giovedì 29 giugno 2017

Italia
Avvenire
(Alessandro Beltrami) Di sè diceva di essere «dalla parte dei poveri e dalla parte degli onesti e tanto comunista che cattolico convinto». Un autoritratto che ben riassume la personalità di Ettore Masina, scomparso ieri all' età di 88 anni a Roma. Giornalista, scrittore e politico, Masina è stato una figura che ha incarnato le inquietudini e le tensioni degli anni seguiti al Concilio Vaticano II. Nato a Breno, in Val Camonica, nel 1928, Masina nel 1952 lascia gli studi in medicina per la professione giornalistica. Diventa inviato del "Giorno", che nel 1964 lo trasferisce a Roma come vaticanista.
Qui segue i lavori del Concilio e le cronache di Paolo VI, che aveva conosciuto quando era ancora arcivescovo a Milano. Giancarlo Zizola ricordava che a Roma «la casa di Ettore e di Clotilde Masina divenne un centro di aggregazione di vescovi, teologi, giornalisti di tutto il mondo». È al seguito dello storico viaggio di Montini in Terra Santa che Masina conosce la Palestina e rimane sconvolto dalla povertà di massa. Durante il viaggio incontra Paul Gauthier, un prete operaio francese che vive come carpentiere a Nazareth. Il sacerdote fa conoscere al giornalista la situazione in cui vive il popolo palestinese e assieme fondano la "Rete Radiè Resch", una associazione di solidarietà internazionale intitolata a una bambina, morta di polmonite mentre viveva in una grotta a Betlemme, in attesa di una nuova abitazione da parte delle organizzazioni internazionali. Il primo progetto della Rete è stato proprio il finanziamento della costruzione di case per alcune famiglie Palestinesi. Negli anni l' attività della associazione si è estesa in America Centrale e Meridionale e quindi in Africa. Nel 1969 Masina entra in Rai con la mansione di "informatore religioso" e dal 1976 è conduttore del Tg2, lavorando con Andrea Barbato, Italo Moretti e Giuseppe Fiori. «Nonostante la stima dei miei colleghi - raccontava di sé - due direttori sui tre che ho avuto ( Villy De Luca e Ugo Zatterin; l' altro fu Andrea Barbato) mi hanno francamente detestato e stroncato la carriera per ragioni politiche. Duro essere etichettato come cattocomunista ». Nel 1972 pubblica Il Vangelo secondo gli anonimi (Cittadella, Assisi) e nel 1982 Il Dio in ginocchio (Rusconi). Nel 1983 lascia il giornalismo per la politica. Viene eletto deputato nelle liste del Partito Comunista Italiano ed entra nel gruppo della Sinistra Indipendente. Resta in parlamento fino al 1992, diventando presidente del Comitato permanente per i diritti umani e svolgendo il ruolo di segretario della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai. È stato anche osservatore internazionale a garanzia delle elezioni cilene del 1989. Dopo lo scioglimento del Pci diventa membro della direzione del Pds. Chiusa la fase della politica attiva alla metà degli anni Novanta torna al giornalismo, collaborando a riviste come "Segno nel Mondo" e "Jesus", e alla scrittura, anche con romanzi (ambito in cui aveva esordito nel 1983 con Il ferro e il miele, per Rusconi, ambientato nella Venezia di fine '500 sconvolta dalla peste), racconti e volumi autobiografici. Tra i suoi libri più noti è L' Arcivescovo deve morire( Gruppo Abele, 1995), fortunata e più volte ristampata biografia di Óscar Romero. Lascia la moglie Clotilde Buraggi, da lui sempre detta «amatissima », tre figli e sei nipoti. I funerali avranno luogo domani alle 12 nella chiesa di San Frumenzio a Roma.