giovedì 29 giugno 2017

Italia
Nel carteggio tra Giacomo Biffi ed Emanuela Ghini. Un dialogo spirituale alla pari
L'Osservatore Romano
(Lucetta Scaraffia) Si sono conosciuti al seminario di Venegono — 24 anni lei e 28 lui — dove Emanuela Ghini, che preparava la tesi in filosofia, si recava a studiare, d’estate, per trovare i testi necessari. Giacomo Biffi era il giovane prete al quale era stata affidata, giovane donna ancora in attesa di capire la sua strada. Poi Emanuela decise di entrare nell’ordine carmelitano, monaca di clausura, e le lettere fra di loro si sono susseguite dal 1960 al 2013, per 53 anni, accompagnando lo svolgersi di due diverse vocazioni religiose — una maschile e una femminile — all’interno della stessa Chiesa. Da entrambi profondamente amata, ma con modalità e prospettive diverse. Si tratta di un carteggio decisamente originale, fra due personalità molto differenti, che rivela una lunga e ricca amicizia spirituale.
Peccato che siano pubblicate tutte le lettere del cardinale — amorosamente conservate dalla monaca — mentre sono state conservate solo in piccola parte quelle di Emanuela. Ancora una volta, come in molti altri carteggi tra un uomo e una donna, le lettere femminili, magari inconsapevolmente considerate di poca importanza, non sono sopravvissute, e questo costituisce una grave mancanza, perché il rapporto fra i due ne risulta monco, ed è più difficile definirlo.
Anche se Emanuela è presente con una corposa introduzione, in cui tratteggia un bel ritratto dell’amico cardinale. Ma, proprio nel definire la natura del loro rapporto, le manca il coraggio — per umiltà — di definirlo amicizia spirituale, e lo presenta come un esempio di guida spirituale da parte del teologo divenuto cardinale: «La bellezza di un rapporto che la sorella non considerò mai amicizia, tanto chiara era la sua percezione della dissonanza tra “padre Giacomo” e lei, quanto un accompagnamento, di guida spirituale, ma che Giacomo Biffi intese sempre come amicizia ed espresse come tale, con una delicatezza ed un affetto commoventi».
E questa interpretazione è stata condivisa dai due arcivescovi autori rispettivamente della prefazione e della postfazione del volume, Carlo Caffarra e Matteo Zuppi. Quest’ultimo, pur sottolineando aspetti nuovi e interessanti di Biffi che emergono dalle lettere, per quanto riguarda il rapporto fra i due corrispondenti ricade nel cliché che vuole l’uomo guida e la donna discepola: «Non c’è dubbio che le lettere siano oggettivamente — ben al di là del rapporto personale tra autore e destinataria — testi di direzione spirituale».
È curioso che i due commentatori sembrano non essersi accorti che Biffi stesso, in più punti, rivendica la reciprocità dei ruoli fra i due, e lo fa sin dall’inizio. Ad esempio, in una lettera del 1970 scrive: «Ho fretta di ringraziare delle belle ore passate insieme e dell’incontro che mi ha spiritualmente nutrito e rinnovato». Uno scambio che cresce con il tempo, anche se parallelamente crescono le ragioni di divergenza fra di loro. In particolare è molto diverso il giudizio che danno su Giuseppe Dossetti, stimato come credente da Biffi, ma rimproverato per la sua visione teologica, con tale severità da creare problemi alla comunità monastica da lui fondata nella diocesi bolognese. A questo proposito abbiamo testimonianza diretta della contrapposizione frontale in una delle poche lettere di suor Emanuela, dove, con coraggio e sincerità, ella esprime il suo dolore per quella che ritiene una ingiusta incomprensione: «Il tempo, specie il tempo di Dio, è sempre una grande medicina, così ho lasciato che il Signore mi consolasse per l’immenso dolore che mi hanno dato molte sue parole sul santo Giuseppe Dossetti. Da anni mi pare di non aver sofferto tanto; ho perfino pianto, io che ignoro purtroppo il dono delle lacrime».
La storia della spiritualità cristiana è ricca di esempi di scambio spirituale fra donne e uomini, che si possono definire alla pari, nei quali proprio la differenza fra i due protagonisti serve per ampliare la visione del mondo dell’altro, e quindi anche il suo rapporto con Dio. Ci rimangono ad esempio le ricche corrispondenze fra Francesco di Sales e Jeanne de Chantal, di Adrienne von Speyr e Hans Urs von Balthasar, ma nella tradizione anche il profondo legame tra Paolo e Tecla, tra Francesco e Chiara. Frequenti sono anche gli epistolari dove non sono state conservate le lettere femminili, come l’esempio, bolognese, di Diana degli Andalò e Domenico di Guzmán. Perché decidere quasi a priori, nel nostro caso, e in assenza di molte lettere della carmelitana, che la guida spirituale è stata solo del cardinale?
Se questo è il limite del libro, non si vuole mettere in dubbio l’interesse di queste lettere, che offrono un ritratto vivace e profondo al tempo stesso di Giacomo Biffi. Un ritratto in parte nuovo: non vi troviamo infatti solo l’acuto pensatore, l’ironico polemista, capace di quella grande autoironia che rende più facile accettare i suoi strali ai malcapitati nel mirino, ma anche un uomo che ha piena consapevolezza del suo ruolo nella Chiesa e nella temperie intellettuale del tempo.
Biffi infatti è ben consapevole di essere «un uomo che parla in modo franco e con un certo coraggio», senza la pretesa «che tutti gli uomini parlino bene di noi»: un uomo che sa di essere polemico e divisivo, ma in modo fertile, dialettico, sempre aperto al dialogo e al confronto. Un uomo che accetta fino in fondo non solo la sua vocazione sacerdotale, ma anche la sua singolare personalità, vivendo in coerenza con questa il servizio al Signore.
Emanuela Ghini nell’introduzione coglie in lui questa profonda accettazione di sé, e la spiega con le parole di Newman, un autore molto caro a Biffi: «Dio mi ha creato per rendergli un determinato servizio. Mi ha affidato un’opera che non ha affidato a un’altra persona. Io ho la mia missione».
L’accettazione di sé da parte di Biffi è radicata nel dialogo che intercorre fra i due corrispondenti, un dialogo fra diversi che si conoscono e si vogliono bene per come sono. È nell’affetto e nell’accoglienza presenti in questa profonda amicizia che il cardinale riesce a trovare uno specchio vero in cui riconoscersi, imparando a vedere con un certo distacco la sua personalità, e ad accettare la sua specificità all’interno della missione che gli è stata affidata. Così come Emanuela riesce a scrivere, in una delle ultime lettere, «preghi per me, carissimo padre Giacomo, sempre molto pagana, illuminista e tutt’altro che arresa al nostro Cristo».
Questo dialogo costituisce un altro esempio illuminante di quanto sia importante e fertile spiritualmente il dialogo fra una donna e un uomo. Dialogo che costituisce una delle specificità più costruttive della millenaria tradizione cristiana.

L'Osservatore Romano,28-29 giugno 2017