare intendere quanto Francesco fosse immerso nel proprio mondo e quali balzi in avanti fu capace di operare insieme ai suoi compagni rispetto alla società e alla Chiesa del tempo.
Sin dai primi interventi, Manselli nutrì forte la convinzione che la storiografia del Novecento fosse rimasta troppo a lungo prigioniera dell’impostazione impressa allo studio delle fonti dal Sabatier.
Fu a Todi, nel 1968, che egli coniò un’immagine destinata ad avere un’incredibile fortuna: le diverse biografie, disse in quell’occasione riferendosi alle vite di Francesco pubblicate dopo quella sabatieriana, «danno tutte l’impressione di muoversi — ci si perdoni l’immagine scherzosa — nel cerchio magico del Sabatier e, perché no?, dello Joergensen». Manselli era infatti convinto che l’impostazione dello storico calvinista, con la sua divisione manichea delle fonti, portasse fuori strada; nondimeno, era altrettanto persuaso dell’intrinseca fragilità della posizione opposta. I frutti ormai solidamente impostati, anche dal punto di vista metodologico, di convinzioni da tempo maturate, confluirono — ancora nel 1980 — nel ricordato volume sulle pericopi contrassegnate dalla formula testimoniale Nos qui cum eo fuimus.
Dopo una lunga e serrata analisi, nell’ultima parte di questo suo importante libro Manselli delineava l’immagine di Francesco così come emergeva da quelle stesse pericopi. In particolare, alcuni passaggi appaiono di notevole penetrazione, come quando, interrogandosi sull’amore di Francesco nei riguardi delle creature, sulla sua ammirazione per gli uccelli e gli animali in genere, Manselli osservava che l’uccello «può soffrire, ma poi canta lo stesso. (…) Solo gli uomini rischiano di mostrarsi, come lo stesso Francesco dice nella regola, “tristi all’esterno e rannuvolati come gli ipocriti”. In questo, allora, va trovata la radice dell’amore di Francesco per i viventi; essi possono essere persino esempio all’uomo di come si vinca il dolore e la sofferenza, di come si accetti la vita e la morte nelle cose belle e nelle brutte».
Storico di prima grandezza, Raoul Manselli fu un credente convinto. Egli non nascondeva la propria fede, ma neppure l’ostentava in modo provocatorio: piuttosto, la viveva con intensità e, al tempo stesso, con riserbo. Ben gli si addicono, perciò, le sapide parole di Francesco: «Dove è carità e sapienza, ivi non è timore né ignoranza».
L'Osservatore Romano, 6-7 giugno 2017