mercoledì 21 giugno 2017

Italia
L'Osservatore Romano
(Gianluca Biccini) La centralità del povero e una fede sconfinata nella misericordia divina: sono le coordinate esistenziali che accomunano don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, i preti italiani nei quali Papa Francesco ha ritrovato alcuni dei motivi fondamentali del proprio magistero. Parroci «scomodi», più volte entrati in conflitto con la gerarchia, cui ha reso omaggio pregando sulle loro tombe nel corso di una visita che ha voluto fosse privata; un vero e proprio pellegrinaggio personale, svoltosi nel breve arco temporale di una mattinata. Poche ore trascorse nei piccoli centri di Bozzolo e di Barbiana, in cui i due hanno consumato le loro vite e dove sono sepolti, a poche centinaia di chilometri di distanza l’uno dall’altro. E con questo semplice gesto Papa Francesco ha voluto in qualche modo riabilitarne la memoria, offrendoli alla Chiesa e al popolo di Dio come esempio dello stile che dovrebbe caratterizzare il sacerdozio ministeriale.
Per farlo si è recato in Lombardia, sorvolando in elicottero la pianura Padana quando il sole aveva già dissolto la nebbia notturna. Lo hanno accompagnato gli arcivescovi Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, e Gänswein, prefetto della Casa pontificia, l’aiutante di camera Mariotti e il reggente della Prefettura monsignor Sapienza, curatore di diverse pubblicazioni sull’opera di don Mazzolari.
Atterrato nel campo sportivo di Bozzolo, il Papa è stato accolto dal neoeletto sindaco Giuseppe Torchio e dal vescovo di Cremona, monsignor Antonio Napolioni. La parrocchia di San Pietro dove don Primo ha speso gli ultimi 27 anni, dopo averne trascorsi dieci a Cicognara (1922-1932), si trova infatti nel territorio della Chiesa cremonese e in provincia di Mantova.
«Anch’io voglio bene al Papa» — titolo di un opuscolo di riflessioni in cui don Primo immagina di dialogare col vescovo di Roma — è la frase scelta come leitmotiv dagli organizzatori della visita. Campeggia su diversi striscioni sia lungo il breve percorso compiuto dal Pontefice in automobile, sia davanti all’oratorio della chiesa arcipretale del sedicesimo secolo, raggiunta in pochi minuti. Ad attendere Francesco sul piazzale antistante l’edificio liturgico gremito di gente, il parroco don Gianni Maccalli e il suo giovane vicario don Gabriele Barbieri. Tanti i fedeli, almeno ventimila secondo le stime delle autorità, che hanno seguito la visita attraverso i maxischermi collocati in alcuni punti strategici.
Entrato in chiesa, dove i presenti stavano recitando le lodi mattutine, accompagnate dai canti della schola cantorum San Restituto, la corale parrocchiale dedicata al patrono di Bozzolo, Francesco ha percorso la navata centrale, fermandosi davanti alla cappella del Santissimo Sacramento. Qui ha offerto un bouquet di fiori alla statua mariana dell’Immacolata venerata dai bozzolesi, poi si è diretto alla vicina tomba di don Mazzolari. Accompagnato da un ragazzo e da una bambina che frequentano l’oratorio, ha deposto un cesto di fiori sulla semplice lastra di marmo, realizzata nel 1969 su bozzetto di Giacomo Manzù e decorata con un ramo di ulivo. Sulla destra, la rosa d’argento che Francesco ha voluto donare lo scorso 19 gennaio con un bigliettino autografo. Ignorando la sedia messagli a disposizione ha pregato a lungo, per oltre sei minuti, sul sepolcro ricavato sotto il dipinto della crocifissione opera del pittore Borbone. E in quella preghiera personale si è messo in ascolto dell’eloquente silenzio che emana dalla tomba, su cui arde la lampada che fu benedetta da Paolo VI il 1° maggio 1970. Lo stesso Montini da arcivescovo ambrosiano aveva invitato don Primo tra i predicatori della grande missione di Milano, iniziando quel percorso di riconciliazione che due mesi prima della morte sarebbe culminata nell’udienza con Giovanni XXIII.
Sull’altare centrale, proprio dietro la balaustra dove Mazzolari predicava, Francesco ha quindi ascoltato il saluto rivoltogli dal vescovo di Cremona, il quale ha annunciato, tra l’altro, che si aprirà ufficialmente il prossimo 18 settembre il processo diocesano per la beatificazione di Mazzolari. Un lungo scrosciante applauso ha sottolineato questo passaggio, così come diversi di quelli del discorso pronunciato dal Papa, anch’esso in piedi.
Al termine, Francesco ha visitato in canonica lo studio di Mazzolari, rimasto com’era, con la grande scrivania in legno. Una targa di marmo ricorda che don Primo «dal 1932 al 1959 visse in questa casa, cenacolo di letterati e studiosi cattolici che tracciarono il solco del concilio Vaticano II». Qui il presidente della fondazione e postulatore della causa don Gianni Bignami e il presidente del comitato scientifico Giorgio Vecchio gli hanno presentato ricordi, oggetti, scritti e documenti autografi di Mazzolari: un diario del 1907; l’agendina personale in cui è annotato l’incontro con Papa Roncalli e l’originale della lettera scrittagli da quest’ultimo nel 1955 quand’era ancora patriarca di Venezia. E ancora un testo del 1948 sulle elezioni italiane, un cd con un’omelia sul primo maggio, festa del lavoro, e un paio di iniziative editoriali delle Edb: la traduzione in cinese di Tu non uccidere e la raccolta di 27 lettere, di cui dieci inedite, sotto il titolo La carità è sempre un po’ eccessiva nelle librerie da appena una settimana. Interessato, Francesco ha posto domande, chiedendo di poter avere le fotocopie di tutta la documentazione.
Infine passando per la sagrestia, gli sono stati offerti alcuni doni. Qui ha salutato tra gli altri il presidente del tribunale della causa di beatificazione e don Luigi Pisani che dal prossimo settembre diventerà il nuovo parroco di Bozzolo, il sesto successore di don Milani; due nipoti di don Primo — Giuseppina Bragadina e Graziella Rodini Vailati — e il segretario del comitato per la preparazione della visita, don Daniele Piazzi, con il segretario della fondazione Giancarlo Ghidorsi, che fu suo chierichetto e rimase legato a lui da una lunga amicizia. Oggi che ha i capelli bianchi, ama ricordare quando il “parroco dei lontani” celebrava la messa in italiano e di fronte ai ragazzi, non di spalle, almeno dieci anni prima dell’assise ecumenica. Al Pontefice ha regalato una pergamena con una frase di Mazzolari del 31 agosto 1942: «Un giorno, quando non sarò più di quaggiù, non mi rifiuteranno un’attestazione di fedeltà». Percorrendo infine il tragitto a ritroso, il Papa è uscito dalla chiesa e dopo aver benedetto i presenti sulla piazza ringraziando per l’accoglienza ricevuta e chiedendo di pregare per lui, in automobile ha raggiunto il campo sportivo dov’è salito a bordo dell’elicottero: destinazione Barbiana, nell’Appennino toscano.
L'Osservatore Romano, 20-21 giugno 2017.