venerdì 16 giugno 2017

Italia
Profeta scomodo. Don Primo Mazzolari, sacerdote contromano

Eco di Bergamo
Riabilitazione. Aveva il passo troppo lungo, camminava davanti a tutti. Ci vuole il Concilio per dargli ragione: il 20 giugno il papa gli renderà omaggio.
(Alberto Bobbio) Aveva il passo troppo lungo e ha camminato avanti a tutti, “tromba dello Spirito Santo”, come lo definì Angelo Roncalli ricevendolo in udienza in Vaticano nel 1959. Don Primo Mazzolari riposa nella Chiesa parrocchiale di Bozzolo, una tomba semplice, progetto di Giacomo Manzù, decorata con un ramo d’ulivo, sulla quale si inginocchierà il 20 giugno Papa Francesco, che ha autorizzato due anni fa  l’apertura del processo di beatificazione di un uomo che, come ha scritto il Segretario di Giovanni XXIII, il card. Loris Capovilla, si è “sempre collocato sugli avamposti”.
Il gesto di Bergoglio è il sigillo definitivo della riabilitazione di don Primo Mazzolari, dopo quello clamoroso di Roncalli e prima ancora di Giovanni Battista Montini, che da cardinale di Milano lo invitò nel 1957 a predicare a Milano, quando sul capo del parroco di Bozzolo pendeva l’ammonizione del Sant’Uffizio a tacere. Eppure don Primo mai contestò la Chiesa: “Nella Chiesa si ubbidisce in piedi con pura parola e libero silenzio”. Bergoglio gli assomiglia e Mazzolari nei suoi sconfinati scritti, nei libri, nelle pagine di “Adesso”, il periodico che fondò nel 1949 per offrire un contributo alla luce del Vangelo sui poveri, la giustizia sociale, il confronto con i lontani, l’autonomia dei laici, vietato dall’autorità ecclesiastica, ha anticipato molte cose che oggi dice Papa Francesco. Denunciava, come Bergoglio, che i cristiani sono diventati dei “pensionati” e hanno fatto “indigestione di prudenza”.  Insisteva, come Bergoglio, sulla necessità di uscire delle chiese, secondo la logica della centesima pecora: “Il problema dell’apostolato moderno ha davanti due compiti: custodire chi è ancora dentro la Chiesa; attirare quelli che sono fuori. Non conto i primi, so che i secondi sono una legione”. Era il 1951, troppo presto. C’è voluto il Concilio per dare ragione a don Primo Mazzolari, ma sempre con qualche resistenza, qualche riserva, il freno tirato, una bava d’indugio. Ha vissuto contromano, direzione ostinata, secondo i voleri di Dio. Alla sorella Maria, amatissima e con cui ha tenuto una fittissima corrispondenza da poco pubblicata, scrisse prima di entrare in clandestinità nella Resistenza, che “ovunque è la Chiesa e l’altare lo portiamo con noi”. Cominciò da giovane, che non nasconde il proprio disappunto per l’enciclica “Pascendi”con la quale Pio X condanna il modernismo, che prende le parti di don Romolo Murri, sospeso a divinis, perché contrario al non-expedit, che in seminario intraprende la battaglia interiore su obbedienza  e  coscienza, cimento che non abbandonerà mai. I suoi libri, per molto tempo quasi clandestini, gli articoli per i giornali, “L’Eco di Bergamo” compreso, il suo straordinario “Diario”, la corrispondenza sterminata costituiscono il sussidiario di una esistenza appassionata, che non poteva non culminare in “Non uccidere” e in “Nostro fratello Giuda”, la meditazione del giovedì santo del 1958, citata più volte anche da Bergoglio, modello pastorale e letterario sublime e altissimo di una Chiesa accogliente e misericordiosa. Era interventista prima della Grande Guerra, accarezzò l’idea della guerra per spazzare via le ingiustizie. Ma la vita di trincea da cappellano militare lo porta a rivedere le sue posizioni. Dopo la guerra fa il parroco in campagna, terra d’argine del Po mantovano, fatica e miseria. Organizza scuole serali, le feste del grano, abolisce le tariffe per i servizi religiosi. Prima Cicognara e poi a Bozzolo, anni Venti, guardato con sospetto dai socialisti e subito dopo preso di mira dai fascisti, quando si rifiuta di recitare il Te Deum per Mussolini scampato all’attentato di Tito Zaniboni nel 1925. Una sera sparano contro la canonica. Il suo nome fa paura ai fascisti e inquieta le autorità ecclesiastiche. Le prime sanzioni per un libretto sulla Chiesa come casa che accoglie tutti, intitolato “La più bella avventura”, sono del 1935. Ma lui non rinuncia e va predicare, insieme a Montini, la prima settimana teologica della Fuci a  Camaldoli. Scrive un articolo per “L’Eco di Bergamo” nel 1937 dove mette in chiaro l’incompatibilità tra cattolici e comunismo, ma senza per questo spezzare alcun dialogo. Definisce le leggi razziali del ’38 “indegne e rivoltanti”. Lo ammoniscono di nuovo nel ’43 per un libro “Impegno con Cristo”, ancorché lodato dall’Osservatore Romano come “libro coraggioso”.  Dopo il ’45 si mette di traverso nei giorni della violenza e la vendetta nella pianura padana, preti e civili uccisi, veleno e orrore di “un antifascismo improvvisato quanto disumano”. Sta con De Gasperi e la Dc, ma si prodiga perché non deluda le attese della povera gente. Fonda “Adesso”, titolo evangelico che ispira la battaglia culturale per riforme coraggiose. Memorabili le sue omelie per il primo maggio, che tiene fin dal 1920, sul lavoro e la giusta retribuzione “non per vivere appena, ma per vivere da uomini e da cristiani”. Eppure è sempre nel mirino delle gerarchie ecclesiastiche. “Adesso” è proibito, non può predicare, gli articoli sottoposti a censura ecclesiastica. Fino al 1955 quando riceve un biglietto da Venezia. E’ Roncalli: “Caro don Primo, l’aspetto”. Non gli erano sfuggiti gli articoli di Mazzolari sull’ “Eco” e quelli su “L’Italia” di Milano. Mazzolari risponde, ma senza chiedere intercessioni per sé. E quando Roncalli viene eletto Papa don Primo scrive agli amici: “Giovanni XXIII ci fa respirare. Tu, Domine, illum adiuva”. Il 5 febbraio 1959 insieme ad un piccolo gruppo di preti di Reggio Emilia, viene ricevuto in Vaticano. Per lui basta: “Esco contento. Ho dimenticato tutto”. Chi non dimentica è il Sant’Uffizio  e l’anno dopo, con una lettera, il cardinale Ottaviani ricorda al vescovo di Cremona che le censure sugli scritti sono ancora valide. Don Mazzolari era morto il 12 aprile 1959 a 69 anni.  Di“Non uccidere”, pubblicato anonimo nel 1955 , il Vaticano ne ordina il ritiro nel 1958 e solo nel 1965, dopo il Concilio, apparve finalmente con il nome dell’autore.