lunedì 12 giugno 2017

Italia
Nella crisi demografica spuntano delle «isole felici»
Il Sole 24 Ore
(Gian Carlo Blangiardo) Mentre oggi l' economia italiana sembra offrire qualche (pur timido e discontinuo) segnale di ripresa, va sempre più accreditandosi, in modo alquanto inatteso e spesso sottovalutato rispetto alle sue problematiche, un nuovo fronte di emergenza nazionale: l' altra crisi, quella demografica. Secondo l' Istat, al 1° gennaio 2017 risiedevano in Italia 60 milioni e 579 mila persone, ben 217 mila in meno rispetto alla punta massima di 60 milioni e 579mila conteggiata alla stessa data di due anni fa. Gian Carlo Blangiardo Di fatto, siamo di fronte alla prima consistente diminuzione della popolazione nell' ultimo secolo di vita di un Paese in cui il progressivo crollo della natalità - che con 474mila nati ha segnato nel 2016 un nuovo record di minimo assoluto - non ha più trovato adeguato supporto nel contributo dei flussi migratori.
Non stupisce, dunque, che la questione demografica sia prepotentemente venuta alla ribalta, mettendo in luce l' ampia varietà dei problemi tipici di una società che, da un lato, invecchia nell' incapacità di garantirsi un sufficiente ricambio generazionale, dall' altro sembra sempre meno attrattiva e più propensa a perdere, sul fronte della mobilità internazionale, una parte importante - giovane e intraprendente - del suo stesso capitale umano. In controtendenza Se tuttavia è vero che l' altra crisi è presente ovunque sul territorio nazionale e non rispecchia più le vecchie distinzioni Nord-Sud, così come ignora i confini delle classiche contrapposizioni tra città e campagna o tra montagna e pianura, è altrettanto vero che pur esistono, nel panorama dei comportamenti demografici degli oltre 8mila comuni italiani, alcune realtà che resistono al cosiddetto "inverno demografico" e che possono configurarsi come "isole demograficamente felici". 
Realtà di cui è utile prendere consapevolezza, sia per ricavarne il conforto del "non tutto è perduto", sia (soprattutto) per avere l' opportunità di sapere dove, e a quali condizioni di contesto, sussistono dinamiche (e comportamenti) in controtendenza, che possono suggerire buone pratiche eventualmente esportabili anche altrove. Per "isole demograficamente felici" possiamo intendere quei comuni che evidenziano, dal punto di vista delle dinamiche naturale (nati e morti) e migratoria degli ultimi anni, elementi di distacco dalle traiettorie nazionali negative. Introducendo un criterio che assegna un punteggio da zero a 10 in funzione di altrettanti segnali di resistenza alla crisi - misurati in termini del livello di natalità e del segno del saldo naturale; del valore e delle componenti del saldo migratorio; della tendenza alla crescita registrata nel corso degli ultimi anni - su un totale di 8.047 comuni italiani sono pur sempre 346 le "isole felici" che hanno ottenuto il punteggio massimo. 
Sul piano regionale, il Trentino-Alto Adige - unica area dove solo meno della metà dei comuni è risultata in declino demografico nel 2015 e dove nel quadriennio 2012-2015 il saldo naturale è risultato positivo nel 62% dei casi - è il territorio con la maggiore percentuale di unità comunali molto o abbastanza resistenti alle penalizzanti dinamiche demografiche degli ultimi anni. Saldamente in seconda posizione si colloca la Lombardia, che ha visto il 37% dei propri comuni accrescersi nel 2015, mentre Emilia-Romagna e Veneto sono appaiate in terza posizione, ma si caratterizzano in modo differente: la prima risulta maggiormente avvantaggiata dal punto di vista del contributo delle migrazioni con l' estero, mentre la seconda si contraddistingue per una più ampia quota di comuni con un saldo naturale di segno positivo. Sul fronte opposto, in coda alla graduatoria, troviamo regioni come il Molise, la Basilicata e l' Umbria, in cui calo della popolazione e saldo naturale negativo sono realtà fortemente consolidate e generalizzate. 
Rispetto al ruolo della dimensione demografica i dati mostrano un' inequivocabile difficoltà a resistere in corrispondenza dei comuni più piccoli, che si caratterizzano negativamente per la maggior parte degli indicatori considerati. Su circa 2mila realtà con meno di mille residenti, solo 23 hanno ottenuto un punteggio superiore a 8, a fronte di ben 242 che hanno registrato un valore inferiore a 2. Il grado di resistenza alla crisi tende sistematicamente a migliorare all' aumentare della classe dimensionale dei comuni, almeno fino ad arrivare ai 20mila residenti, mantenendo poi una certa stabilità sino alla soglia dei 50mila. Per quanto riguarda, infine, le grandi realtà metropolitane, i comuni di Milano, Bologna e Firenze sembrano resistere meglio alle dinamiche regressive, grazie anche al contributo positivo dell' immigrazione proveniente da altre parti d' Italia. Resta comunque il fatto che nessuna delle dieci maggiori città italiane si può considerare "molto resistente" alla crisi demografica, avendo tutte più decessi che nascite sia nel 2015 che nell' ultimo biennio e quadriennio.
In Occidente futuro sempre più grigio  (Marco Biscella)

La popolazione mondiale sta crescendo al ritmo di circa un miliardo di abitanti ogni 12 anni e oggi conta quasi 7,5 miliardi di persone. Ma in base all' ultimo "World Population Prospects" dell' Onu, siamo già di fronte a un' inversione di marcia: per la prima volta dal 1950 la forza lavoro complessiva delle economie avanzate potrebbe diminuire e calerà del 5% entro il 2050. La frenata interesserà Paesi emergenti come la Cina, ma non solo: la popolazione in età lavorativa diminuirà del 26% in Corea del Sud, del 28% in Giappone, del 23% in Italia e in Germania. Insomma, la demografia - che il sociologo francese Alfred Sauvy paragonava alla lancetta corta dell' orologio - in alcune aree del mondo sembra si stia muovendo all' incontrario, e neppure tanto lentamente. 
La rivista online "Atlantide", periodico della Fondazione per la sussidiarietà, ha messo sotto la lente i trend demografici (natalità e invecchiamento della popolazione) di alcuni grandi Paesi e la mappa che ne emerge mostra chiaramente che questa crisi - meno appariscente rispetto a quella economica, ma altrettanto perniciosa per i suoi riflessi su sviluppo economico, livelli di occupazione e sostenibilità dei sistemi di welfare - non va sottovalutata, alla luce del fatto che invertire queste tendenze richiede politiche di lungo periodo. Il Giappone, vera e propria "bomba a orologeria demografica", è già in testa nella classifica mondiale per scarsità di nascite (nel 2016 per la prima volta inferiori al milione, record negativo dal 1899) ed età avanzata della popolazione (già oggi il 25,6% dei giapponesi ha 65 anni o più, quota destinata a salire al 40% nel 2050). E in un Paese dove la parola immigrazione è ancora considerata un tabù, per la prima volta - secondo un rapporto del ministero del Lavoro nipponico - i non-giapponesi impiegati nel Sol Levante hanno superato il milione e sono in costante crescita da quattro anni. Per correre ai ripari il Governo di Tokyo ha deciso di stanziare quest' anno 7 miliardi di euro per sostenere la genitorialità. Anche gli Usa, che pure hanno sempre goduto di un buon tasso di natalità e di flussi migratori, si stanno avviando verso un "prossimo disastro demografico". I dati del Censis Bureau dicono che la popolazione americana nel 2016 è cresciuta dello 0,7%, il dato più basso dai tempi della Grande depressione: in sette Stati è diminuita, tre avrebbero subìto la stessa sorte se non fosse stato per l' arrivo di immigrati e in altri 34 si sono registrati più arrivi dall' estero che dall' interno degli Usa. In Europa va segnalato il caso della Francia, tradizionalmente prolifica grazie alle sue politiche familiari, ma che è alle prese con un generale abbassamento del tasso di fecondità e con tagli del welfare familiare. E se al di qua del Mediterraneo le culle sono sempre più vuote, in Africa entro il 2100 la popolazione è destinata a quadruplicare (superando quota 4 miliardi) con sempre più stringenti problemi di pressione e gestione dei flussi migratori.