martedì 20 giugno 2017

Italia
Nell’incontro con un gruppo di rifugiati. Aria di famiglia
L'Osservatore Romano
«Qui c’è aria di famiglia!»: il volto di Papa Francesco è illuminato da un largo sorriso e i suoi occhi si posano contenti sulla quarantina di persone sedute intorno a lui. Sembra apparentemente un gruppo eterogeneo: cristiani e musulmani, italiani e stranieri, bianchi e neri, rifugiati che hanno attraversato il Mediterraneo sui barconi della speranza e volontari delle parrocchie romane e della Caritas diocesana impegnati nel progetto di accoglienza «Ero forestiero e mi avete ospitato», adulti, giovani e bambini. Sembrano diversi tra loro, ma c’è un sorriso che li lega, e il Papa dice: «Grazie perché siete venuti qui tutti insieme, non c’è differenza tra quelli che accolgono e quelli accolti». E guardando uno per uno in volto, con voce sommessa, quasi a voler rivelare un segreto, commenta: «La fratellanza va oltre la religione, è più universale della religione».
È iniziata così, lunedì 19 giugno, con una singolare “anteprima” in una sala del Palazzo dei canonici lateranensi, la serata che il Pontefice ha dedicato all’apertura del convegno ecclesiale della diocesi di Roma. Prima di parlare in una basilica gremita di persone, Francesco ha voluto incontrare una rappresentanza dei rifugiati che — dopo il suo appello all’angelus del 6 settembre 2015 — sono stati ospitati dalle parrocchie e dagli istituti religiosi romani.
Il Papa ha raggiunto il palazzo lateranense alle 18.30. Ha trovato ad accoglierlo il cardinale vicario, Agostino Vallini, e il direttore della Caritas diocesana, monsignor Enrico Feroci. Accompagnato nella Sala della musica, dove lo attendevano una ventina di rifugiati e altrettanti volontari impegnati nel progetto di accoglienza, il Pontefice ha innanzitutto salutato ognuno dei presenti. Quindi, una volta seduti tutti in circolo, il cardinale Vallini ha brevemente introdotto l’incontro: «Grazie per questo dono» ha detto, spiegando: «Qui ci sono fratelli e sorelle che hanno vissuto grandi drammi, ma che hanno anche trovato accoglienza, affetto, vicinanza. Con loro ci sono volontari della Caritas, famiglie, rappresentanti delle parrocchie: è un bel segno dato dalla sua diocesi, quello della capacità di trasmettere amore ai sofferenti».
Quindi il vicario ha lasciato la parola al piccolo Ayham: 12 anni, occhi vispi e sorriso coinvolgente, siriano di origini palestinesi, arrivato in Italia quattro anni fa con la mamma Nour, e da due anni accolto dalla parrocchia di San Fedele da Sigmaringa. Dopo aver donato al Papa un mazzo di fiori bianchi e gialli, gli ha così riassunto la sua storia: «Siamo stati accolti nella parrocchia dal novembre dell’anno scorso. Il parroco don Fabrizio e la comunità ci hanno accolti come se fossimo parte delle loro famiglie: finalmente ci siamo sentiti a casa! Oggi per noi è una giornata indimenticabile perché incontriamo il Papa che ci ha aperto la porta del suo cuore e della Chiesa».
È stato quindi il turno di monsignor Feroci che, definendosi il «prestaparola delle parrocchie di Roma», ha ringraziato il Papa perché con il suo appello del 2015 ha indicato a tutti «un’altra modalità di essere comunità locale». Mentre prima infatti, ha detto, si vedeva la parrocchia solo come luogo di culto e di catechesi, ora «sappiamo che è anche il luogo dell’accoglienza». E ha concluso: «Ci auguriamo di essere ancora più accoglienti perché la carità è la porta che ci permette di entrare nel cuore di Dio».
Visibilmente coinvolto dall’atmosfera di serenità familiare creatasi, il Papa ha subito sottolineato la bellezza di vedere riuniti insieme chi ha accolto e chi è stato accolto: «È un’opportunità per dire: siamo umani, cristiani, umani, tutti fratelli!». E subito è andato al cuore della questione: «Il problema delle persone che cercano rifugio — ha detto — è un problema grosso, ma anche è un grido per svegliarci, svegliarci dall’indifferenza». Quindi ha aggiunto: «Io sono contento che le parrocchie di Roma abbiano fatto questo. Non tutti hanno la possibilità, ma so che alcuni hanno affittato un appartamento per accogliere; altri sono stati accolti in famiglie, anche questa è fratellanza».
Quella fratellanza che va «oltre la religione» e che ha fatto ricordare al Papa il suo viaggio di ritorno da Lesbo, quando riportò con sé a Roma alcune famiglie: «Erano tutti musulmani. Sono fratelli e sorelle. E questo è bello, che cristiani e musulmani vivano insieme». E se è vero che «in tutte le religioni c’è chi crea problemi», è altrettanto vero che «la maggioranza vuole vivere insieme con rispetto». Come ad esempio accade, ha ricordato il Pontefice, in una diocesi africana «composta per metà di musulmani e per metà di cristiani: a Natale i musulmani fanno doni ai cristiani e il giorno del sacrificio i cristiani portano doni ai musulmani. Vivono insieme in pace». E ha continuato: «I violenti, invece, non hanno religione. La religione non porta la violenza. Porta pace e accoglienza».
Dopo aver ringraziato tutti — «quelli che hanno accolto e anche ringrazio voi che avete accettato di essere accolti: non è facile» — per il lavoro fatto «e anche dell’amicizia che avete tra voi: è un bell’esempio», il Papa ha ricevuto in dono da cinque bambini un cartellone dove in varie lingue era scritto «Grazie Papa Francesco per averci aperto le porte del tuo cuore e della Chiesa». Saputo che uno di loro era siriano, ha esclamato: «Martoriata e amata Siria!». Quindi si è fermato qualche minuto a scherzare con i fanciulli e a farsi spiegare il significato delle scritte e dei disegni.
A conclusione dell’incontro, il Papa ha detto: «Chiederò a Dio che è padre di tutti, che benedica tutti noi». E ha così pregato: «Dio, Padre nostro, proteggi, guida, benedici noi tutti. La tua benedizione venga su di noi. Amen».
Poi, primi di dirigersi in basilica, ancora foto con tutti i presenti che lo hanno circondato con affetto.

L'Osservatore Romano, 20-21 giugno 2017